XVII Legislatura – XVII Legislatura – Lavori – Resoconti Assemblea

ATTI DI INDIRIZZO

Mozioni:

La Camera,

premesso che:

a seguito della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale n. 71 del 28 marzo 2011 – supplemento ordinario n. 81, dal 29 marzo 2011 è in vigore il decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, «Attuazione della direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili, recante modifica e successiva abrogazione delle direttive 2001/77/CE e 2003/30/CE»;

il decreto legislativo si inserisce nel quadro della politica energetica europea volta alla riduzione dell’utilizzo dei combustibili fossili e delle emissioni di CO2 e introduce rilevanti novità per gli installatori di impianti tecnologici per la produzione di energia da fonti rinnovabili;

fino al 1o agosto 2013, per i soggetti che svolgono attività di installazione e manutenzione di caldaie, caminetti e stufe a biomassa, sistemi solari fotovoltaici e termici, sistemi geotermici a bassa entalpia, pompe di calore eccetera è necessario il possesso dei requisiti professionali così come stabiliti dal vigente articolo 4 del decreto ministeriale n. 37 del 2008: (diploma di laurea in materia tecnica specifica, diploma o qualifica conseguita al termine di scuola secondaria del secondo ciclo, seguito da un periodo di inserimento di almeno due anni continuativi alle dirette dipendenze di una impresa del settore o in alternativa titolo o attestato in materia di formazione professionale, previo un periodo di inserimento di almeno quattro anni consecutivi alle dirette dipendenze di una impresa del settore; prestazione lavorativa svolta, alle dirette dipendenze di una impresa abilitata nel ramo di attività cui si riferisce la prestazione dell’operaio installatore per un periodo non inferiore a tre anni, escluso quello computato ai fini dell’apprendistato e quello svolto come operaio qualificato, in qualità di operaio installatore con qualifica di specializzato);

è bene ricordare che ad oggi sono in attività molti soggetti che hanno avuto d’ufficio il riconoscimento dei requisiti nell’anno 1990, anno di entrata in vigore della legge n. 46 del 1990, norma che per la prima volta prevedeva la nomina di un responsabile tecnico in possesso di specifici requisiti per lo svolgimento dell’attività nel settore impiantistico;

dopo il 1o agosto 2013, sono previste ulteriori prescrizioni per quanto riguarda il titolo o l’attestato di formazione professionale; in particolare, i soggetti che vorranno svolgere l’attività d’installazione e di manutenzione sugli impianti suddetti e che appunto alla data del 1o agosto 2013 non saranno in possesso di un titolo di studio (laurea tecnica, diploma o qualifica tecnica), dovranno frequentare un particolare corso di formazione professionale diversificato per ogni tipologia di impiantista; per di più, nulla è specificato nel decreto legislativo n. 28 del 2011 per quanti hanno i requisiti per aver svolto attività lavorativa come operaio specializzato alle dipendenze di un’impresa abilitata o per quanti li hanno avuti d’ufficio;

un responsabile tecnico divenuto tale in base a quanto previsto dalla lettera d) del comma 1 dell’articolo 4 del decreto del Ministro dello sviluppo economico 22 gennaio 2008, n. 37, e che da anni installa impianti non potrà più svolgere tali attività salvo che non frequenti, a sue spese, un corso di formazione di un elevato numero di ore da tenersi entro il 31 luglio 2013;

in sostanza la norma nulla dispone in merito ai responsabili tecnici (titolari o dipendenti) qualificati ai sensi dell’articolo 4, comma 1, lettera d) del decreto ministeriale n. 37 del 2008 alla data di entrata in vigore del decreto legislativo n. 28 del 2011;

si viene a produrre l’effetto di un implicito impedimento a tali soggetti a continuare a svolgere la loro consueta attività perché esclusi dal campo di applicazione dell’articolo 15 del decreto legislativo n. 28 del 2011;

dai dati segnalati dalle Associazioni di categoria, in particolare dalla Confartigianato – CGIA e dalla CNA, due responsabili tecnici su cinque sono attualmente qualificati sulla base dell’esperienza acquisita sul campo dell’energia da fonti rinnovabili;

se non verrà modificato il citato decreto legislativo n. 28 del 2011 salvaguardando i diritti acquisiti degli installatori di impianti che non sono non laureati o diplomati ma che operano da anni sul mercato, decine di migliaia di installatori di impianti verranno a trovarsi senza lavoro,

impegna il Governo:

ad adottare con urgenza iniziative normative di modifica del decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, per consentire ai responsabili tecnici, sia titolari che dipendenti già in possesso di abilitazione ai sensi dell’articolo 4, lettera d) del decreto ministeriale n. 37 del 2008, di continuare ad esercitare la loro attività anche dopo il agosto 2013;

a prevedere per i suddetti soggetti, dal 1o agosto 2013, il solo obbligo di frequentare il corso di aggiornamento obbligatorio previsto dall’allegato IV al decreto legislativo n. 28 del 2011, comma 1, lettera f).

(1-00023) «Carrescia, Donati, Fregolent, Realacci, Taricco, Piccoli Nardelli, Bobba, Dallai, Crimì, Senaldi».

La Camera,

premesso che:

il decreto legislativo n. 28 del 2011, in attuazione della direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili, all’articolo 15, istituisce un sistema di qualificazione degli installatori di impianti che operano nel settore dell’energia da fonti rinnovabili: fotovoltaico, a biomasse, solare termico, pompe di calore e geotermia, che impedisce a larga parte degli stessi di potersi qualificare;

il richiamato articolo 15 precisa che la qualifica professionale necessaria è conseguita col possesso dei requisiti tecnico professionali di cui, in alternativa, alle lettere a), b) o c) del comma 1 dell’articolo 4 del decreto del Ministro dello sviluppo economico 22 gennaio 2008, n. 37;

tale normativa esclude senza, motivazione gli installatori che hanno ottenuto i requisiti di cui alla lettera d) dell’articolo 4 del decreto ministeriale n. 37 del 2008 (prestazione lavorativa svolta, alle dirette dipendenze di una impresa abilitata nel ramo di attività cui si riferisce la prestazione dell’operaio installatore per un periodo non inferiore a tre anni, escluso quello computato ai fini dell’apprendistato e quello svolto come operaio qualificato, in qualità di operaio installatore con qualifica di specializzato);

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la norma è lacunosa in quanto nulla dispone in merito alle posizioni, giuridiche dei suddetti responsabili tecnici (titolari o dipendenti), qualificati in base all’articolo 4, comma 1, lettera d), del decreto ministeriale n. 37 del 2008, esistenti precedentemente e contemporaneamente all’entrata in vigore del decreto legislativo n. 28 del 2011;

la norma, inoltre, non fa alcun riferimento all’abilitazione che la normativa vigente riconosce in capo ai responsabili tecnici, che abbiano lavorato per almeno 3 anni in qualità di operaio specializzato, maturando un’esperienza professionale abitualmente non inferiore a 10 anni di attività nel settore;

l’effetto della normativa sarebbe dunque l’implicito impedimento ai soggetti che hanno svolto esclusivamente un’esperienza professionale, ai sensi dell’articolo 4, comma 1, lettera d), del predetto decreto ministeriale, a far data dal 1o agosto 2013, di continuare a svolgere la loro consueta attività di installazione di pannelli solari o fotovoltaici, a biomasse, solari termici, pompe di calore e geotermici, perché esclusi dal campo di applicazione dell’articolo 15, del decreto legislativo n. 18 del 2011;

la normativa in questione appare in palese contrasto non soltanto con altre normative vigenti, ma anche con il diritto comunitario, poiché la menzionata esclusione non solo non trova alcun fondamento nella direttiva 2009/28/CE ma si pone in palese violazione del principio comunitario di libera concorrenza e di quello costituzionale di uguaglianza sostanziale;

per effetto della normativa ad un responsabile tecnico di una impresa (titolare o dipendente), che installa da anni impianti del settore delle fonti di energia rinnovabile, attualmente qualificato in base al predetto criterio, verrebbe di diritto impedito di proseguire nell’attività svolta da prima dell’entrata in vigore dei nuovi requisiti;

nell’attuale fase di crisi economica, si avrebbe il paradossale ed immotivato risultato di negare ad oltre 80.000 imprese attualmente in attività la possibilità di qualificarsi e di continuare ad operare in uno dei pochi settori di mercato che mostra ancora potenzialità di crescita, pur attraversando un momento di appannamento rispetto alle performance degli ultimi anni,

impegna il Governo:

ad assumere tempestivamente, anche con modalità di urgenza, iniziative normative che consentano ai responsabili tecnici (titolari o dipendenti) già abilitati ai sensi dell’articolo 4, lettera d) del decreto ministeriale n. 37 del 2008, di poter continuare a svolgere la loro attività anche successivamente al 1o agosto 2013, data di entrata in vigore dei nuovi requisiti previsti dall’articolo 15 del decreto legislativo n. 28 del 2011;

a prevedere per gli stessi, a far data dal 1o agosto 2013, esclusivamente l’obbligo di frequenza al corso di aggiornamento obbligatorio a norma dell’allegato IV al decreto legislativo n. 28 del 2011, comma 1, lettera f).

(1-00024) «Rondini, Matteo Bragantini, Grimoldi, Gianluca Pini, Molteni, Prataviera, Attaguile, Caon, Busin, Allasia, Marcolin».

La Camera,

premesso che:

ogni giorno 80.000 lavoratori di diverse regioni italiane attraversano i confini nazionali per andare a lavorare in Svizzera, in Francia, in Austria, in Slovenia o a San Marino: sono i cosiddetti «lavoratori frontalieri», le cui particolari condizioni di vita e di lavoro – a cavallo di due Paesi – li rendono misconosciuti ai più e, a seconda dei momenti e delle circostanze, diventano talvolta oggetto di grosse campagne mediatiche oppure cadono nel più completo dimenticatoio;

divenuto ormai un fenomeno strutturale del mercato del lavoro ed un aspetto rilevante nei rapporti dell’Italia con i Paesi di confine, il lavoro frontaliero costituisce un importante contributo allo sviluppo di questi Paesi e rappresenta una elevata risorsa per l’economia delle province italiane di confine; tuttavia il lavoro frontaliero rimane spesso una realtà lontana dalle istituzioni, che non sempre introducono una specifica disciplina legislativa in grado di riconoscerne pienamente il valore né il ruolo che svolge nel contesto economico e sociale delle aree territoriali ove è presente;

alcuni provvedimenti governativi adottati negli ultimi anni in materia fiscale, di sicurezza sociale o di politica del lavoro che hanno coinvolto i lavoratori frontalieri, denotano una conoscenza insufficiente della realtà del fenomeno e una conseguente sottovalutazione dei problemi aperti;

le recenti questioni intorno all’indennità di disoccupazione per i frontalieri attivi in Svizzera, così come le contraddittorie comunicazioni fiscali circa la dichiarazione dei conti stipendi e le velate accuse di infondati privilegi, non hanno fatto altro che rivelare uno spettro assai più ampio di problematiche. Si tratta di questioni il cui denominatore comune è la poca considerazione presso il Governo e le istituzioni e la mancanza di interazione e conseguente chiarezza nella comunicazione delle decisioni centrali verso province e comuni confinanti e verso le associazioni sindacali e i patronati, le cui sedi periferiche rappresentano un punto di riferimento per il lavoratore frontaliero;

occorre un convinto impegno per arrivare al più presto all’approvazione di uno statuto dei lavoratori frontalieri, che riguardi tutti i lavoratori che si recano quotidianamente in un altro Paese confinante, che definisca un quadro di diritti e doveri chiari legati a questa peculiare condizione di lavoro e dia soluzione ai problemi in essere, generati principalmente dalla mancanza di una regolamentazione specifica,

impegna il Governo:

ad aprire un tavolo di confronto con l’obiettivo di predisporre uno Statuto dei Territori di frontiera attraverso il diretto coinvolgimento di tutte le regioni, delle province e dei comuni italiani che si trovino al confine con altri Stati, delle associazioni sindacali e dei lavoratori dei territori di confine, il cui contributo scaturisce dal concreto e quotidiano confronto con la realtà del lavoro frontaliero, uno statuto che diventi il punto di riferimento, per chiunque governi, per portare avanti negoziati internazionali in grado di produrre accordi bilaterali con tutti i Paesi confinanti verso i quali esista un flusso di lavoratori frontalieri;

ad appoggiare ed evidenziare ciò che le regioni, le province ed i comuni confinanti propongono sul tema del frontalierato;

ad assumere ogni utile iniziativa volta a sanare l’inaccettabile penalizzazione dei lavoratori italiani frontalieri che hanno contribuito alla crescita economica delle zone di confine per ripristinare in favore degli stessi le procedure per il pagamento dell’indennità speciale di disoccupazione;

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ad adottare opportune iniziative per il ripristino della corretta applicazione della legge n. 147 del 1997 agevolando, per quanto di competenza, l’iter approvativo delle sue integrazioni;

a contrastare ogni azione volta a destinare il fondo a gestione separata istituito presso l’Inps per finalità diverse da quelle per le quali è stato creato.

(1-00025) «Giancarlo Giorgetti, Molteni, Matteo Bragantini, Marcolin, Gianluca Pini, Attaguile, Fedriga, Caon, Caparini, Busin, Grimoldi, Prataviera, Rondini, Marguerettaz, Allasia».

La Camera,

premesso che:

la regione Emilia-Romagna, a partire dal 5 marzo 2013, è stata interessata dal susseguirsi di numerosi fenomeni precipitativi intensi e dal contestuale scioglimento del manto nevoso;

le stagioni invernali e primaverili del 2012-2013 si configurano tra le più piovose degli ultimi 30 anni: la cumulata di precipitazioni piovose relativa al solo mese di marzo 2013 è paragonabile solo ad un analogo fenomeno verificatesi nei primi anni ’60;

negli ultimi 40 giorni, compresi fra il primo marzo e il sette aprile 2013, sono caduti da due a oltre quattro volte i quantitativi di pioggia attesi dalla climatologia di questo periodo;

mediamente, si sono verificate precipitazioni superiori ai 150 millimetri su tutta la regione, con punte oltre i 250 millimetri sulle colline emiliane, e valori oltre i 600 millimetri sul crinale appenninico tosco-emiliano. Valori ben superiori a quelli attesi nel periodo considerato, pari a 70-80 millimetri;

nevicate hanno interessato il crinale appenninico occidentale, facendo registrare 40-50 centimetri di accumulo al suolo nel piacentino e nel parmense e 20 centimetri nel modenese;

le piogge e lo scioglimento della neve, oltre a causare dissesti, hanno sollecitato in particolare i bacini idrici di Enza, Secchia, Panaro, Reno e Crostolo, affluenti compresi, causando la formazione di piene eccezionali;

per almeno 5/6 eventi di piena di ciascun corso d’acqua è stato superato il livello di preallarme e talvolta il livello di allarme: il Crostolo ha raggiunto livelli mai registrati dagli anni ’80; il Reno – nelle sezioni di Vergato e Casalecchio – ha segnato il terzo massimo valore storico dal 1981 e nella sezione di Sasso Marconi ha superato il livello di allarme, segnando il massimo assoluto della serie storica a partire dal 1981;

le conseguenze sul territorio e l’insieme di segnalazioni di danno, come di seguito rappresentati in sintesi, meritano un’attenzione straordinaria da parte dello Stato e del Governo;

gli eventi, in effetti, hanno interessato tutte le province della regione Emilia-Romagna, ma in particolare quelle di Parma, Reggio Emilia, Modena e Bologna, e 184 comuni con oltre 1400 segnalazioni pervenute da parte di comuni, province, consorzi di bonifica, AIPO, servizi tecnici regionali:

circa 500 sono segnalazioni di natura idraulica sia alla rete idraulica principale e secondaria naturale che al reticolo artificiale di bonifica;

nell’area del cratere del terremoto del maggio 2012, si sono attivati gli allagamenti programmati previsti dal piano interregionale di emergenza per il rischio idraulico;

circa 900 sono segnalazioni relative a dissesti che hanno provocato 21 interruzioni su strade comunali, con l’isolamento di 20 località o abitazioni, interessando circa quaranta persone in diverse località, 15 strade provinciali danneggiate con interruzione totale del transito, 47 strade comunali e 73 strade provinciali con carreggiata ridotta o con transito limitato, interruzioni sulle strade statali di competenza dell’Anas;

cinquantun persone sono state evacuate in dieci comuni: Casalfiumanese, San Benedetto Val di Sambro e Vergato (Bologna), Marano sul Panaro e Palagano (Modena), Tizzano Val Parma (Parma), Canossa, Carpineti, Castellarano e Vetto (Reggio Emilia);

sono inoltre state riscontrate ulteriori situazioni di potenziale rischio per 15 edifici residenziali (sui quali al momento non sono state emesse ordinanze di evacuazione) e per 6 edifici produttivi/allevamenti, con sospensione o riduzione dell’attività;

il quadro dei danni non è ancora definitivo, soprattutto in relazione alla possibile evoluzione dei dissesti nelle prossime settimane. A tal proposito, si evidenzia che nel territorio collinare e montano è tuttora attivo lo stato di attenzione per dissesti idrogeologici diramato con l’allerta di protezione civile n. 72/2013, con scadenza il 22 aprile 2013;

a fronte di questa drammatica situazione, in data 5 aprile 2013 il presidente della giunta regionale dell’Emilia-Romagna ha inviato al Governo la richiesta di dichiarazione dello stato di emergenza per tutto il territorio regionale, e tra sabato 6 e lunedì 8 aprile i tecnici del dipartimento nazionale di protezione civile hanno concluso le verifiche necessarie al Governo per deliberare lo stato di emergenza;

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le valutazioni dei tecnici della protezione civile saranno immediatamente presentate al tavolo del Consiglio dei ministri. Dai sopralluoghi, dalle verifiche tecniche e dalle segnalazioni degli enti è emersa la necessità di eseguire interventi di somma urgenza per un totale di oltre 116 milioni di euro – significativamente superiore ai 63 milioni indicati nella richiesta di dichiarazione dello stato di emergenza, in considerazione dell’evoluzione eccezionalmente negativa degli eventi in atto;

per evitare maggiori danni in caso del ripetersi di analoghi eventi, sarà necessario altresì realizzare interventi urgenti di messa in sicurezza, e la quantificazione dei relativi oneri potrà essere definita solo al completamento delle verifiche e delle valutazioni in atto;

agli oneri sopra segnalati si devono aggiungere quelli per l’autonoma sistemazione dei cittadini sfollati dalle loro abitazioni. Inoltre, considerati i gravi effetti dei fenomeni sul patrimonio edilizio privato e sulle attività produttive, che vanno ad aggiungersi ai danni provocati dal terremoto, sembra necessario prevedere un provvedimento normativo ad hoc per il ristoro dei danni;

la regione Emilia-Romagna, a fronte di queste necessità, ha attivato complessivamente un ammontare di oltre 1,1 milioni di euro: 950 mila euro ai sensi dell’articolo 10 della legge regionale n. 1 del 2005, che reca norme in materia di protezione civile e che stabilisce che al verificarsi o nell’imminenza di una situazione di pericolo, anche in assenza della dichiarazione dello stato di crisi o di emergenza, che renda necessari interventi indifferibili e urgenti, il direttore dell’agenzia regionale di protezione civile possa assumere impegni di spesa nei limiti delle disponibilità dei capitoli del bilancio dell’agenzia regionale a ciò specificamente destinati; 165 mila euro per pronti interventi a favore dei consorzi di bonifica, stanziati dall’assessorato all’agricoltura;

al fine di proseguire nella strategia regionale finalizzata alla sicurezza territoriale, si ritiene indispensabile chiedere al Governo un impegno concreto affinché siano perfezionate alcune procedure finanziamento tuttora in corso, relative:

al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 23 marzo 2013, recante la ripartizione delle risorse di cui all’articolo 1, comma 548, della legge stabilità per il 2013 (legge n. 228 del 2012), relative all’emergenza alluvionale del novembre 2012, che nell’allegato 1 definisce il riparto dei fondi destinando all’Emilia-Romagna 8,8 milioni di euro per investimenti;

al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 23 marzo 2013, recante la ripartizione delle risorse di cui all’articolo 1, comma 290, della legge di stabilità 2013, relative – per l’Emilia-Romagna – all’emergenza neve verificatasi nel febbraio 2012, che nell’allegato 1 definisce il riparto dei fondi destinando alla regione 12,8 milioni di euro in tre annualità, di cui 5 milioni di euro per il 2013;

all’accordo di programma finalizzato alla «Programmazione e finanziamento di interventi urgenti e prioritari per la mitigazione del rischio idrogeologico» sottoscritto in data 3 novembre 2010 dal Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e dal presidente della regione Emilia-Romagna, sulla base dell’articolo 2, comma 240, della legge finanziaria 2010 (legge n. 191 del 2009), che ha previsto l’assegnazione di fondi, pari a un miliardo di euro, per interventi di risanamento ambientale a piani straordinari diretti a rimuovere le situazioni a più elevato rischio: degli 81 milioni di euro attribuiti alla regione Emilia-Romagna complessivamente sono state stanziate ad oggi risorse per 57,4 milioni di euro, di cui 24 milioni sono stati recentemente assegnati e renderanno possibile la realizzazione di 46 interventi già definiti nel piano triennale (2011-13) per la prevenzione del rischio idrogeologico. Inoltre, con lettera in data 15 febbraio 2013, l’assessore regionale Gazzolo ha richiesto al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare l’attribuzione alla regione di ulteriori 280 milioni di euro per necessità urgenti relative alla manutenzione e messa in sicurezza del territorio. La richiesta è stata ribadita con successiva lettera dell’assessore in data 9 aprile 2013, nella quale è stata evidenziata la necessità di un flusso costante di risorse statali da destinare anche alla manutenzione ordinaria del territorio,

impegna il Governo:

a dare pronta risposta alle richieste presentate dalla regione Emilia-Romagna, al fine di consentire alla stessa, nonché all’insieme degli enti locali e dei territori coinvolti, di poter provvedere in tempi rapidi al ripristino dei danni al patrimonio pubblico, al ristoro dei cittadini e delle imprese coinvolte e all’avvio della fase di ritorno alla normalità;

ad assumere iniziative per prevedere per la regione Emilia-Romagna e gli enti locali coinvolti dalle calamità, la deroga al patto di stabilità interno relativamente alla spesa per investimenti, al fine di permetter loro di approntare autonomi interventi con oneri a valere su fondi disponibili nei bilanci regionale e comunali;

relativamente a quanto previsto dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 23 marzo 2013, recante la ripartizione delle risorse di cui all’articolo 1, comma 290, della legge di stabilità 2013, a finanziare, con una quota fino ad un massimo del 25 per cento, interventi strutturali anche a favore dei soggetti privati e delle attività produttive danneggiate.

(1-00026) «Lenzi, Ghizzoni, Richetti, Baruffi, Marchi, De Maria, Fabbri, Braga».

La Camera,

premesso che:

l’Autorità garante della concorrenza e del mercato il 22 febbraio 2013 ha pubblicato i risultati dell’indagine conoscitiva riguardante la procedura di risarcimento diretto e gli assetti concorrenziali del settore della responsabilità civile auto allo scopo di accertare le cause dell’andamento dei premi e dei costi, nonché di individuare le possibili implicazioni concorrenziali della disciplina attuativa della procedura di risarcimento diretto;

detta indagine, infatti, conferma che i premi responsabilità civile auto in Italia sono in media più elevati e crescono più velocemente rispetto a quelli dei principali Paesi europei: il premio medio è più del doppio di quelli di Francia e Portogallo, supera quello tedesco dell’80 per cento circa e quello olandese di quasi il 70 per cento;

la crescita dei prezzi per l’assicurazione sul periodo 2006-2010 è stata quasi il doppio di quella della zona euro e quasi il triplo di quella registrata in Francia;

parallelamente il nostro Paese si caratterizza per la frequenza sinistri e il costo medio dei sinistri più elevati tra i principali Paesi europei: in particolare, la frequenza sinistri è quasi il doppio di quella in Francia e in Olanda e supera di circa il 30 per cento quella in Germania; il costo medio dei sinistri in Italia supera quello della Francia di circa il 13 per cento, quello della Germania di oltre il 20 per cento ed è più del doppio di quello del Portogallo;

tuttavia, il numero delle frodi accertate ai danni delle compagnie in Italia appare quattro volte inferiore a quello accertato dalle compagnie nel Regno Unito e la metà di quello accertato in Francia;

l’indagine conferma, analizzando le polizze reali, aumenti molto forti successivi all’introduzione del risarcimento diretto, talvolta indicato con la sigla CARD, convenzione tra assicuratori per il risarcimento diretto. Detta forma di risarcimento, nell’ambito del diritto delle assicurazioni, è la procedura di rimborso assicurativo che dal 1o febbraio 2007 in caso d’incidente stradale consente ai danneggiati non responsabili (o parzialmente non responsabili) di essere risarciti direttamente dal proprio assicuratore. In verità, il presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, in occasione della relazione annuale sull’attività svolta nel 2010, aveva già ha affermato che il meccanismo dell’indennizzo diretto non ha funzionato sino ad oggi e che rimangono profondi squilibri nei premi pagati tra gli assicurati in base alla provenienza geografica;

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Operativi su tutto territorio Italiano

 

la citata indagine condotta dall’Antitrust è stata condotta su sette ipotetici profili di assicurati diversi, ciascuno dei quali con caratteristiche di rischio diverse;

ad ogni compagnia è stato quindi chiesto di fornire informazioni sui premi effettivamente corrisposti da ciascun profilo di assicurato in ciascuna delle trenta province analizzate. I premi per la responsabilità civile auto sono cresciuti sull’arco temporale analizzato (2007-2010) a tassi piuttosto significativi per quasi tutti i profili di assicurato e in larga parte degli ambiti provinciali considerati nell’indagine, sia per i soggetti maschili che femminili;

i pensionati con vetture di piccola cilindrata, i giovani con ciclomotori e i quarantenni con i motocicli sono le categorie di assicurati per le quali i premi sono aumentati in gran parte delle province incluse nel campione analizzato;

ad esempio, gli aumenti annui medi delle polizze responsabilità civile auto a livello provinciale sul periodo 2007-2010 hanno raggiunto il 20 per cento nel caso di un neo-patentato con un’auto di piccola cilindrata, il 16 per cento all’anno per un quarantenne con un’autovettura di media cilindrata, il 9-12 per cento per un pensionato (donna o uomo) con un’autovettura di piccola cilindrata, il 12-14 per cento all’anno per un diciottenne (donna o uomo) con un ciclomotore e superato il 30 per cento annuo per un quarantenne (donna o uomo) che assicura un motociclo;

secondo l’ANIA, l’associazione fra le imprese assicuratrici, i prezzi della responsabilità civile auto sono più alti a causa di una frequenza dei sinistri doppia, di risarcimenti molto più elevati (soprattutto per i danni alla persona) e di una inadeguata azione di contrasto ai reati di frode in assicurazione;

le province con gli aumenti più significativi sono localizzate nella gran parte dei casi nel Centro-Sud Italia; tali province si caratterizzano, infatti, per una crescita dei premi superiore a quella riscontrata nel Nord Italia;

nel 2012, il Governo Monti ha introdotto con i decreti-legge n. 1 e n. 179 del 2012 diverse disposizioni che riguardano il tema delle liberalizzazioni, del risarcimento diretto e delle frodi nel settore assicurativo;

in particolare, il decreto-legge n. 179 del 2012 ha vietato il rinnovo tacito del contratto responsabilità civile auto per il quale ha inoltre previsto la definizione di un «contratto base» nel quale devono essere contenute tutte le clausole necessarie ai fini dell’adempimento di assicurazione obbligatoria. Tale contratto base deve essere, tuttavia, ancora definito con decreto del Ministro dello sviluppo economico, sentiti l’IVASS, l’ANIA e le principali associazioni rappresentative degli intermediari assicurativi. In precedenza, il decreto-legge n. 1 del 2012 (il cosiddetto decreto liberalizzazioni) ha previsto diverse disposizioni volte a rendere più concorrenziale e trasparente il settore assicurativo al fine di ridurre il costo delle polizze anche attraverso il contrasto alle frodi. Ad esempio, sono state previste la volontaria ispezione del veicolo e la «scatola nera» che consentono una riduzione delle tariffe nonché una restrizione della risarcibilità per le lesioni di lieve entità alla persona. Il decreto-legge n. 1 del 2012, intervenendo sul sistema del risarcimento diretto, ha introdotto un nuovo criterio che deve essere definito dall’IVASS, per il funzionamento del sistema al fine di incentivare l’efficienza produttiva delle imprese ed in particolare il controllo dei costi dei risarcimenti e l’individuazione delle frodi;

in questi ultimi mesi diverse associazioni hanno elaborato piani e proposte per riformare radicalmente il settore della responsabilità civile auto, porre un freno al caro tariffe e riuscire a garantire un risparmio reale agli assicurati, con particolare riferimento a quelli virtuosi, che non commettono sinistri con colpa;

secondo l’Associazione Federconsumatori Campania anche un numero esiguo di interventi immediati di carattere normativo potrebbe rivelarsi cruciale per ottenere concretamente una diminuzione delle tariffe della responsabilità civile auto;

ad avviso di tale associazione, in particolare, nel complesso la novità maggiore potrebbe essere ricondotta all’introduzione dell’obbligo di pubblicità per le statistiche sui sinistri responsabilità civile auto, che farebbe finalmente riflettere su quanto siano eccessive le differenze tariffarie tra alcune province del Nord e del Sud Italia. E ciò non perché le compagnie assicuratrici tengano segretate dette statistiche, ma perché quelle fornite presentano spesso numerose discrepanze con altre elaborate da altri enti o organi assolutamente comunque attendibili, come ad esempio quelle elaborate dall’ISTAT;

inoltre, considerando che anche l’IVASS (Istituto per la vigilanza nella assicurazioni) recentemente ha messo in luce quanto il sospetto di discriminazioni assicurative sia sempre di più una certezza, non si riesce ragionevolmente a capire in base a quali parametri un soggetto assicurato della provincia di Napoli – a parità di sinistrosità – possa arrivare a pagare quattro o cinque volte la tariffa media di alcune province del Nord;

altre richieste di modifica normativa avanzate dalla predetta Associazione riguardano l’ulteriore inasprimento delle pene per chi compie il reato di frode assicurativa (che attualmente prevede la reclusione da sei mesi a quattro anni), la fissazione a quindici giorni dei tempi di prescrizione per la denuncia di un sinistro ed, ancora, l’introduzione del divieto di cessione del credito assicurativo;

la denuncia del sinistro di cui sopra deve avvenire in tempi brevissimi. A questo proposito è bene precisare che per la denuncia di sinistri (che la legge definisce «avviso»), il legislatore ha fissato il termine di tre giorni, salvo che la polizza fissi periodi più lunghi (si usa allungare tale termine dilatorio sino a giorni cinque, sette, dieci, quindici o un mese). Qualora la denuncia dovesse pervenire oltre tale termine, l’assicuratore può: a) in caso di dolo, rifiutare la prestazione assicurativa; b) in caso di colpa, ridurre l’indennità in ragione del pregiudizio sofferto. Ovviamente è l’assicuratore che deve provare d’aver avuto un pregiudizio ed in quale misura (in altri termini se il ritardo non crea pregiudizio, il sinistro può essere denunciato entro due anni, poi e prescritto). In considerazione del fatto che qualche assicuratore, di fronte ad un ritardo, anche minimo, contesta in toto l’indennizzo è bene sottolineare che ciò deve avvenire solo in caso di dolo provato dell’assicurato, mentre per la colpa conclamata vale solo la riduzione dell’indennizzo nella esatta misura del pregiudizio sofferto e provato (confronta sul punto gli articoli n. 1913, 1915 e 2952 del codice civile);

l’introduzione del divieto di cessione del credito assicurativo rappresenterebbe, invece, una disposizione essenziale per combattere le frodi in tale settore. Il divieto di cessione del credito dei diritto al risarcimento del danno è causa di speculazioni e aumenti immotivati degli indennizzi: la cessione del diritto al risarcimento dei danni derivanti dalla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti costituisce una pratica diffusa che determina un’alterazione dei rapporti tra creditore della prestazione risarcitoria, da una parte, e debitore responsabile dell’evento dannoso e suo assicuratore, dall’altra. La prassi consiste nell’acquisto da parte di intermediari di tali diritti di credito, senza che vi sia stata alcuna valutazione dei danni in contraddittorio con il responsabile, e nella successiva ripresentazione della pretesa risarcitoria nei confronti dell’impresa di assicurazione con tentativo di lucrare, aumentandole, sulle somme destinate al ristoro del danno. Ciò determina sia il rischio che il danneggiato si veda liquidate in via anticipata somme non congrue rispetto al danno subito, sia una ricorrente speculazione che conduce ad un incremento del danno, a esclusivo vantaggio dell’intermediario dei sinistri. Il divieto della cessione del credito (fatta salva l’ipotesi che l’assicuratore abbia accettato la cessione del suo debito) rappresenta per altro una proposta condivisa con le maggiori associazioni dei consumatori;

infine, secondo l’Associazione Federconsumatori Campania sarebbe comunque difficile immaginare un sistema assicurativo equo senza che venga approvato un apposito provvedimento sulla cosiddetta «tariffa unica». In buona sostanza, secondo Federconsumatori Campania, salvo qualche differenza relativa ai costi gestionali sarebbe difficile giustificare a cittadini di province differenti tariffe diverse tra loro, specialmente se le differenze arrivano fino a 1.000 euro, quando essi si trovano nella condizione di guidatori virtuosi, ovvero senza sinistri segnati sull’attestato di rischio,

impegna il Governo:

ad adottare ogni iniziativa normativa volta:

a) a prevedere l’introduzione dell’obbligo da parte delle compagnie di assicurazione di comunicare le statistiche in base alle quali viene calcolata la tariffa ed il premio per provincia di residenza;

b) ad inasprire ulteriormente le pene per il compimento del reato di frode assicurativa di cui all’articolo 642 del codice penale;

c) a fissare a 15 giorni i termini di prescrizione per la denuncia di un sinistro;

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d) ad introdurre il divieto di cessione del credito assicurativo;

e) a prevedere un tetto massimo di differenziazione geografica per gli assicurati;

f) ad approvare rapidamente i provvedimenti di attuazione, ancora fermi, derivanti dalle misure sulle liberalizzazioni varate nel 2012 con riferimento al settore assicurativo.

(1-00027) «Scotto, Migliore, Lacquaniti, Ferrara».

ATTI DI CONTROLLO

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Interpellanze:

I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, per sapere – premesso che:

con delibera del Cipe – Comitato interministeriale per la programmazione economica – n. 86 del 18 novembre 2010 (Gazzetta Ufficiale 6 aprile 2011 S.G.) veniva approvato il progetto definitivo del cunicolo esplorativo de La Maddalena (Chiomonte), opera considerata propedeutica alla progettazione del nuovo collegamento internazionale Torino-Lione;

il predetto progetto definitivo è stato redatto «avendo come riferimento tecnico il progetto esecutivo del cunicolo esplorativo di Venaus» come si legge nella citata delibera del Cipe nelle «prese d’atto», al punto 1, lettera C) (a pagina 47 della Gazzetta Ufficiale citata), opera, di fatto abbandonata e non è esistito alcun progetto preliminare del cunicolo esplorativo de La Maddalena a Chiomonte;

il progetto esecutivo preso a «riferimento» per il progetto definitivo del cunicolo esplorativo de La Maddalena a Chiomonte aveva ad oggetto un’opera ben diversa per:

localizzazione di imbocco (Venaus distante da Chiomonte La Maddalena circa 4 chilometri);

altitudine (Venaus imbocco cunicolo 566,85 mslm-Chiomonte La Maddalena 671,50 mslm);

bacino orografico e idrografico (Venaus torrente Cenischia, Chiomonte La Maddalena torrente Clarea);

lunghezza (metri lineari Venaus 7.068-Chiomonte La Maddalena 7.601);

inclinazione rispetto al tunnel di base diversa (il cunicolo di Venaus era previsto parallelo al tunnel di base, mentre il cunicolo di Chiomonte La Maddalena lo intercetterebbe dopo ben 3.600 metri vanificando, di fatto, l’utilità di esplorazione geognostica del futuro tunnel di base);

va tenuto conto di quanto rappresentato dalle numerosissime prescrizioni e raccomandazioni imposte dallo stesso Cipe (allegato 1 della citata delibera Cipe) che ha parzialmente recepito quelle espresse dalla giunta regionale del Piemonte del 7 ottobre 2010 n. 54;

le predette prescrizioni (128) e raccomandazioni (3), previste unitariamente quale condizione sospensiva dell’efficacia della delibera stessa (vedi articolo 1.3 della citata delibera del Cipe: «Le prescrizioni cui resta subordinata l’approvazione del progetto, proposte dal Ministero delle infrastrutture…»), dovevano essere necessariamente recepite nel progetto esecutivo;

la citata delibera del Cipe obbligava il soggetto aggiudicatore, individuato nella società Lyon Turin Ferroviaire LTF, a recepire, prima dell’inizio dei lavori, le citate 131 prescrizioni e raccomandazioni, con obbligo alla LTF di comunicare tale adempimento (prima dei lavori) al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e con obbligo di quest’ultimo a darne comunicazione alla Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica, come si legge al punto 4.2 della delibera stessa: «Il soggetto aggiudicatore provvederà, prima dell’inizio dei lavori previsti nel citato progetto definitivo, a fornire assicurazioni al predetto Ministero sull’avvenuto recepimento, nel progetto esecutivo, delle prescrizioni riportate nel menzionato allegato 1; il citato Ministero procederà, a sua volta, a dare comunicazione al riguardo alla Presidenza del Consiglio dei ministri – DIPE.»;

la redazione del progetto esecutivo doveva intervenire prima dell’inizio dei lavori, come da cronoprogramma indicato nella citata delibera ove espressamente si legge: «che il cronoprogramma di realizzazione dell’intervento prevede 4 mesi circa per la progettazione esecutiva e 53 mesi circa per la esecuzione dei lavori …», distinguendo nettamente la fase di progettazione dalla fase di esecuzione dei lavori che doveva intervenire non prima della fase di progettazione esecutiva –:

se risulti al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti l’ottemperanza, da parte del soggetto aggiudicatore Lyon Turin Ferroviaire, di quanto deliberato dal Cipe al punto 1.3 e al punto 4.2 citati;

se risulta altresì al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti l’avvenuta redazione, da parte del soggetto aggiudicatore e prima dell’inizio dei lavori in Chiomonte, del progetto esecutivo dell’opera «cunicolo esplorativo de La Maddalena» ed il recepimento in esso delle imposte 131 prescrizioni e raccomandazioni «… cui resta subordinata l’approvazione del progetto» e ciò in ottemperanza a quanto deliberato dal Cipe al punto 1.3 e al punto 4.2.;

nel caso in cui la verifica richiesta evidenzi l’inottemperanza da parte di LTF agli obblighi contenuti nelle disposizioni richiamate della delibera del Cipe n. 86 del 18 novembre 2010, come d’altronde è desumibile dalle dichiarazioni del commissario straordinario del Governo sulla Torino-Lione, nonché presidente dell’Osservatorio tecnico sulla Torino-Lione e capo delegazione italiana presso la CIG italo/francese, architetto Virano, si richiede quali saranno gli intendimenti del Governo in ordine:

a) ai mancati controlli sulle disposizioni, imposte dal Cipe da parte dei funzionari preposti al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e della cosiddetta «struttura tecnica di missione»;

b) alla sospensione dei lavori così intrapresi dall’aggiudicatore presso il comune di Chiomonte, località La Maddalena e ciò in violazione di quanto imposto dal Cipe che subordinava l’efficacia della propria delibera alla redazione di un unitario progetto esecutivo.

(2-00028) «Della Valle, Agostinelli, Alberti, Artini, Baldassarre, Barbanti, Baroni, Basilio, Battelli, Bechis, Benedetti, Massimiliano Bernini, Paolo Bernini, Nicola Bianchi, Bonafede, Brescia, Brugnerotto, Businarolo, Busto, Cancelleri, Cariello, Carinelli, Caso, Castelli, Catalano, Cecconi, Chimienti, Ciprini, Colletti, Colonnese, Cominardi, Corda, Cozzolino, Crippa, Currò, Da Villa, Dadone, Daga, Dall’Osso, D’Ambrosio, De Lorenzis, De Rosa, Del Grosso, Dell’Orco, Di Battista, Di Benedetto, Luigi Di Maio, Manlio Di Stefano, Di Vita, Dieni, D’Incà, D’Uva, Fantinati, Ferraresi, Fico, Fraccaro, Frusone, Furnari, Gagnarli, Gallinella, Luigi Gallo, Silvia Giordano, Grande, Grillo, Cristian Iannuzzi, L’Abbate, Labriola, Liuzzi, Lombardi, Lorefice, Lupo, Mannino, Mantero, Marzana, Micillo, Mucci, Nesci, Nuti, Parentela, Pesco, Petraroli, Pinna, Pisano, Prodani, Rizzetto, Rizzo, Paolo Nicolò Romano, Rostellato, Ruocco, Sarti, Scagliusi, Segoni, Sibilia, Sorial, Spadoni, Spessotto, Tacconi, Terzoni, Tofalo, Toninelli, Tripiedi, Turco, Vacca, Simone Valente, Vallascas, Vignaroli, Villarosa, Zaccagnini, Zolezzi».

I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, per sapere – premesso che:

la nostra Costituzione, nella parte dei princìpi fondamentali, dopo aver sancito all’articolo 8, primo comma, che «tutte le Confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge», stabilisce che anche quelle «diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano», fissando il principio secondo cui «i loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze»;

l’intervento del legislatore costituente, pur nella sopravvivenza della normativa preesistente basata sul principio dei cosiddetti «culti ammessi», espressione della volontà del legislatore fascista, ne circoscrive l’ambito e le modalità applicative, grazie al novellato strumento delle «intese», chiamato a regolare i rapporti con le confessioni religiose diverse da quella cattolica;

in ragione di quanto richiamato si sono succedute nel tempo numerose intese che hanno regolato, anche in tempi molto recenti, i rapporti fra molteplici confessioni religiose e lo Stato;

la legge regionale della Lombardia n. 12 dell’11 marzo del 2005, «legge per il Governo del territorio», che all’articolo 52 si occupa, in particolare, dei «mutamenti di destinazione d’uso con e senza opere edilizie», ha introdotto una disciplina fortemente restrittiva in relazione al mutamento di destinazione d’uso di immobili finalizzati alla creazione di luoghi di culto, assoggettandoli a permesso di costruire (articolo 52, comma 3-bis, della legge citata);

tale legge, ai sensi di quanto disposto dagli articoli 52 e 53, vincola quindi il cambio di destinazione d’uso di locali ab origine aventi destinazione differente dal culto a condizioni restrittive non previste per altre tipologie di locali, assegnando grande discrezionalità in capo alle amministrazioni locali e associando a tale discrezionalità un meccanismo sanzionatorio particolarmente severo;

quanto ne emerge è che, ad oggi, nei fatti, è possibile ottenere in via automatica la destinazione d’uso di locali già adibiti a cinema o a teatro, per ristrutturarli e trasformarli in un supermercato, ma non lo è invece aprire un luogo di culto di una confessione religiosa diversa da quella cattolica, pur nel rispetto dei piani di governo del territorio locali e nell’esperimento pieno e completo delle prescrizioni della normativa sulla sicurezza;

la puntuale applicazione della norma richiamata ha portato alla chiusura di più di venti luoghi di culto, punti di riferimento per comunità evangeliche e protestanti, composte soprattutto da immigrati neri d’Africa e, non ultimo, al caso della chiesa pentecostale «Christ Peace and Love» di Gorle (Bergamo), il cui luogo di culto di proprietà è stato oggetto di confisca, una vicenda solo da poco risolta con l’annullamento del provvedimento da parte del TAR di Brescia e la restituzione dell’immobile alla comunità;

tale legge della regione Lombardia che, riguardo quanto previsto dalla disposizione citata, non trova precedenti in altre regioni, ha finito di fatto per limitare l’esercizio della libertà sancita dall’articolo 8 della Costituzione, senza che venisse peraltro motivata dal legislatore l’assegnazione di poteri tanto ampi in capo alle amministrazioni locali;

ad avviso degli interpellanti, forte è il dubbio che, almeno in relazione alla questione sollevata, sia stata di fatto ripristinata la dottrina dei cosiddetti «culti ammessi», così come pensata dal legislatore fascista, in aperto contrasto con quanto previsto dall’articolo 8 della Costituzione –:

quale sia l’indirizzo politico che governa i rapporti fra lo Stato italiano e le confessioni religiose non cattoliche, considerato che questo deve in ogni caso essere informato al pieno rispetto dall’articolo 8 della Costituzione, ovvero a uno dei princìpi fondamentali della stessa.

(2-00029) «Lacquaniti, Melilla, Pellegrino, Piras, Zan».

Interrogazioni a risposta orale:

MAESTRI, FABBRI, MARCO DI MAIO, MARCHI, PETITTI, GHIZZONI e BRATTI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:

le manovre finanziarie degli ultimi anni hanno previsto significativi tagli nei trasferimenti agli enti locali. Alle province in particolare, ad ogni manovra economica, è stato richiesto un crescente contributo in termini di minori risorse per i bilanci e di vincoli alla spesa. I tagli per gli anni dal 2011 al 2013 sono di oltre 2 miliardi di euro;

le province, che pure rappresentano appena l’1,3 per cento della spesa pubblica, hanno contribuito al risanamento del Paese tagliando i propri bilanci del 25 per cento con una riduzione media della spesa corrente del 12,79 per cento ma soprattutto con effetti drammatici sulle politiche di investimento, ridottesi in pochi anni del 44 per cento. Tali interventi hanno infatti pesato principalmente nei confronti delle province che già si erano distinte per virtuosità nella gestione della spesa;

le politiche finanziarie attuate a carico delle province, come confermato dai dati diffusi dall’Unione province italiane (UPI), stanno gravemente compromettendo gli equilibri finanziari di questi enti e stanno producendo effetti negativi sulla qualità e sulla quantità dei servizi ai cittadini. Le province infatti esercitano competenze fondamentali in materia di edilizia scolastica, funzionamento del sistema scolastico e formazione professionale, sviluppo economico e servizi per il mercato del lavoro, gestione del territorio e tutela ambientale, mobilità, viabilità e trasporti;

l’articolo 10 del decreto-legge 8 aprile 2013, n. 35, ha previsto, senza alcuna preventiva concertazione, un ulteriore inasprimento delle riduzioni di trasferimenti da imputarsi a ciascuna provincia. Tale provvedimento, per le sole province dell’Emilia-Romagna, dispone una riduzione complessiva di oltre 83,7 milioni di euro per gli anni 2013 e 2014;

il previsto riordino complessivo del sistema delle autonomie locali e in particolare delle province, pur condivisibile stante la necessità di ridurre e razionalizzare i costi di funzionamento della pubblica amministrazione, non può prescindere dall’assicurare alle istituzioni locali la possibilità di assolvere appieno alle competenze e alle funzioni ad esse affidate dalla normativa nazionale e regionale –:

quali iniziative di competenza intendano avviare al fine di scongiurare che i tagli ai bilanci degli enti locali possano determinare il dissesto finanziario delle amministrazioni provinciali e garantire che le stesse siano poste nelle condizioni di poter assolvere appieno agli obblighi istituzionali a cui sono ancora preposte e svolgere le funzioni fondamentali loro assegnate;

se il Governo non ritenga di riconsiderare una così consistente riduzione delle risorse trasferite alle province nelle more di un complessivo riordino del sistema delle autonomie. (3-00026)

QUINTARELLI e GALGANO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’economia e delle finanze, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

il 31 marzo 2008 il Bureau International des Expositions, l’organismo internazionale che sovrintende all’organizzazione delle grandi manifestazioni, assegnava a Milano l’Expo 2015;

il 1o maggio 2015 è fissata l’inaugurazione dell’evento che avrà come tema «Nutrire il pianeta – energia per la vita» ma, secondo una indagine Eurisko, appaiono molto carenti le informazioni e la notorietà di Expo 2015 per cui ai fini del successo dell’evento saranno fondamentali la comunicazione e la visibilità mediatica;

i lavori sono iniziati nel 2011, ma da allora è un ritardo continuo su tutta la linea;

in una intervista al Corriere della Sera del 16 aprile 2013, l’amministratore delegato di Expo 2015, Giuseppe Sala, dichiarava che occorreva stare attenti a non sprecare questa occasione, «che per i lavori cominciano i due anni cruciali» e che «serve una legge speciale» altrimenti si rischia di non farcela. Una richiesta in tal senso sarebbe stata avanzata al Governo e ora, si spera che «il Governo Monti nei prossimi giorni decida»;

nel corso della riunione svoltasi il 9 marzo 2013 a palazzo Chigi per «prendere diretta conoscenza degli sforzi intrapresi e degli importanti progressi ottenuti nella progettazione e preparazione dell’Expo» il Presidente del Consiglio Monti ha confermato «pienamente tutti gli impegni già presi nel passato» e che continuerà «a collaborare efficacemente con tutte le autorità territoriali, i numerosi partners e sostenitori dell’evento»;

nonostante la crisi, il Governo ha confermato gli impegni presi, con 833 milioni di euro da investire per il sito espositivo e il progetto delle vie d’acqua, «spalmati» nel periodo 2012-2015;

sul territorio l’evento è molto atteso anche per le positive ricadute occupazionali: sono previsti 61 mila posti di lavoro in più in media nei prossimi anni, 136 mila solo nel 2014 secondo il presidente della Lombardia, nonché commissario generale di Expo, Formigoni;

è opinione comune che Expo rappresenti un’occasione unica per il rilancio del Paese: sia per l’unicità dell’evento, sia per il tema, il «food», fortemente identificato nel mondo con l’Italia, sia per la possibilità di disporre di una vetrina internazionale per i prodotti tecnologici e tutta la filiera dell’innovazione italiana;

al momento sono arrivate le conferme sulla presenza di 125 Paesi, ma finora Stati Uniti (nonostante l’accordo con la Disney), Inghilterra, Canada, Australia non hanno aderito, mentre altre nazioni europee come Olanda, Finlandia, Portogallo, Svezia, Grecia e Lussemburgo hanno già detto che non parteciperanno;

l’eventuale slittamento o la cancellazione dell’evento causerebbe il pagamento di una penale in favore della Turchia (la candidatura di Smirne è arrivata seconda) che potrebbe arrivare a 119 milioni di euro;

nel 2017 il Kazakistan ospiterà un’Expo per cui, in caso di ritardi, vi sarebbe il rischio di sovrapposizioni che potrebbero annullare l’evento milanese;

dal punto di vista organizzativo non si comprendono i motivi sia della soppressione della divisione information technology (sparpagliando le competenze tra le nuove divisioni) e del suo CTO, Valerio Zingarelli, che della divisione sales e marketing, fondamentale per il risultato di Expo sia in termini di visitatori che di incasso, ridistribuendo anche in questo caso la comunicazione su una serie di funzioni di secondo livello –:

quale sia stato, in quali termini e con quali risorse, l’impegno del Governo per supportare la manifestazione che, è opportuno ricordarlo, rappresenta l’unico evento mondiale che il nostro Paese organizzerà nei prossimi anni e che riguarda un settore strategico della economia italiana;

se sia a conoscenza dei motivi che hanno determinato l’ennesima riorganizzazione di Expo 2015;

quali iniziative di competenza si intendano adottare al fine di sollecitare la realizzazione dei lavori in tempo utile;

se non si intenda avere chiarimenti sulla reale situazione del rapporto con gli USA sia per quanto concerne il padiglione americano e sia per i rapporti con le multinazionali e le imprese degli USA e se quello con la compagnia Disney sia un vero accordo di merchandising oppure solo una operazione promozionale. (3-00027)

Interrogazioni a risposta scritta:

ARLOTTI e PETITTI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

la provincia di Rimini, così come l’Emilia-Romagna a partire dagli inizi di marzo 2013, è stata interessata dal susseguirsi di numerosi fenomeni meteoclimatici con intense precipitazioni;

le stagioni invernali e primaverili sono fra le più piovose degli ultimi 30 anni e la sola intensità delle piogge del mese di marzo 2013 ha come paragone un analogo fenomeno verificatosi agli inizi degli anni 60;

si sono verificate precipitazioni che superano del 50 per cento i valori attesi nel periodo considerato e le nevicate delle aree collinari hanno fatto registrare oltre 50 cm di accumulo;

le piogge e lo scioglimento della neve, oltre a causare dissesti, hanno causato la formazione di abbondanti piene dei fiumi e dei torrenti che hanno causato ingenti danni che saranno ancora maggiori se non venissero eseguiti interventi di somma urgenza;

il presidente della giunta della regione Emilia-Romagna in data 5 Aprile 2013 ha inviato al Governo la richiesta di dichiarazione dello stato di emergenza per tutto il territorio regionale;

la stima dei danni causati dal maltempo che ha colpito l’Emilia-Romagna a marzo e inizio aprile è stata quantificata in 116 milioni di euro e si tratta di un dato che potrà essere soggetto a ulteriori aggiornamenti;

i danni nel territorio della provincia di Rimini sono stati momentaneamente quantificati, solamente per la parte relativa alle strutture provinciali, a 12 milioni di euro;

il quadro dei danni non è quindi definitivo, soprattutto in relazione alla possibile evoluzione dei dissesti nelle prossime settimane –:

se il Governo intenda dare pronta risposta alle richieste presentate dalla regione Emilia-Romagna, al fine di consentire alla stessa, e all’insieme degli enti locali e dei territori coinvolti, di poter provvedere in tempi rapidi al ripristino dei danni al patrimonio pubblico;

se si intenda – attraverso le necessarie iniziative – riconoscere alla regione e agli enti locali coinvolti dalle calamità la deroga al patto di stabilità interno relativamente alla spesa per investimenti, al fine di permettere loro di approntare autonomi interventi con oneri a valere sui fondi disponibili nei bilanci regionali, provinciali e comunali. (4-00266)

PIAZZONI, PALAZZOTTO e FRANCO BORDO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:

l’articolo 12 del decreto-legge n. 95 del 6 luglio 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 135 del 2012, ha soppresso l’Istituto Nazionale Ricerca Alimentazione e Nutrizione, INRAN;

l’ente INRAN è sottoposto alla vigilanza del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali e, per effetto della soppressione le funzioni e i compiti, in precedenza affidati all’ente INRAN, sono stati affidati al Consiglio per la ricerca in agricoltura (CRA);

il comma 3 del succitato articolo 12 stabilisce che: «con uno o più decreti di natura non regolamentare del Ministro per le politiche agricole alimentari e forestali, di concerto con il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione e con il Ministro dell’economia e delle finanze, da adottare entro 90 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, sono individuate le risorse umane, strumentali e finanziarie trasferite al CRA»;

il succitato decreto-legge al comma 6 individuava nel direttore generale dell’ente INRAN, la funzione di direttore delegato allo svolgimento delle attività di ordinaria amministrazione sui conti correnti già intestati all’ente soppresso che dovrebbero rimanere aperti fino alla data di emanazione del decreto o dei decreti di natura non regolamentare;

in data 18 marzo 2013 è stato emanato dal Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze e la funzione pubblica, il decreto di natura non regolamentare;

il trasferimento dei compiti e delle funzioni al CRA, a partire dalla data del 7 luglio 2012, ha comportato la soppressione dei relativi organi di governo dell’ente INRAN ossia: il Presidente, il Consiglio di amministrazione e il Collegio dei revisori dei conti;

ad oggi, in più occasioni gli organi di vertice del CRA (presidente, consiglio di amministrazione e collegio dei revisori dei conti) sollecitati anche dalle organizzazioni sindacali di categoria del comparto ricerca, hanno più volte evidenziato di non avere mai ricevuto dall’autorità vigilante specifiche indicazioni relativamente all’esercizio dei compiti e delle funzioni nella fase transitoria;

agli interroganti non risulta alcun atto contabile che consenta, con trasparenza, di valutare la gestione finanziaria e contabile dell’esercizio posto sotto la responsabilità del direttore delegato per il periodo che va dal 7 luglio 2012 al 31 dicembre 2012 e dal 1° gennaio 2013 ad oggi;

l’allegato 3 del citato decreto di natura non regolamentare si riferisce esclusivamente alla situazione contabile al 7 luglio 2012;

dallo stesso allegato 3, in relazione all’allegato 1 relativo alle risorse umane trasferite, non è dato sapere l’esatto importo trasferito a questo titolo;

l’allegato 3 del decreto di natura non regolamentare evidenzia una significativa incidenza dei residui attivi riferibili ad anni precedenti, pari ad oltre il 70 per cento del totale e da quanto è dato desumere dai bilanci pubblicati molti di questi crediti potrebbero essere in gran parte non esigibili perché riferibili ad esercizi pregressi, ossia fino al 2003;

risulta agli interroganti che nell’insieme, la situazione finanziaria e contabile dell’ente INRAN sottoposto alla vigilanza del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali, è caratterizzata da un quadro di trasferimenti di cassa, diretti e indiretti, da parte dell’autorità vigilante che sarebbero di dubbia solidità;

il contesto suddescritto rischia di determinare nel CRA una condizione di profonda instabilità finanziaria, tale da poterne compromettere in prospettiva il raggiungimento degli obiettivi istituzionali oggi ampliati dalla integrazione di ulteriori competenze;

i motivi di preoccupazione sono anche in gran parte direttamente e indirettamente evidenziati dalla relazione sulla attività di verifica amministrativo-contabile svolta dal 1° marzo 2012 al 20 aprile 2012 a cura dei Servizi ispettivi della Ragioneria Generale dello Stato;

il 30 aprile 2013 risultano in scadenza tutti i contratti a termine del personale precario senza che al momento esistano garanzie certe rispetto alla possibilità di rinnovo, nonostante la quasi totalità del personale sia titolare di elevate competenze scientifiche e pienamente operativo nell’ambito di attività già finanziate per i prossimi anni;

esiste una puntuale relazione sulla verifica amministrativa-contabile riguardante l’ente INRAN, eseguita da un dirigente dei Servizi ispettivi di finanza pubblica del Ministero dell’economia e delle finanze, inviata all’autorità vigilante in cui si stigmatizzano una serie di irregolarità amministrative-contabili –:

quali iniziative il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali intenda assumere per far sì che in tempi rapidi, l’attuale e unico responsabile della gestione finanziaria del soppresso ente INRAN, dottor Salvatore Petroli, concluda la sua attività definendo la rendicontazione della sua gestione dal 7 luglio 2012 al 18 marzo 2013, data di emanazione del decreto di natura non regolamentare;

quali atti il Governo intenda porre in essere affinché i trasferimenti finanziari a carico del CRA, per le competenze relative ai costi del personale a tempo indeterminato di cui all’allegato 1 del decreto di natura non regolamentare, siano con certezza adeguati alla totalità delle esigenze contrattuali del comparto ricerca secondo quanto previsto dall’articolo 1 del decreto di natura non regolamentare;

quali iniziative il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali intenda adottare in relazione al cospicuo «parco progetti», oggi acquisito dal CRA dal soppresso ente INRAN, per garantire i rinnovi contrattuali del personale espressamente collegato a quelle risorse finanziarie. (4-00278)

POLVERINI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’economia e delle finanze, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:

al fine dello sviluppo del settore dell’elettronica per la difesa e la sicurezza, all’interno del gruppo Finmeccanica, si è costituita, a partire dal 1o gennaio 2013, attraverso una procedura di fusione tra la Selex Sistemi Integrati, la Selex Elsag e la Selex Galileo, la società SELEX ES;

la Selex ES rappresenta la più grande azienda italiana di elettronica per la difesa, nonché l’ottavo gruppo del comparto a livello mondiale, impiegando circa 18000 addetti nel mondo, di cui 12300 in Italia, distribuiti in 48 siti su tutto il territorio nazionale;

in data 5 aprile 2013 è stato presentato, alle organizzazioni sindacali FIM-UILM-FIOM e UGL, un piano di ristrutturazione aziendale, apparentemente finalizzato alla riorganizzazione e razionalizzazione del gruppo, ma basato, quasi esclusivamente, su tagli alla produzione ed al personale, attraverso 2529 esuberi complessivi, di cui 1938 in Italia, divisi tra indiretti (non collegati direttamente alla produzione, pari al 35 per cento del totale, ossia 1098) e diretti (collegati direttamente alla produzione, pari al 10 per cento del totale, ossia 840) e 591 europei (400 solo britannici);

è stata inoltre annunciata l’intenzione di procedere a una razionalizzazione dei siti produttivi, passando dalle attuali 48 alle future 26 sedi, ed una riduzione del portafoglio prodotti da 550 a 350, conseguenti alla fusione societaria, numeri che vanno già ad aggiungersi alla riduzione degli organici per 650 unità, fatta nel 2012 dalla Selex Sistemi Integrati, la Selex Elsag e la Selex Galileo;

a Roma e nel Lazio chiudono le sedi di via Laurentina 750, Mellini, Pomezia e Via Bona, con trasferimenti previsti verso le sedi di via Tiburtina 760 e Cisterna di Latina;

si è delineata la possibilità che simili tagli, senza l’acquisizione definitiva delle risorse necessarie al finanziamento dei contratti già avviati con il Governo italiano, quali Sistri, Tetra, Agenda Digitale, Forza Nec, Soldato Futuro, M346, Radar Escan, non siano altro che l’inizio di un percorso di ulteriori riduzioni, sia del numero dei lavoratori, sia del numero dei siti produttivi;

tale piano di riassetto, illustrato dall’amministratore delegato Fabrizio Giulianini, sembra essere il presupposto indispensabile per garantire all’azienda il rafforzamento del proprio posizionamento competitivo sul mercato globale;

il gruppo Finmeccanica è il primo gruppo industriale italiano nel settore delle alte tecnologie e tra i primi dieci player mondiali nell’aerospazio, difesa e sicurezza; esso è concentrato su tre settori strategici – elicotteri, elettronica per la difesa e sicurezza e aeronautica – ed il capitale è detenuto per il 30,2 per cento dal Ministero dell’economia e delle finanze –:

se il Governo sia a conoscenza della situazione e quali siano le sue valutazioni in merito;

quali strategie di politica industriale intenda mettere in campo al fine di ricercare soluzioni che salvaguardino il patrimonio produttivo ed occupazionale;

se e quando si intendano convocare le parti in causa, le organizzazioni sindacali e le istituzioni locali al fine di garantire che le scelte vadano nella direzione dello sviluppo e del rilancio produttivo di settori strategici per la Nazione, quali l’elettronica per la difesa, e della salvaguardia di stabilimenti che rappresentano un’importantissima risorsa per il Paese, salvaguardando i livelli occupazionali, e se sussistano le condizioni per procedere, eventualmente, all’attivazione della cassa integrazione in deroga in luogo degli annunciati licenziamenti che comprometterebbero definitivamente le prospettive dell’azienda e dei lavoratori. (4-00285)

DANIELE FARINA, LACQUANITI e MELILLA. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’interno. — Per sapere – premesso che:

in data 20 giugno 2008 è stato Istituito il Dipartimento Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio con il compito di promuovere, indirizzare e coordinare le azioni di Governo atte a contrastare il diffondersi delle tossicodipendenze e delle alcooldipendenze correlate, dipartimento da allora diretto da dottor Franco Serpelloni;

tale dipartimento è autore della Relazione annuale al Parlamento su «Uso di sostanze stupefacenti e sulle tossicodipendenze in Italia», che rappresenta il più importante strumento conoscitivo sulla materia a disposizione dei parlamentari;

in un articolo apparso in data 13 aprile 2013 sul quotidiano Il Tirreno, a firma di Natalia Andreani e Annalisa D’Aprile, si afferma che: «Il Dipartimento politiche antidroga opera in pieno conflitto d’interessi: il controllore e il controllato sono la stessa entità». (…) «ora è il Cnr di Pisa a intervenire con una lettera a firma di sette ricercatori dell’Istituto di fisiologia clinica: Paola Chiellini, Valeria Siciliano, Luca Bastiani, Marco Scalese, Claudia Luppi, Stefania Pieroni e Loredana Fortunato. Un atto d’accusa in cui si torna a denunciare l’estromissione del gruppo scientifico dalla raccolta dati sulle tossicodipendenze – che fino al 2008 convergevano nella relazione annuale al Parlamento – perché i dati raccolti, dicono i ricercatori, non corrispondevano alla visione che il Dipartimento voleva dare dei propri risultati. “Le ricerche che coordinavamo erano due studi sull’uso di alcol e sostanze psicoattive sulla popolazione italiana ed europea, Espad e Ispad: entrambi i progetti erano fedeli ai parametri dell’Osservatorio europeo di Lisbona” spiega nella lettera una delle ricercatrici, Paola Chiellini. Serpelloni già nel 2008, appena insediatosi al Dipartimento, censurò la relazione preparata a Pisa. «Il giorno in cui la decima relazione doveva andare in stampa – continua Chiellini – ci costrinse a far sparire il termine “uso problematico” utilizzato per definire uno dei cinque indicatori chiave che la Ue monitora e che in tutti i Paesi si continua a usare». A luglio dello stesso anno, denuncia il gruppo di ricerca, «ai due responsabili nazionali del Cnr presso l’Osservatorio europeo viene revocato l’incarico». Ma il Dpa «pretende di avere i data base sugli studi effettuati richiedendo anche le liste delle scuole arruolate nello studio nonché le liste anagrafiche da cui è stato estratto il campione Ispad, intimandoci di inviare tutti questi dati a Bruno Genetti, della ditta privata Explora, Ricerca e analisi statistica» con sede a Vigodarzere, Padova. Poi nel corso del 2009 Serpelloni intraprende un nuovo studio con l’Università di Tor Vergata, a Roma, e propone un ’indagine nelle scuole, duplicando di fatto lo studio del Cnr. E “decide così che da quel momento in poi sarà direttamente il Dpa a condurre lo studio che dovrà fornire i dati sul Parlamento. In pieno conflitto d’interessi”. Nel 2010 la raccolta dati continua con metodiche diverse da quelle Ue. “La relazione che viene presentata dichiara che i consumi di droga sono calati drasticamente: dato non confermato né dalle nostre indagini, né dai ricoveri in ospedale o dagli accesi ai Sert, né dai sequestri di droga”. I ricercatori esprimono “molte perplessità anche sulla conduzione dell’indagine sulla popolazione generale che Serpelloni dichiara di aver fatto finanziando l’Ilo di Torino per 100mila euro l’anno”. Il gruppo di ricerca contesta duramente la privatizzazione della raccolta dati “in barba al principio di indipendenza della ricerca”. “Crediamo – concludono oggi – che il nostro lavoro debba essere messo a disposizione del Parlamento” » –:

se il Governo sia in grado di confermare la veridicità delle affermazioni esposte in premessa;

in caso affermativo, se e quali provvedimenti intendano adottare. (4-00293)

NESCI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’interno, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:

Antonino De Masi è un imprenditore che opera nell’ambito delle costruzioni meccaniche e dei servizi portuali, con sede nell’area industriale del porto di Gioia Tauro (Reggio Calabria);

le aziende del gruppo De Masi occupano circa 160 lavoratori, secondo il blog del giornalista Roberto Galullo, del quotidiano economico Il Sole 24 Ore;

nella sentenza n. 1732/07 del tribunale di Palmi, riguardo alle aziende del gruppo De Masi è scritto che «hanno un’elevata capacità tecnologica e una radicata presenza nel settore delle macchine agricole sia sul mercato nazionale che sui mercati esteri come la Spagna, il Portogallo, l’Australia e la Nuova Zelanda»;

l’imprenditore De Masi fu membro del comitato di reggenza di Confindustria Reggio Calabria, presidente della Federmeccanica di Reggio Calabria e del consorzio Gioia Tauro Sviluppo per lo sviluppo delle aziende dell’area industriale ASI di Gioia Tauro-Rosarno-San Ferdinando;

nel 2002 lo stesso denunciò l’applicazione di tassi di usura bancaria nei suoi confronti e, grazie a una sentenza della Cassazione civile (n. 46669 del 23 novembre 2011), vide poi aprire – secondo Il Quotidiano della Calabria, articolo di Michele Albanese del 2 maggio 2012 – la strada delle azioni risarcitorie contro Banca di Roma, Antonveneta e Bnl, a motivo di prestiti con «tassi usurari dal 1997 alla fine del 2002»;

De Masi è noto per le sue testimonianze pubbliche di legalità e per un modello d’impresa su base etica, cui la stampa ha dedicato attenzione, per esempio la trasmissione Report, Rai Tre, del 17 aprile 2011;

come riportato dalla testata on line L’Infiltrato, l’imprenditore «si dimise da Confindustria calabrese quando s’accorse di anomalie, chiamato da Emma Marcegaglia fra i garanti», poi denunciando che «colleghi del Nord arrivano per pagare mazzette alla ’ndrangheta e piegarsi a una legge innaturale e contro lo Stato»;

l’area industriale del porto di Gioia Tauro – dove per Repubblica.it dell’otto giugno 2012 nell’ultimo anno sono stati sequestrati 2.385 chilogrammi di cocaina, articolo di Giuseppe Baldessarro » è caratterizzata dalla presenza di siti produttivi dismessi – per esempio della Isotta Fraschini, poi rilevata dalla Carrozzeria Fissore – pur se beneficiari di cospicui finanziamenti pubblici;

per le cronache della stampa, sabato 13 aprile 2013 sono stati sparati 44 colpi di Kalashnikov AK-47 contro il capannone della Global Repairs, azienda del gruppo De Masi che si occupa di riparazione e manutenzione di mezzi portuali, lì trovandosi un deposito dove da pochi giorni il gruppo ricovera i container vuoti movimentati nel porto di Gioia Tauro, per via di un contratto siglato con il terminalista poco prima della Pasqua scorsa;

all’interrogante risulta che per le riferite vicende di usura bancaria il De Masi abbia avviato di recente azione legale ex articolo 700 del codice di procedura civile, per vedersi anticipato un risarcimento pecuniario, procedimento pendente innanzi al giudice di Palmi;

il 17 aprile 2013 si è riunito a Reggio Calabria il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, al termine del quale, come riportato dalla stampa, a De Masi è stata assegnata una protezione –:

di quali elementi informativi disponga il Governo con riferimento alla richiamata vicenda e quali siano i suoi orientamenti con riguardo agli aspetti di competenza;

quali siano le misure previste, benché al momento vi sia una protezione, per la sicurezza personale dell’imprenditore De Masi, per la sicurezza della sua famiglia, per la sicurezza dei suoi dipendenti e per la continuazione dell’attività aziendale;

in che modo intendano intervenire per garantire la sopravvivenza di un gruppo che, come in premessa minato su più fronti, rischia di chiudere per mancanza di adeguate tutele e garanzie e per la vittoria di consorterie criminali di tipo mafioso sullo Stato e sul titolare dell’impresa economica. (4-00294)

RIZZETTO e PRODANI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

con ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri n. 3702 del 5 settembre 2008 è stato nominato il commissario delegato per la realizzazione della terza corsia della A4 nella tratta Quarto d’Altino-Trieste e l’adeguamento a sezione autostradale del raccordo Villesse Gorizia (Gazzetta Ufficiale 11 settembre 2008, n. 213, S.O., Gazzetta Ufficiale 4 dicembre 2008, n. 284, S.O., Gazzetta Ufficiale 12 maggio 2009, n. 108, S.O., Gazzetta Ufficiale 4 gennaio 2010, n. 2, S.O., Gazzetta Ufficiale 5 gennaio 2011, n. 3, S.O., Gazzetta Ufficiale 10 agosto 2011, n. 185, S.O., e Gazzetta Ufficiale 27 dicembre 2011, n. 300, S.O.);

la predetta decisione era stata assunta con il presupposto che vi fosse una situazione di emergenza determinatasi sulla tratta medesima e «al fine di assumere tutte le iniziative di carattere urgente per il superamento dell’emergenza e per il ritorno delle normali condizioni di vita»;

la funzione commissariale nella sua eccezionalità è apparsa tuttavia ridondante rispetto alle reali necessità di una semplice terza corsia di pianura, specie se raffrontata con le ben più difficoltose terze corsie della Roma-Napoli e della Roma-Firenze realizzate senza ricorrere all’istituto commissariale;

nonostante la dichiarata emergenza e la eccezionalità degli strumenti a disposizione della funzione commissariale, gli anni sono trascorsi invano e, mentre ad oggi i lavori dovevano ritenersi completati, della terza corsia non si è realizzato un solo metro, preferendo dare vita a lavori e tratte collaterali come la Villesse-Gorizia che non urgono affatto, caratterizzate come sono da una mole di traffico ben poco significativa;

né si può tacere il fatto che nel volgere degli anni la stessa A4 ha subito una vistosa diminuzione del traffico, tanto da rendere problematico il reperimento dei fondi attraverso il pedaggio e da non rappresentare più quella asserita situazione di emergenza che ha suscitato una gestione a carattere eccezionale quale si sarebbe attesa da parte del commissario delegato;

ciò nonostante, il commissario delegato e la stessa giunta regionale hanno profittato dell’ennesima reiterazione del mandato commissariale per utilizzare una interpretazione, ad avviso degli interroganti strumentale, dell’ordinanza 3764 del 6 marzo 2009, la quale prevedeva si potesse provvedere alla realizzazione delle opere di competenza di enti diversi dalla concessionaria Autovie Venete spa sempre che fossero funzionali al decongestionamento del traffico nell’area interessata dallo stato di emergenza;

in esito a quanto sopra, la giunta della regione Friuli Venezia Giulia, con propria delibera n. 1471 del 24 giugno 2009 e, a quanto consta agli interroganti, senza darne acconcia notizia alla Presidenza del Consiglio ha incluso nell’attività commissariale il «Collegamento stradale veloce fra l’Autostrada A4 e l’area del triangolo della sedia in Comune di Manzano»;

a tal fine il commissario delegato ha deciso di avvalersi del supporto tecnico, operativo e logistico della concessionaria Autovie Venete spa, sia pure consapevole che il triangolo della sedia era soggetto ad una crisi irreversibile e che il traffico veicolare era assolutamente irrisorio e tale da non rappresentare quelle condizioni di emergenza cui la giunta si è autonomamente appellata;

né può essere ignorato il fatto che il nuovo asse viario, quale risulta dal progetto realizzato, ancorché superfluo ed incompatibile con la attuale crisi economica, comporta una spesa di novanta milioni di euro circa e al contempo devasta i territori fertili del comune di Palmanova sino a stravolgere gli evidenti orientamenti dell’agro aquileiese e diventare perciò possibile motivo di negazione di quella tutela Unesco che l’intera regione auspica per la città fortezza unica al mondo;

un siffatto onerosissimo scempio suscita scandalizzate reazioni persino da parte degli stessi industriali della zona cui non sfugge come l’abnorme impegno finanziario debba destinarsi a ben altre emergenze (vedasi Messaggero Veneto del 13 aprile «Lo striscione in fabbrica: quella strada non serve»);

tutto ciò premesso, non può nemmeno tacersi il fatto che, una volta approvato il progetto definitivo l’autorità commissariale ha subito mandato in gara i lavori a base d’asta, prevedendo la scadenza delle offerte durante la vacatio amministrativa derivante dalla tornata elettorale –:

quali iniziative si intendano assumere rispetto ai fatti in premessa che ad avviso degli interroganti sono tanto gravi da richiedere la immediata soppressione della funzione commissariale, essendo del tutto evidenti a giudizio degli interroganti l’assenza di quelle condizioni di eccezionalità che all’epoca furono invocate, la manifesta inazione del commissario delegato, nonché l’impropria estensione del suo mandato nei confronti di opere e inutili che appaiono che nulla hanno a che vedere né con l’emergenza né con la terza corsia. (4-00303)

MIGLIORE, FRANCO BORDO, DI SALVO, DANIELE FARINA, CLAUDIO FAVA e LACQUANITI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’interno. — Per sapere – premesso che:

nei giorni scorsi, precisamente il 20 aprile 2013 si è tenuto a Malnate, in provincia di Varese, un raduno musicale per celebrare i venti anni di fondazione della comunità militante skinhead di Varese;

il raduno è stato organizzato dalla Comunità militante dei Dodici Raggi, che ha sede a Caidate (frazione di Suimirago) e ha visto l’esibizione di noti gruppi musicali «nazi-rock» inneggianti il nazismo e il fascismo, tra cui «Linea Ostile», «Legittima Offesa», «Natibi», «Drizza Torti», «Garrota», «Civico 88»;

il luogo dell’evento era tenuto segreto, pubblicizzando su diversi social network un punto di ritrovo, esattamente presso l’autogrill di Castronno sull’autostrada A8 Milano-Varese, direzione Varese;

come riportato da diverse testate giornalistiche, l’evento si è svolto in una stazione dismessa delle Ferrovie Nord, a Malnate, ora trasformata in un’area per feste e concerti e affidata all’associazione culturale «I nostar radis»;

in un articolo apparso il 22 aprile 2013 sul quotidiano La Repubblica, a firma di Paolo Berizzi, si afferma che all’evento abbiano partecipato 600-700 militanti di estrema destra arrivati da tutta Italia (Lombardia, Siena, Lucca, Pisa, Sassari, Trento, Verona, Roma, Genova, Novara, Torino, Pescara) e da diversi Paesi europei (Spagna, Francia, Svizzera, Austria, Germania, Polonia, Ungheria);

il raduno era stato segnalato alle autorità competenti, dal comitato provinciale dell’ANPI e da diverse associazioni locali, le quali avevano chiesto di bloccare l’evento evidenziando la data coincidente con la nascita di Hitler;

nell’articolo citato si rilevava che per segnalare il percorso che conduceva al luogo del raduno sono stati utilizzati simbologie naziste come l’88, il numero che simboleggia il saluto «Heil Hitler»;

la legge 25 giugno 1993 n. 205 (legge Mancino) oltre che vietare la propaganda di idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale e l’istigazione a commettere reati atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, vieta altresì l’utilizzo di simbologie legate all’ideologia nazifascista;

proprio in queste settimane si sta svolgendo davanti al tribunale di Varese, il processo contro venti due militanti neonazisti indagati per istigazione dell’odio razziale, che il 20 aprile del 2008 in una festa analoga, organizzata dal medesimo gruppo, in una birreria di Buguggiate scandendo cori e canti inneggianti al nazismo;

il 6 aprile i componenti del gruppo sopra citato «Garrota», sono stati oggetto di perquisizioni domiciliari, in quanto ritenuti dalla Digos di Varese quali responsabili delle scritte di minaccia e ingiuria nei confronti del pubblico ministero di Varese Agostino Abate. Secondo fonti degli inquirenti il materiale sequestrato potrebbe portare a un ulteriore accusa di istigazione all’odio razziale;

al raduno era presente la Digos di Varese, la quale come riportato da La Repubblica e altre testate giornalistiche locali si è «limitata a tenere sotto controllo la serata» –:

se il Presidente del Consiglio dei Ministri e il Ministro interrogato siano in grado di confermare i fatti esposti in premessa;

quali iniziative intendano assumere per osteggiare queste organizzazioni che si richiamano alla discriminazione tra esseri umani e si ispirano apertamente al nazionalsocialismo ed al fascismo. (4-00308)

NESCI e DIENI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro per gli affari regionali e le autonomie, al Ministro dell’interno, al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:

in data 19 giugno 2008 la società SEI SpA ha presentato domanda di pronuncia di compatibilità ambientale e di autorizzazione integrata ambientale ai sensi del decreto legislativo n. 152 del 2006, come modificato e integrato dal decreto legislativo 16 gennaio 2008 n. 4 relativamente al progetto di centrale termoelettrica alimentata a carbone, di potenza elettrica di 1320 megawatteletric e localizzata nel comune di Montebello Jonico (RC), all’interno dell’agglomerato industriale di Saline Joniche e relativo elettrodotto di interconnessione alla rete localizzato nei comuni di Montebello Jonico (RC), Motta San Giovanni (RC), Melito di Porto Salvo (RC), Badalaghi (RC), Roghudi (RC), Condofuri (RC), San Lorenzo (RC) Calanna (RC) e Reggio Calabria;

con nota del 18 agosto 2008 la regione Calabria ha espresso parere negativo in merito alla realizzazione dell’opera;

in data 8 giugno 2010 il Ministero per i beni e le attività culturali ha espresso anch’esso parere negativo ribadendo la contrarietà al progetto in data 28 marzo 2011, a fronte della richiesta del 15 luglio 2010 da parte della società SEI SpA di riesaminare il suddetto parere negativo;

la Commissione tecnica di verifica dell’impatto ambientale VIA-VAS, a seguito dello svolgimento dell’istruttoria congiunta VIA-AIA n. 559 del 21 ottobre 2010, ha espresso parere positivo con prescrizioni in merito alla realizzazione dell’opera valutando le motivazioni negative della regione Calabria non ostative all’espressione di detto parere di compatibilità ambientale;

con nota del 18 aprile 2011 il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, preso atto del contrasto fra il parere negativo del Ministero per i beni e le attività culturali e della regione Calabria ed il parere positivo della commissione tecnica di verifica dell’impatto ambientale VIA-VAS, ha chiesto l’attivazione della procedura prevista dall’articolo 5, comma 2, lettera c-bis della legge n. 400 del 1988;

a conclusione dell’istruttoria di cui alla sopra citata legge n. 400 del 1988, il Consiglio dei ministri, nella riunione del 5 maggio 2011 ha ritenuto di condividere la posizione espressa dal Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare in merito alla questione della compatibilità ambientale del progetto in questione ed ha espresso parere favorevole all’ulteriore corso del medesimo con le prescrizioni espresse dalla Commissione tecnica di verifica dell’impatto ambientale nell’assemblea del 21 ottobre 2010;

con nota del 2 febbraio 2012 il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare confermò la validità delle determinazioni espresse, in seguito a richiesta – del 24 gennaio 2012 – del Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri;

in data 15 giugno 2012, il Presidente del Consiglio dei ministri ha decretato la compatibilità ambientale e l’autorizzazione al successivo esercizio relativamente al progetto proposto dalla Società SEI SpA;

con nota n. 32169 del 19 settembre 2012, la Corte dei conti, esercitando controllo preventivo sul decreto del Presidente del Consiglio dei ministri sopra citato, ha restituito l’atto in parola non registrato, poiché privo di documentazione ritenuta indispensabile per l’esercizio della funzione di controllo intestata alla medesima Corte, precisando altresì che nell’ipotesi in cui l’amministrazione intenda ripresentare il provvedimento è opportuno che la stessa fornisca chiarimenti in ordine alla mancata intesa fra Stato e regioni, da esercitarsi in sede di Conferenza Stato-regioni, la contraddittorietà del parere della Commissione VIA e altre questioni di procedura da risolvere;

in data 5 aprile 2013 il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare ha decretato la compatibilità ambientale e l’autorizzazione integrata ambientale al successivo esercizio relativamente al progetto proposto dalla Società SEI SpA concernente la realizzazione della predetta centrale termoelettrica alimentata a carbone a condizione che vengano ottemperate le prescrizioni, condizioni e disposizioni indicate negli allegati 1 e 2 del suddetto decreto del 5 aprile 2013;

da quanto riportato da Il Quotidiano della Calabria, il procuratore aggiunto Nicola Gratteri della DDA di Reggio Calabria ha dichiarato nel febbraio 2013 che, per quanto emerso da intercettazioni, «la ’ndrangheta di Melito Porto Salvo e dell’hinterland è d’accordo per la realizzazione della centrale a carbone» –:

se ritengano superati, allo stato della procedura, i rilievi espressi dalla Corte dei conti di cui alla nota in premessa;

se e come intendano provvedere rispetto alla mancata fase della concertazione con la regione Calabria, dalla Corte dei conti espressamente indicata come necessaria, nella propria nota già richiamata;

di quali informazioni dispongano in ordine all’interesse della ’ndrangheta per la realizzazione del progetto, desumibile dalle citate dichiarazioni del procuratore aggiunto Nicola Gratteri. (4-00312)

VILLECCO CALIPARI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:

con il decreto del Presidente della Repubblica il 31 luglio 2007, ai sensi dell’articolo 11 della legge n. 400 del 1988, viene istituito il Commissario straordinario del Governo per le persone scomparse;

nella relazione semestrale del commissario straordinario del Governo per le persone scomparse del giugno 2012 dalle 105.092 denunce di scomparsa presentate alla data del 30 giugno 2011, si è passati alle 115.366 denunce acquisite alla fine di giugno 2012 (10.274 in più), pari ad un incremento percentuale su base annua del 9,78 per cento;

nella relazione semestrale del commissario straordinario del Governo per le persone scomparse del giugno 2012 viene ribadito che il dramma delle persone scomparse è un fenomeno diffuso su tutto il territorio nazionale e in continuo aumento;

con la legge n. 203 del 2012, entrata in vigore il 29 novembre 2012, si è recentemente rafforzata la disciplina in tema di ricerca di persone scomparse;

con la circolare del 14 gennaio 2013, l’attuale commissario straordinario per le persone scomparse, prefetto Paola Basilone, ha segnalato ai prefetti gli aspetti principali della legge 14 novembre 2012, n. 203, entrata in vigore il 29 novembre;

l’associazione Penelope, che riunisce i familiari e gli amici delle persone scomparse, da dieci anni cerca di diffondere sul territorio nazionale la conoscenza del dramma di una scomparsa e cerca l’attenzione delle istituzioni;

l’associazione Penelope denuncia che sulla Gazzetta dello Sport del 16 marzo 2013 n. 64 è esposta l’immagine pubblicitaria della nuova automobile Kia CEE’D prodotta dalla Kia Motors affiancata da un messaggio fortemente lesivo del diritto delle persone scomparse di essere ricercate e delle loro famiglie che vivono un’enorme dramma per la scomparsa della persona cara –:

quali iniziative intenda assumere per svolgere un’opera di sensibilizzazione sul tema delle persone scomparse, evitando che si verifichino casi come quello descritto che appare gravemente lesivo del diritto delle persone scomparse di essere ricercate e delle loro famiglie che patiscono un dramma per la scomparsa della persona cara. (4-00314)

NICOLA BIANCHI e DI VITA. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:

a seguito dell’entrata in vigore del decreto-legge n. 134 del 2008 (convertito con modificazioni dalla legge n. 166 del 2008), con il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 29 agosto 2008 Alitalia linee aeree italiane spa è stata ammessa alla procedura di amministrazione straordinaria ed è stato nominato quale commissario straordinario il professor Augusto Fantozzi;

con successivi decreti del Ministro dello sviluppo economico in data 15 e 16 settembre 2008 sono state ammesse alla procedura di amministrazione straordinaria, con individuazione del commissario straordinario nel medesimo professor Fantozzi, anche le società del gruppo Alitalia servizi spa; Alitalia express spa; Alitalia airport spa; Volare spa;

l’articolo 15, comma 5, del decreto-legge n. 98 del 2011, convertito con modificazioni dalla legge n. 111 del 2011, ha previsto, «al fine di contenere i tempi di svolgimento delle procedure di amministrazione straordinaria» che nelle grandi imprese in stato di insolvenza il commissario monocratico sia affiancato da due ulteriori commissari;

conseguentemente all’entrata in vigore del decreto-legge, il 19 luglio 2011 il commissario straordinario Fantozzi ha presentato le sue dimissioni, ritenendo fosse «venuta meno la fiducia del Governo nei suoi confronti» (comunicato del 19 luglio 2011 in www.alitaliaamministrazionestraordinaria.it); il Consiglio dei ministri ha quindi provveduto, con i decreti del Presidente del Consiglio dei ministri del 3 ed 8 agosto 2011 alla nomina a commissari straordinari del professor Stefano Ambrosini, del professor Gianluca Brancadoro e del professor Giovanni Fiori (comunicato del 1o settembre 2011 in www.alitaliaamministrazionestraordinaria.it);

in data 18 luglio 2011 (il giorno prima delle dimissioni, quindi) il commissario straordinario Fantozzi aveva depositato presso il Ministero dello sviluppo economico e il Comitato di sorveglianza istanza di autorizzazione ai fini della preposizione dell’azione di responsabilità nei confronti degli amministratori e dei sindaci nella procedura di amministrazione straordinaria relativa ad Alitalia;

in base a notizie di stampa l’azione di responsabilità sarebbe stata rivolta, per tre miliardi di euro, nei confronti di quarantatré persone, tra amministratori e sindaci, per la gestione del periodo 2003-2008; peraltro nell’ultima relazione depositata dal commissario Fantozzi, nel febbraio 2011, ci si esprimeva ancora in senso dubitativo sull’opportunità di avviare un’azione di responsabilità poiché «non poteva escludersi che i costi necessari all’istruzione ed all’esercizio delle azioni di responsabilità eccedano, in concreto, l’importo che potrebbe eventualmente recuperarsi a seguito del vittorioso esperimento delle azioni e dell’esecuzione delle relativa condanne» (paragrafo 8.4.2 pagina 246);

al riguardo, la prima relazione presentata dai nuovi commissari, nel dicembre 2011, segnala che sull’istanza presentata dal precedente commissario il comitato di sorveglianza, nel corso della seduta del 27 luglio 2011, «al fine di evitare che la proponenda azione di responsabilità non sia esposta a possibili eccezioni di genericità e indeterminatezza […] ha […] rilevato la necessità di adeguati approfondimenti» con riferimento alla «consumazione o meno dei relativi termini prescrizionali»; «all’individuazione degli specifici fatti dannosi riferibili a ciascuno»; alla «verifica del criterio di determinazione del danno in relazione al contributo causale apportato da ciascuno dei convenuti» (p. 107);

nel frattempo, come segnalato dall’ultima relazione semestrale relativa ad Alitalia linee aeree italiane spa, aggiornata al 31 dicembre 2012, il procedimento penale per bancarotta fraudolenta avviato fin dal 2008 dalla procura della Repubblica di Roma ha concluso la fase delle indagini preliminari con la decisione del 19 febbraio 2013 del giudice per l’udienza preliminare di rinviare a giudizio, fissando per il 18 giugno 2013 la prima udienza dibattimentale innanzi alla IV sezione penale del Tribunale di Roma, in qualità di precedenti amministratori o dirigenti apicali del gruppo Alitalia, Giancarlo Cimoli, Francesco Mengozzi, Gabriele Spazzadeschi, Pierluigi Ceschia, Gennaro Tocci; in tale procedimento i commissari straordinari si sono costituiti parte civile, avanzando una richiesta di risarcimento per 745.274.342,30 euro (paragrafo VI.1 pagine 27-29);

la medesima relazione annuncia il deposito presso il Ministero dello sviluppo economico e il comitato di sorveglianza di una nuova azione civile di responsabilità contro i medesimi amministratori e dirigenti per un valore di 82.200.000 euro, relativa alla sola società Alitalia linee aeree italiane spa (paragrafo VI.2, pagine 29-31), mentre non si è ritenuto esistessero gli estremi per avanzare eguale istanza con riferimento ad Alitalia servizi (cfr. la relativa relazione, paragrafo VI.2, pagine 22-24); Alitalia Airport (cfr. la relativa relazione, paragrafo V1.2, pagine 16-17); Alitalia Express (cfr. la relativa relazione, paragrafo VI.2, pagina 16) e Volare (paragrafo VI.2, pagine 16-17);

l’azione di responsabilità sarebbe prossima alla prescrizione (fra 4 mesi) –:

quali siano le differenze tra l’azione di responsabilità prospettata dal precedente commissario Fantozzi e quella avviata dai commissari Ambrosini, Brancadoro e Fiori;

quali siano le motivazioni di tali differenze e se il lasso di tempo intercorso tra le due iniziative sia giustificato da ragioni oggettive, anche nell’ottica del rispetto di quel «contenimento dei tempi delle procedure di amministrazione straordinaria delle imprese» che la riforma della gestione commissariale operata con il decreto-legge n. 98 del 2011 intendeva garantire. (4-00316)

ALBERTO GIORGETTI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:

è da tempo oggetto di discussione il progetto di trasformazione da cooperativa in società per azioni, della Banca Popolare di Milano, su iniziativa del dottor Andrea Bonomi, presidente del consiglio di gestione e principale azionista della banca con l’8,6 per cento del capitale detenuto tramite il fondo di private equity Investindustrial; un’altra quota importante della BPM, ben l’8,2 per cento del capitale, risulterebbe far capo al dottor Raffaele Mincione per il tramite di un sistema di società, trust e off-shore; da oltre un anno, stando alle notizie di stampa, la Consob starebbe indagando sul groviglio di partecipazioni in cui sarebbe stato suddiviso, ricorrendo ad un sofisticato sistema di «scatole cinesi», l’8,2 per cento del capitale che fa capo al finanziere italo-americano per appurare a chi farebbero realmente riferimento tali società; a tutt’oggi non sono stati resi noti al mercato, che pur avrebbe il diritto e l’interesse ad esserne informato, gli esiti della predetta indagine Consob; la legislazione delle banche popolari impone che ciascun soggetto non abbia più dell’1 per cento del capitale sociale; in base alle vigenti normative tutti i cittadini sono tenuti a giustificare la provenienza delle proprie disponibilità anche per importi esigui –:

quali siano le informazioni sui suddetti aspetti in disponibilità al Governo e quali iniziative urgenti, anche normative, intenda assumere lo stesso per tutelare la trasparenza e il corretto funzionamento del mercato finanziario messo in discussione dai suddetti eventi. (4-00319)

TOTARO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’economia e delle finanze, al Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

in data 12 novembre 2012 la Maremma, ed in particolare il sud della provincia di Grosseto, sono stati duramente colpiti da un evento alluvionale di straordinaria intensità;

per decreto recante «ripartizione delle risorse di cui all’articolo 1, comma 548, della legge 24 dicembre 2012, n. 228 – firmato il 23 marzo 2013 – alla Toscana spettano 110,9 milioni di euro per i danni a fronte di 360 milioni di euro di danni rilevati alle opere pubbliche e 112 milioni di euro di danni rilevati a privati ed imprese;

la presidenza della Regione Toscana ha decretato lo stato d’emergenza (decreto n. 196 del 13 novembre 2012) ed il consiglio regionale della Toscana con legge regionale n. 26 del novembre 2012, n. 66, ha stanziato 100 milioni di euro dal bilancio regionale per interventi indifferibili e urgenti;

il Consiglio dei ministri ha dichiarato lo stato di emergenza l’11 dicembre 2012 (prorogato in data 8 marzo fino al 9 maggio 2013);

in base a quanto sancito dal decreto che ripartisce gli stanziamenti previsti dalla legge di stabilità 2013 tra le regioni colpite dagli eventi alluvionali del novembre 2012, il 25 per cento del totale stanziato può essere destinato a privati ed a imprese extra-agricole; gli unici fondi destinati all’agricoltura sono quelli messi a disposizione dalla regione Toscana: 6 milioni, di cui 3,8 milioni per la Maremma, a fronte di oltre 70 milioni di danni;

le associazioni di categoria chiedono un rifinanziamento del fondo di solidarietà nazionale, una politica pluriennale di salvaguardia, la messa in sicurezza e la valorizzazione del territorio, oltre alla fiscalizzazione degli oneri contributivi e previdenziali e la moratoria delle rate dei mutui;

le aziende che non producono non possono far fronte a obblighi fiscali e previdenziali;

2.700 ettari di terreni sono sommersi dall’acqua e allo stato dei fatti è assolutamente impensabile una ripresa delle aziende agricole poiché il diritto ai rimborso è soltanto per le aziende che avranno dimostrato un danno superiore al 30 per cento della propria produzione annua; esse possono presentare le domande di contributo, ma essendo il fondo di solidarietà nazionale privo di copertura, al momento non è dato sapere se, quando e per quale entità, sarà possibile ricevere i risarcimenti;

tutti i cittadini della Maremma hanno adempiuto a tutti gli oneri fiscali non essendo stati esentati dal pagamento di nessun tipo di imposta;

in ragione di ciò tra le esigenze inderogabili che necessitano di finanziamento, è necessario comprendere: il ristoro dei danni subìti da famiglie e imprese; le azioni di messa in sicurezza del territorio; un adeguato finanziamento del fondo di solidarietà nazionale per calamità in agricoltura; uno sgravio dei contributi previdenziali per i lavoratori dipendenti e autonomi in scadenza, almeno fino a tutto il 2013; la sospensione, per un periodo congruo, del pagamento delle imposte a qualsiasi titolo dovute dalle imprese: la fiscalizzazione del pagamento dell’IMU e la sospensione di ogni penalità per il mancato pagamento della rata di saldo dell’imposta del 2012; la depenalizzazione del mancato rispetto dei termini di scadenza nel periodo successivo alla calamità, quali dichiarazione IMU, accatastamento dei fabbricati rurali; lo stanziamento di ulteriori, adeguate risorse da erogare immediatamente, da destinare al ripristino e al recupero delle strutture aziendali danneggiate; lo snellimento e, ove possibile, la sospensione delle procedure burocratiche per l’autorizzazione alla effettuazione di opere di ripristino di strutture e impianti –:

in che modo intenda intervenire il Governo affinché siano individuate nell’immediato risorse straordinarie che possano soddisfare le più urgenti esigenze del territorio e dei suoi abitanti e che sappiano garantire il rilancio economico, sociale ed occupazionale del comparto agricolo della Maremma, così duramente colpito. (4-00320)

TOTARO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:

ormai da mesi è in discussione, con ampia risonanza mediatica, il progetto di trasformazione in spa «ibrida», avanzato su iniziativa del consiglio di gestione, della Banca popolare di Milano, la più antica banca cooperativa meneghina, i cui soci saranno chiamati a votare in un’imminente assemblea sul passaggio dall’assetto cooperativo ad un non meglio precisato modello di società per azioni ibrida;

il progetto diffuso alla stampa, peraltro illustrato sommariamente, prevede un rinnovamento radicale della Banca popolare di Milano da conseguire attraverso 3 operazioni: un aumento gratuito di capitale, nella misura del 10 per cento del capitale sociale, che verrebbe assegnato ai dipendenti della banca; la costituzione di una fondazione con le finalità di erogare servizi socio-assistenziali alle famiglie dei dipendenti ed ex dipendenti della banca; la trasformazione della forma giuridica della Banca popolare di Milano in società per azioni;

stando alle dichiarazioni dei proponenti, l’adozione del modello della spa sarebbe necessario sia per favorire un accesso più efficiente al mercato dei capitali sia in quanto la forma cooperativa impedirebbe la pianificazione di soluzioni di lungo termine considerate necessarie per affrontare il nuovo contesto competitivo;

la Banca popolare di Milano, nonostante la notevole dimensione che la colloca tra i primi 10 intermediari italiani, è tuttora una banca a forte vocazione localistica, con poco meno del 45 per cento dei propri sportelli presenti nella provincia di Milano e con circa il 62 per cento della rete distributiva in Lombardia;

il gruppo Banca popolare di Milano negli ultimi 3 anni ha destinato mediamente oltre 6,3 milioni di euro all’anno per finanziare iniziative in favore delle comunità di riferimento;

sulla base di quanto riportato nel documento, invece, a seguito della trasformazione in spa, soltanto l’1 per cento del risultato d’esercizio sarà destinato ad iniziative sociali in favore del territorio;

affermare che la forma giuridica della cooperativa costituisca un impedimento alla pianificazione di soluzioni di lungo termine, è quanto meno singolare e certamente in contrasto con quanto comunemente accettato dall’analisi economica: sono proprio la governance cooperativa ed il legame sociale con le comunità di riferimento ad assicurare la stabilità della visione gestionale svincolata dalla ricerca di obiettivi di breve termine tipici delle spa, spesso controllate da una ristretta cerchia di investitori individuali, attenti ad interessi più immediati;

se i vantaggi di governance connessi alla trasformazione della Banca popolare in spa sono dunque tutti da dimostrare, i vantaggi finanziari di pochi, e a brevissimo termine, sono evidentissimi, in particolare per i due grandi investitori Andrea Bonomi con Investindustrial (8,6 per cento del capitale) e Raffaele Mincione con Time & Life (8,3 per cento del capitale), i cui possessi sono peraltro veicolati attraverso non meglio identificate società off-shore;

una volta trasformata in spa la banca è destinata ad essere facilmente scalabile, magari da investitori esteri, con conseguenti manovre speculative;

risulta evidente, allora, che il progetto, anziché stimolare lo sviluppo di un efficiente mercato creditizio e finanziario per le imprese locali porterebbe solo ad un drastico sfruttamento del territorio per favorire realtà ritenute più profittevoli anche se molto più rischiose e prive di sicura valenza sociale, con conseguenti rilevanti danni all’economia reale –:

di quali notizie disponga il Governo e quali iniziative, anche normative, per quanto di competenza, si intendano assumere a tutela dell’economia reale nonché dei soci e dei clienti bancari dell’azienda esposta in premessa. (4-00321)

TOTARO. —Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:

è da tempo oggetto di discussione, con risonanza mediatica assai ampia, il progetto di trasformazione da cooperativa in Società per Azioni, della Banca Popolare di Milano, su iniziativa del dottor Andrea Bonomi, presidente del consiglio di gestione e principale azionista della banca con l’8,6 per cento del capitale detenuto tramite il fondo di private equity Investindustrial;

un’altra quota importante della Banca Popolare di Milano ben l’8,2 per cento del capitale, risulterebbe far capo al dottor Raffaele Mincione per il tramite di un sistema di società, trust e società off shore;

da oltre un anno, stando alle notizie di stampa, la Consob starebbe indagando sul groviglio di partecipazioni in cui sarebbe stato suddiviso, ricorrendo ad un sofisticato quanto complesso sistema di «scatole cinesi», l’8,2 per cento del capitale che fa capo al finanziere italo-americano – con residenza all’estero – per appurare a chi fanno riferimento realmente tali società –:

a tutt’oggi non sono stati resi noti al mercato, che pur avrebbe il diritto e l’interesse ad esserne informato, gli esiti della predetta indagine della Consob;

la legislazione delle Banche Popolari impone che ciascun soggetto non abbia più dell’1 per cento del capitale sociale;

in base alla legge tutti i «comuni» cittadini italiani sono tenuti a giustificare la provenienza delle proprie disponibilità finanziarie, anche per importi esigui –:

di quali notizie disponga il Governo e quali iniziative anche normative, per quanto di competenza, si intendano assumere a tutela della trasparenza e del corretto funzionamento del mercato finanziario. (4-00322)

ALBERTO GIORGETTI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:

ormai da mesi è in discussione, con ampia risonanza mediatica, il progetto di trasformazione in spa «ibrida», avanzato su iniziativa del consiglio di gestione, della più antica banca cooperativa milanese, la Banca Popolare di Milano, i cui soci saranno chiamati a votare in un’imminente assemblea sul passaggio dall’assetto cooperativo ad un non meglio precisato modello di società per azioni ibrida;

il progetto diffuso alla stampa, peraltro illustrato sommariamente, prevede un rinnovamento radicale della BPM da conseguire attraverso 3 operazioni: un aumento gratuito di capitale, nella misura del 10 per cento del capitale sociale, che verrebbe assegnato ai dipendenti della banca; la costituzione di una fondazione con le finalità di erogare servizi socio-assistenziali alle famiglie dei dipendenti ed ex dipendenti della banca; la trasformazione della forma giuridica della BPM in società per azioni;

stando alle dichiarazioni dei proponenti, l’adozione del modello della spa sarebbe necessario sia per favorire un accesso più efficiente al mercato dei capitali sia in quanto la forma cooperativa impedirebbe la pianificazione di soluzioni di lungo termine considerate necessarie per affrontare il nuovo contesto competitivo;

la BPM, nonostante la notevole dimensione che la colloca tra i primi 10 intermediari italiani, è tuttora una banca a forte vocazione localistica, con poco meno del 45 per cento dei propri sportelli presenti nella provincia di Milano e con circa il 62 per cento della rete distributiva in Lombardia;

il gruppo BPM negli ultimi 3 anni ha destinato mediamente oltre 6,3 milioni di euro all’anno per finanziare iniziative in favore delle comunità di riferimento;

sulla base di quanto riportato nel documento, invece, a seguito della trasformazione in spa, soltanto l’1 per cento del risultato d’esercizio sarà destinato ad iniziative sociali in favore del territorio;

affermare che la forma giuridica della cooperativa costituisca un impedimento alla pianificazione di soluzioni di lungo termine, è quanto meno singolare e certamente in contrasto con quanto comunemente accettato dall’analisi economica: sono proprio la governance cooperativa ed il legame sociale con le comunità di riferimento ad assicurare la stabilità della visione gestionale svincolata dalla ricerca di obiettivi di breve termine tipici delle spa, spesso controllate da una ristretta cerchia di investitori individuali, attenti ad interessi più immediati;

se i vantaggi di governance connessi alla trasformazione della banca Popolare in spa sono dunque tutti da dimostrare, i vantaggi finanziari di pochi e a brevissimo termine sono evidentissimi, in particolare per i due grandi investitori Andrea Bonomi con Investindustrial (8,6 per cento del capitale) e Raffaele Mincione con Time & Life (8,3 per cento del capitale), i cui possessi sono peraltro veicolati attraverso non meglio identificate società off-shore, considerato che una volta trasformata in spa la banca è destinata ad essere facilmente scalabile, magari da investitori esteri, con conseguenti manovre speculative;

risulta evidente, allora, che il progetto, anziché stimolare lo sviluppo di un efficiente mercato creditizio e finanziario per le imprese locali porterebbe solo ad un drastico sfruttamento del territorio per favorire realtà ritenute più profittevoli anche se molto più rischiose e prive di sicura valenza sociale, con conseguenti rilevanti danni all’economia reale –:

di quali notizie disponga il Governo e quali iniziative anche normative, per quanto di competenza, si intendano assumere a tutela dell’economia reale nonché dei soci e dei clienti bancari dell’azienda esposta in premessa. (4-00323)

AGOSTINELLI, TERZONI, SIMONE VALENTE, SARTI, VIGNAROLI, SEGONI, BALDASSARRE, COLLETTI, CECCONI e FANTINATI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

con disciplinare del 12 novembre 1964, n. 3758, vennero affidati in concessione alla Srl Adriatica Costruzioni i lavori del 1o e 2o lotto del piano di ricostruzione della città di Macerata;

con ulteriore disciplinare del 15 dicembre 1975, vennero affidati in concessione alla medesima società anche i lavori del 3o, 4o e 5o lotto del piano di ricostruzione di Macerata;

con domanda di arbitrato, notificata in data 25 giugno 2007, il signor Edoardo Longarini, in qualità di unico socio assegnatario di tutti i rapporti facenti capo alla suddetta società posta in liquidazione, ha avviato un contenzioso riguardante il suddetto rapporto concessorio per la realizzazione del piano di ricostruzione di Macerata;

con questo atto, il signor Edoardo Longarini ha designato quale arbitro di parte l’ingegner Vito Gamberale;

l’Avvocatura generale dello Stato con atto di declinatoria della competenza arbitrale, datato 2 luglio 2007, nel richiamare la sentenza n. 152 del 1996 della Corte Costituzionale, che consente alla parte cui è notificata la domanda di poter declinare la competenza arbitrale e nell’attestare l’intenzione del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti di avvalersi della relativa facoltà, ha, di conseguenza, declinato la competenza arbitrale in ordine alla suddetta controversia;

inspiegabilmente, in data 26 giugno 2007, ovvero il giorno successivo alla domanda di arbitrato, è stato sottoscritto a firma delle parti (Ministro delle infrastrutture e dei trasporti pro tempore e Longarini), il verbale di nomina quale arbitro di parte ministeriale l’avvocato Domenico Condello nonché in veste di Presidente del collegio arbitrale, il professor Carlo Malinconico: atto redatto e sottoscritto alle ore 10,30 presso il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti con il quale «le Parti concordano nel deferire ad arbitri la controversia nel designare – così come designano con il presente verbale – il professor Carlo Malinconico quale terzo arbitro con funzione di Presidente, ai fini della risoluzione della controversia insorta come in epigrafe indicata»;

ancor più sorprendentemente, in pari data, mezz’ora dopo la nomina del presidente, il collegio arbitrale, si è costituito ex articolo 809 codice di procedura civile, designando e accettando, quale terzo arbitro con funzione di presidente, il professor Carlo Malinconico;

con il verbale di costituzione del collegio arbitrale, si è anche proceduto alla nomina dell’ufficio di segreteria, cui sono stati preposti la signora Rita Rufini e il signor Guglielmo Marconi, che hanno accettato l’incarico e sono stati immessi immediatamente nelle loro funzioni;

con ordinanza datata 16 luglio 2007, il presidente Malinconico ha disposto la nomina dell’avvocato Sergio Fidanzia, quale terzo segretario del collegio arbitrale;

il professor Carlo Malinconico all’epoca dei fatti esercitava le funzioni di segretario generale della Presidenza del Consiglio dei ministri;

l’ingegner Vito Gamberale all’epoca dei fatti era amministratore delegato di Fondo 2 infrastrutture (F2i), costituito a cura del Ministro dell’economia e delle finanze, di natura pubblica;

l’avvocato Domenico Condello, all’epoca dei fatti, tra gli altri incarichi, era docente presso le università di Urbino e di Roma «La Sapienza» e «Roma tre», nonché giudice costituzionale aggregato (eletto dal Parlamento in seduta comune il 5 luglio 2006);

alla luce dei suddetti elementi, emergono, ad avviso degli interroganti:

l’incoerenza con quanto dichiarato dal Ministro delle infrastrutture e dei trasporti pro tempore, nel corso di un’intervista pubblicata sul Sole 24 ore in data 7 settembre 2007, nonché l’incompatibilità con la legge finanziaria 2008, di procedere alla definizione delle controversie interessanti i contratti aventi ad oggetto lavori, forniture e servizi mediante il collegio arbitrale. Ciò che rileva ancor di più è:

il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti pro tempore non ha nemmeno atteso che l’organo di difesa dello Stato potesse – nei 20 giorni previsti dalla legge – così come in concreto effettuato, declinare la competenza arbitrale. Infatti, l’Avvocatura generale dello Stato, in data 2 luglio 2007: «DECLINA la competenza arbitrale in relazione alla controversia introdotta con domanda notificata il 26 giugno 2007 ed invita la controparte a proporre le proprie domande e istanze avanti al Giudice Ordinario secondo le vigenti norme di rito»;

l’avventatezza del contenzioso, promosso da Longarini, è evidenziata dalla circostanza che, nel 1999, il Parlamento ha approvato una norma d’interpretazione autentica della legge n. 317 del 1993, disponendo: «che per le concessioni di lavori relativi ai lotti di ricostruzione già affidati con atti di concessione annullati con decreto del Ministero dei lavori pubblici del 7 ottobre 1992, resta confermata la perdita di efficacia e che la loro definizione contabile va effettuata con riferimento allo stato di avanzamento alla data di emanazione del decreto di annullamento, data di cessazione dei lavori»: disposizione questa, ad avviso degli interroganti, giammai presa in considerazione per contrastare categoricamente la fondatezza delle pretese del Longarini;

inoltre, va considerato che – il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti pro tempore ha espressamente sottoscritto la nomina del terzo arbitro con funzioni di presidente – unitamente alla controparte – facendo espressa menzione dell’accettazione («concordano») di deferire agli arbitri la controversia, senza attendere che, come sopra visto, l’Avvocatura dello Stato potesse esercitare la facoltà di declinatoria;

infine, va detto che – in un secondo momento, il professor Carlo Malinconico ha rinunciato all’incarico. La controversia, in data 27 giugno 2008, veniva trasferita al medesimo collegio arbitrale (presidente avvocato Vincenzo Nunziata, arbitro l’ingegner Vito Gamberale, arbitro l’avvocato Ignazio Messina) già costituito per la risoluzione della vertenza relativa al comune di Ariano Irpino e ciò «in ragione della suddetta attinenza di questioni giuridiche e tecniche, e pertanto per ragioni di economicità, speditezza ed efficienza della procedura arbitrale»;

con il verbale di costituzione del collegio arbitrale (27 giugno 2008), si è anche proceduto alla nomina dell’ufficio di segreteria, cui sono stati preposti la dottoressa Maria Caterina Giuffrè e confermati i signori Rita Ruffini e Guglielmo Marconi già nominati dal precedente Collegio arbitrale: «Tutti accettano l’incarico e vengono immediatamente immessi nelle funzioni»;

non può sfuggire agli interroganti la coincidenza che negli stessi giorni, la legge n. 317 del 1993, viene inserita nell’elenco delle leggi da sopprimere, come ormai superate e inutili. A tale proposito vale la pena di citare alcuni brani di un articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 9 luglio 2008, a firma di Gian Antonio Stella, che tra l’altro afferma: «Ricordate Edoardo Longarini, era famoso negli anni 80. La facilità con cui riusciva ad avere dai protettori politici «piacerini» incredibili come il riconoscimento di un anno lavorativo di soli 180 giorni (tre e mezzo a settimana) col risultato che arrivò a ottenere a 29 anni e un mese di tempo per costruire una strada di 4 chilometri. L’inserimento in un decreto di due righe che, in contrasto con tre leggi precedenti, toglievano dei lavori all’Anas per darli a lui. Due righine infilate in un decreto sullo smaltimento delle arance invendute in Sicilia. Quella volta il regaluccio, scoperto all’ultimo istante, saltò per un solo voto: 171 a 170. Ma oggi (…), Edoardo Longarini sta per essere benedetto di nuovo da una nuova leggina ad hoc. Nel calderone delle norme da «disboscare», infatti, una misteriosa manina ha inserito la legge n. 317 del 1993»; come è noto, a seguito della pubblicazione del Corriere della Sera, numerosi parlamentari protestarono vivamente e il Ministro Calderoli rimediò, alla definita «svista», evitando la soppressione della legge anche se nessuno sa ancora chi l’avesse inserita tra le norme da sopprimere. Si tratta di una legge che era vigente prima e comunque nel periodo in cui sono stati costituiti i collegi arbitrali;

inoltre, come risulta dall’elenco «Pubblicità incarichi conferiti e autorizzati dal consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, in data 6 novembre 2008, è stato affidato al professor Pasquale De Lise, l’incarico di presidente del collegio arbitrale per la risoluzione della controversia tra il signor Edoardo Longarini e il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, nominato dalle parti per un petium di euro 300.000.000 (trecento milioni di euro)». Si può supporre, ad avviso degli interroganti, che l’arbitrato potesse riguardare il piano di ricostruzione di Ancona, anch’esso soppresso con la citata legge n. 317 del 1993, al pari di quelli di Ariano Irpino e Macerata;

oltre al Presidente De Lise, dovrebbero far parte del collegio arbitrale il professor Aldo Pezzana e l’avvocato Aurelio Vessichelli;

il professor De Lise era presidente aggiunto del Consiglio di Stato. Nei mesi scorsi il Ministro pro tempore Corrado Passera l’ha indicato nella terna delle personalità per la carica di presidente della nascente Autorità indipendente sui trasporti. Terna che non è stata accolta dalle Camere;

l’avvocato Vessichelli fa parte dell’Avvocatura generale dello Stato;

da quanto sopra esposto, ad avviso degli interroganti, in sostanza risulta che nel periodo 2007 e 2008 (Ministri pro tempore Di Pietro e Matteoli), il signor Longarini ha dato corso agli arbitrati contro il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti; che sono stati costituiti i collegi i quali, presumibilmente hanno concluso o si apprestano a concludere i propri lavori e a stabilire se e quanto spetti alle parti;

si conosce solo parzialmente l’entità del petium:
a) riguardo all’arbitrato sul piano di ricostruzione di Macerata in base ad un articolo di stampa sul Corriere della Sera del 10 gennaio 2012, dal titolo, rivolto al professor Malinconico, «tutti i super incarichi del tecnico trasversale», il giornalista Sergio Rizzo scrive: «il costruttore Edoardo Longarini, nome noto alle cronache di Tangentopoli, aveva attivato un arbitrato per il vecchio Piano di ricostruzione di Macerata chiedendo allo Stato 70 milioni di euro. La clausola era nel contratto e il Ministro Di Pietro era con le spalle al muro. Nominò come proprio arbitro l’avvocato dipietrista Domenico Condello. Longarini designò invece l’ex amministratore di Autostrade Vito Gamberale. I due arbitri di parte nominarono quindi di comune accordo come presidente del collegio il nostro Carlo Malinconico. Una scelta si disse «di garanzia». Ma che non mancò di suscitare polemiche. Anche perché un Segretario Generale di Palazzo Chigi, nelle vesti di arbitro in una controversia privata, non si era mai visto;

b) riguardo all’arbitrato presieduto dal professor De Lise l’entità è pubblicata sul sito degli incarichi pubblici ed è di 300 milioni di euro;

c) non si conosce l’entità della somma richiesta per il piano di ricostruzione di Ariano Irpino;

ad avviso degli interroganti, visti gli esiti degli arbitrati che hanno visto lo Stato soccombere per oltre il 95 per cento degli stessi, e in innumerevoli casi per somme superiori a quelle richieste dalle controparti private si può supporre, ovviamente con ampia facoltà di sbagliare, che la richiesta allo Stato si potrebbe avvicinare a un miliardo di euro;

e pensare che la legge n. 317 del 1993, è esplicita: «I lavori relativi a lotti di piani di ricostruzione già affidati con atti di concessione annullati con decreto del Ministro dei lavori pubblici del 7 ottobre 1992, sono contabilmente definiti con riferimento allo stato di avanzamento dei lavori esistente alla data di emanazione del decreto di annullamento. Il comma 3 dell’articolo 2 della legge 12 agosto 1993, n. 317, va interpretato nel senso che per le concessioni di lavori relativi ai lotti di ricostruzione già affidati con atti di concessione annullati con decreto del Ministro dei lavori pubblici del 7 ottobre 1992, resta confermata la perdita di efficacia e che la loro definizione contabile va effettuata con riferimento allo stato di avanzamento alla data di emanazione del decreto di annullamento, data di cessazione dei lavori»;

si tratta di una legge che era vigente prima e comunque nel periodo in cui sono stati costituiti i collegi arbitrali;

appare agli interroganti non compatibile con il suo ruolo di «giudice costituzionale aggregato» l’esercizio da parte dell’avvocato Condello di funzioni retribuite da soggetti privati, in disparte ogni altra considerazione sulla difficile situazione di incompatibilità con l’esercizio della sua funzione giudicante della Corte costituzionale, tenuto conto anche della sua colorazione politica –:

se il Presidente del Consiglio dei ministri e il Ministro interrogato siano a conoscenza dei fatti suesposti e se risulti agli atti quali siano i motivi che hanno indotto il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti pro tempore – senza preventivamente richiedere all’Avvocatura generale dello Stato il proprio parere sulla declinatoria del collegio arbitrale – a sottoscrivere la nomina dei componenti ministeriali del collegio stesso, come sopra specificati, per far espressamente deferire agli arbitri la soluzione della controversia con la nomina congiunta del terzo arbitro con funzioni di presidente;

se sia stata acquisita preventivamente l’autorizzazione allo svolgimento dell’incarico da parte del competente organo delle università di appartenenza a favore dell’avvocato Domenico Condello;

se non sia inopportuno che il professor Carlo Malinconico, investito della rilevante funzione di segretario generale della Presidenza del Consiglio dei ministri, chiamato sovente a risolvere, in veste di assoluta indipendenza, questioni interessanti soggetti privati abbia potuto rivestire il suddetto ruolo di presidente del collegio arbitrale;

se, parimenti, il signor Edoardo Longarini potesse nominare, quale arbitro di parte, l’ingegner Vito Gamberale e se questi potesse accettare l’incarico, stante il suo ruolo di amministratore pubblico che impone la massima indipendenza nei confronti di soggetti privati, specie se operanti nel settore delle opere pubbliche con conseguente divieto di assumere, a sfavore della pubblica amministrazione, il ruolo di difensore di interessi privati, ad elevata incidenza economico-patrimoniale;

se risulti quali siano le ragioni che hanno determinato i contenziosi riguardanti i rapporti concessori per i piani di ricostruzione delle città di Ancona, Ariano Irpino e Macerata, che sono state annullati nel 1992 dal Ministro dei lavori pubblici pro tempore, nonché dalla legge n. 317 del 1993, precisando l’ammontare dei compensi comunque erogati a qualsiasi titolo alla Società Adriatica Costruzioni e alla Società Adriatica Costruzioni di Ancona;

quale sia la consistenza economica dell’attuale contenzioso che sarà definito dai collegi arbitrali, in relazione al quale non è difficile prevedere (come avviene nella quasi totalità dei casi), la condanna dello Stato con correlato arricchimento della controparte privata;

se risulti quali siano le ragioni che hanno indotto alla nomina nell’ufficio di segreteria del Collegio arbitrale in questione della signora Rita Ruffini, segretaria del capo di gabinetto, e del signor Guglielmo Marconi segretario del vice capo di gabinetto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti pro tempore, e in base a quale titolo professionale dal momento che successivamente è stato nominato in qualità di segretario l’avvocato Fidanzia, operante, non molto tempo addietro, nello studio legale del professor Malinconico;

se risulti quali siano le ragioni che hanno indotto il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti pro tempore a non rispettare e a non far rispettare il disposto dell’articolo 44 della legge 17 maggio 1999, n. 144, che in modo indiscutibile, mette fine ad ogni pretesa risarcitoria della Società Adriatica Costruzioni del signor Longarini e che ad avviso degli interroganti inspiegabilmente il Ministro si avvia ad assecondare;

se risultino le ragioni per le quali il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti pro tempore, che si è proclamato contrario all’istituto dell’arbitrato – tanto da farsi portatore della corrispondente norma esistente nella vigente legge finanziaria 2008 – abbia nella fattispecie espressamente devoluto la soluzione della controversia agli arbitri, senza nemmeno dare la possibilità all’Avvocatuta dello Stato di esercitare pienamente la propria funzione;

se risulti quali siano le ragioni della somma urgenza con le quali dopo la notifica della domanda di arbitrato, si sia, il giorno successivo, proceduto alla nomina dell’arbitro in rappresentanza dell’amministrazione (Ministero delle infrastrutture e dei trasporti) ed alla sottoscrizione dell’accordo di nomina del terzo arbitro con funzioni di presidente;

se risulti quali siano le ragioni per le quali non sia stato demandato all’arbitro dell’amministrazione (Ministero delle infrastrutture e dei trasporti avvocato Condello) la scelta, unitamente con l’arbitro di parte privata, del presidente ed, in mancanza di accordo, all’organo istituzionale preposto;

se risulti quali siano le ragioni della successiva rinuncia all’incarico del professor Carlo Malinconico;

quali siano le conclusioni del collegio arbitrale (pres. Nunziata, arbitro Gamberale, arbitro Messina) e la consistenza economica dell’attuale contenzioso, avviato con domanda di arbitrato dal signor Edoardo Longarini, per la risoluzione della controversia insorta in ordine al rapporto concessorio di cui ai decreti ministeriali n. 4923 del 13 novembre 1964 (relativo al I e II lotto) e 4370 del 17 dicembre 1975 (III, IV e V lotto) per la realizzazione del piano di ricostruzione adottato dal comune di Macerata;

quali siano le conclusioni del collegio arbitrale (pres. Nunziata, arbitro Gamberale, arbitro Messina) e la consistenza economica dell’attuale contenzioso, avviato con domanda di arbitrato dal signor Edoardo Longarini) per la risoluzione della controversia insorta in ordine al rapporto concessorio di cui al decreto ministeriale 6100/6101 del 1o dicembre 1972 per la realizzazione del piano di ricostruzione del comune di Ariano Irpino;

quali siano le conclusioni del collegio arbitrale (pres. De Lise, professor Pezzana e avvocato Vessichelli);

se lo Stato, ovvero i Ministri interrogati, in proprio, o anche per mezzo dei propri difensori e dell’Avvocatura dello Stato, intendano eccepire l’incompetenza degli arbitrati e far rispettare la legge. (4-00324)

AFFARI ESTERI

Interpellanza:

Il sottoscritto chiede di interpellare il Ministro degli affari esteri, per sapere – premesso che:

a Washington in questi giorni è in corso un vertice del Fondo monetario internazionale sulla lotta alla povertà nel mondo e sull’impegno ad essa dedicato dai Paesi più ricchi;

il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco nel discorso al Development Commitee, riaffermando l’impegno del nostro Paese nell’aiuto pubblico allo sviluppo, ha detto che nel mondo gli indigenti sono 1 miliardo e 200 mila persone, il 21 per cento della popolazione mondiale che vive con meno di 1,25 dollari al giorno;

l’impegno assunto da tutti i Paesi più ricchi del mondo, compresa l’Italia, è di abbattere la povertà estrema entro il 2030 attraverso un costante aumento delle risorse destinate dai Paesi più ricchi;

l’obiettivo «End Poverty» delle Nazioni Unite, del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale deve naturalmente fare i conti con la grave recessione che colpisce anche le economia ricche e, incluse, quelle europee e in particolare l’Italia;

in questo contesto l’Italia si contraddistingue per avere disatteso negli ultimi anni i suoi impegni internazionali nella lotta alla povertà e in particolare quelli assunti per gli obiettivi di sviluppo del millennio in sede di Nazioni Unite;

gli stanziamenti per la cooperazione internazionale «a dono» gestiti dal Ministero degli affari esteri sono crollati dai 732 milioni di euro del 2008 ai 179 milioni del 2011, per recuperare qualcosa, ma ancora troppo poco, nel 2013 con 228 milioni di euro;

il livello di aiuti dell’Italia si attesta così allo 0,16 per cento del prodotto interno lordo, una cifra nettamene inferiore alla media europea (0,4 per cento del prodotto interno lordo) e assai distante dall’obiettivo dell’OCSE e dell’Unione europea dello 0,7 per cento del prodotto interno lordo –:

quali impegni intendano assumere per destinare maggiori risorse italiane alle politiche di cooperazione internazionale con i Paesi in via di sviluppo per la lotta alla povertà estrema, così come concordato dal nostro Paese in sede internazionale.

(2-00027) «Melilla».

Interrogazioni a risposta scritta:

PORTA, GIANNI FARINA, FEDI, GARAVINI e LA MARCA. — Al Ministro degli affari esteri, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:

centinaia di connazionali titolari di pensione brasiliana, ma residenti in Italia, nonostante le ripetute sollecitazioni a livello parlamentare e di rapporti tra le autorità dei due Paesi, sono costretti tuttora a riscuotere la prestazione brasiliana tramite un delegato accreditato presso il patronato «Assistencial dos imigrantes italianos»;

il sistema adottato presenta numerosi aspetti di criticità sia per quanto riguarda i gravi ritardi nella ricezione dei pagamenti che per la mancata corrispondenza tra le somme erogate e quelle spettanti;

in più occasioni da parte dei rappresentanti del Governo italiano e dei responsabili dell’istituto previdenziale, si è sottolineato come una positiva soluzione potrebbe derivare dall’entrata in vigore del nuovo accordo bilaterale di sicurezza sociale Italia-Brasile firmato a Brasilia nel 1995, che consentirebbe di esportare le prestazioni di sicurezza sociale in ognuno dei Paesi contraenti, un accordo tuttavia non ancora ratificato dai rispettivi Parlamenti;

nelle more della definizione del trattato bilaterale, lo stesso Ministero del lavoro brasiliano ha manifestato l’intenzione di trasmettere le rate di pensione non più tramite un procuratore, ma direttamente in accredito sui conti correnti dei rispettivi interessati;

la sollecitazione fatta in questo senso dall’ambasciatore italiano nel 2008, non ha avuto tuttavia alcun concreto riscontro; lo stesso esito ha avuto l’impegno che le autorità brasiliane hanno manifestato nel corso della quarta riunione del Consiglio Italia-Brasile per la cooperazione economica, industriale, finanziaria e per lo sviluppo, svoltasi a Brasilia il 9 novembre 2009;

l’INPS da parte sua ha trasmesso al Ministero degli affari esteri e al Ministero del lavoro e delle politiche sociali, in data 30 marzo 2011, un quadro riepilogativo dei precedenti in materia e delle possibili soluzioni per la riscossione diretta in Italia delle pensioni erogate dall’INSS brasiliano;

l’indefinito prolungarsi di una soluzione per i pensionati italiani è in evidente contraddizione con le trattative e le soluzioni che si stanno sviluppando tra gli istituti previdenziali del Brasile e della Spagna in merito a situazioni del tutto simili tra i due Paesi –:

in quali tempi il Governo intenda presentare al Parlamento il disegno di legge di ratifica del nuovo accordo bilaterale di sicurezza sociale Italia-Brasile, che darebbe una risposta organica e risolutiva a un insieme di questioni aperte e urgenti, tra le quali quella qui richiamata;

se il Ministro degli affari esteri non intenda rappresentare ancora una volta alle autorità brasiliane l’opportunità di pervenire ad una soluzione definitiva per il pagamento delle pensioni legittimamente maturate da cittadini italiani nel corso della loro permanenza in Brasile, favorendo un accredito diretto degli importi;

se il Ministro del lavoro e delle politiche sociali non intenda sollecitare l’INPS a riprendere al più presto i contatti con l’istituto brasiliano affinché sia perfezionato un accordo risolutivo di una questione che pende da troppi anni, con danno e disagio di persone che non hanno altra esigenza che quella di vedere esaudito un loro legittimo diritto. (4-00287)

PORTA, GNECCHI, OTTOBRE, GIANNI FARINA, FEDI, GARAVINI e LA MARCA. — Al Ministro degli affari esteri, al Ministro dell’interno. — Per sapere – premesso che:

la legge 14 dicembre 2000, n. 379, recante «Disposizioni per il riconoscimento della cittadinanza italiana alle persone nate e già residenti nei territori appartenuti all’impero austro-ungarico e ai loro discendenti» (i cui effetti, prorogati al 2010 con il decreto 30 dicembre 2005, n. 273, sono scaduti), consente ai nati nei territori dell’ex impero austroungarico di ottenere jure sanguinis il riconoscimento della cittadinanza anche agli emigrati e ai loro discendenti;

sono circa 49.000, secondo indicazioni fornite dal Ministero dell’interno in occasione di precedenti atti parlamentari del primo firmatario della presente interrogazione, le domande presentate dagli interessati soprattutto presso i consolati italiani operanti in Brasile e Argentina, ove risiede il maggior numero di emigrati discendenti dalle suddette popolazioni;

non sono comprese in questo dato le richieste per le quali, soprattutto nei consolati italiani in Brasile dove esiste la maggiore concentrazione di aventi diritto, gli interessati hanno potuto fare la sola prenotazione dell’appuntamento con gli uffici addetti, spesso a distanza di 4-5 anni dal primo contatto, a causa della drammatica inadeguatezza della struttura amministrativa rispetto alla domanda di servizio avanzata da nostri concittadini, attuali e potenziali;

a dicembre del 2012 nemmeno la metà di dette richieste (circa 22.000) risultava esaminata dalla commissione interministeriale operante presso il Ministero dell’interno, alla quale è demandato l’esame della documentazione presentata a supporto delle istanze, nonostante il fatto che le operazioni siano iniziate oltre dieci anni fa e che nel 2009, con un decreto del Ministero dell’interno del gennaio di quell’anno, si sia deciso di accogliere direttamente le richieste per quali gli uffici consolari avessero espresso parere favorevole e di demandare alla commissione solo i casi controversi;

il ritardo di anni nel semplice svolgimento di una procedura amministrativa fissata da una legge dello Stato non solo collide con un fondamentale diritto di cittadinanza e, in particolare, con il diritto del cittadino ad avere per ogni atto amministrativo una risposta certa in tempi definiti, ma rischia di vanificare lo spirito di una legge volta a reintegrare le prerogative di cittadini sottoposti a dolorose prove storiche e umane –:

quali siano i dati aggiornati delle pratiche esaminate, per le quali si sia avuta una compiuta valutazione e una conseguente risposta ai soggetti interessati, e quale sia il ritmo di smaltimento della documentazione giacente anche alla luce delle soluzioni di semplificazione adottate;

quale previsione di ordine temporale i Ministri interrogati intendano avanzare in ordine al completo trattamento delle pratiche di richiesta di cittadinanza giacenti, alla luce dell’andamento amministrativo consolidato nel tempo;

se il Ministro degli affari esteri non ritenga di richiamare l’attenzione degli uffici consolari sulla necessità di applicare, con ogni possibile solerzia ed in modo uniforme, il criterio di semplificazione riguardante le pratiche inerenti ad uno stesso nucleo familiare, dal momento che finora si è registrata un’applicazione non sempre coerente da parte dei responsabili amministrativi competenti;

se non ritengano urgente assicurare la reintegrazione della commissione interministeriale in relazione alle eventuali unità mancanti o impegnate anche in altri incarichi e, soprattutto, disporre o la duplicazione della commissione esaminatrice o l’intensificazione delle riunioni, che oggi hanno cadenza mensile, evidentemente inadeguata alla soluzione del problema.

(4-00297)

CARUSO. — Al Ministro degli affari esteri. — Per sapere – premesso che:

con l’Accordo tra la Repubblica Italiana e la Repubblica di Turchia sulla previdenza sociale firmato a Roma in data 8 maggio 2012 e la cui ratifica ed esecuzione era stata prevista con apposito disegno di legge dal Ministro degli affari esteri pro tempore nel gennaio 2013 si è inteso consolidare i rapporti tra i due Paesi sul versante della sicurezza sociale, attraverso la sostituzione della Convenzione europea di sicurezza sociale, strumento del Consiglio d’Europa ratificato da entrambi gli Stati ed attualmente in vigore tra gli stessi;

nello specifico il citato accordo dispone il rafforzamento degli strumenti amministrativi orientati alla tutela dei lavoratori assicurati nei due Paesi, semplificando le procedure per l’esonero contributivo dei lavoratori a seguito delle imprese;

inoltre, l’accordo in esame individua il campo di applicazione rationae materiae dello stesso per entrambi gli Stati contraenti, determinando le legislazioni che costituiranno oggetto di coordinamento;

le disposizioni annoverate nel suddetto accordo rappresentano di fatto un rinnovamento ed un riadeguamento dei termini di gestione dei rapporti tra i due Paesi contraenti su un versante particolarmente delicato e significativo come la sicurezza sociale, in considerazione dell’urgenza di rivedere gli strumenti sanciti dalla suindicata convenzione europea;

la ratifica dell’accordo assume un ruolo significativo segnatamente sul versante delle garanzie in materia sanitaria dei lavoratori del MAE a contratto in servizio in Turchia, che al momento vivono pesanti limiti in termini di tutela e accesso ai servizi sanitari gratuiti: le disposizioni dell’Accordo consentiranno loro di fare riferimento al sistema sanitario nazionale, garantendo l’accesso gratuito a tutte le strutture ospedaliere pubbliche e private convenzionate presenti in Turchia, e riconoscendo anche il diritto all’assistenza sanitaria dopo il collocamento a riposo;

l’iter di ratifica citato in premessa è stato compromesso dalla conclusione anticipata dell’ultima legislatura, tanto da rendere urgente riproporre il medesimo disegno di legge anche nella corrente legislatura al fine di creare le condizioni per una opportuna quanto urgente esecuzione di disposizioni importanti per la tenuta e per la corretta operatività dei nostri lavoratori impiegati sul territorio turco –:

se si intenda procedere in tempi celeri alla presentazione di un disegno di legge recante ratifica ed esecuzione dell’accordo tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo della Repubblica di Turchia sulla previdenza sociale, firmato a Roma in data 8 maggio 2012. (4-00298)

PORTA, GIANNI FARINA, FEDI, GARAVINI e LA MARCA. — Al Ministro degli affari esteri. — Per sapere – premesso che:

negli ultimi anni, a seguito degli orientamenti assunti dal Governo bolivariano, in Venezuela si sono moltiplicate le azioni di esproprio di proprietà immobiliari, molte delle quali appartengono a immigrati di origine italiana residenti nel Paese da oltre mezzo secolo;

le proprietà in questione sono in genere di piccola e media dimensione, frutto di sacrifici e risparmi di decenni, spesso utilizzate per avviare e consolidare attività economiche recanti beneficio sia alla condizione familiare dei protagonisti che al tessuto economico e sociale delle località nelle quali sono ubicate;

nella maggior parte dei casi gli indennizzi, erogati per altro con grande ritardo, sarebbero minimi e talvolta addirittura non corrisposti, con un danno irreversibile per le attività interessate agli espropri e per le condizioni di vita dei legittimi proprietari;

a Maiquetia, nei pressi dell’aeroporto internazionale di Caracas, ad esempio, la signora R.C., vedova di un nostro connazionale, ha ricevuto un avviso di esproprio del terreno industriale nel quale opera un’officina meccanica, gestita dal figlio, che in conseguenza sarebbe costretta a chiudere privando dell’unica fonte di reddito le famiglie di chi vi lavora –:

se le autorità diplomatico-consolari siano a conoscenza dei casi di esproprio riguardanti nostri connazionali e, in caso affermativo, se abbiano potuto monitorare l’entità del fenomeno, la sua distribuzione sul territorio e lo stato di avanzamento delle procedure espropriative;

se il Ministro interrogato non ritenga di sollecitare i rappresentanti diplomatici italiani presenti nel Paese a stabilire gli opportuni contatti con le autorità venezuelane, al fine di sottolineare la provenienza da lavoro dei beni oggetto degli atti di esproprio e di cercare ogni utile iniziativa, nel rispetto dell’autonomia decisionale delle istituzioni centrali e locali del Venezuela, volta alla preservazione delle proprietà legittimamente acquisite e destinate ad attività economiche consentite.

(4-00299)

AMBIENTE E TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE

Interrogazioni a risposta scritta:

FABBRI, DE MARIA, LENZI, ZAMPA, BOLOGNESI, CARLO GALLI e BENAMATI. — Al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

nelle ultime settimane la regione Emilia-Romagna e in particolare le province di Bologna e di Parma sono state colpite da un’eccezionale ondata di maltempo a carattere alluvionale. Sono caduti quantitativi di pioggia da due ad oltre quattro volte in più rispetto alle medie stagionali e le precipitazioni sono state mediamente superiori ai 150 millimetri su tutta la regione, con punte oltre i 250 millimetri sulle colline emiliane e valori oltre i 600 millimetri sul crinale appenninico tosco-emiliano;

le frequenti precipitazioni, lo scioglimento della neve e l’elevato grado di saturazione dei bacini hanno provocato l’innalzamento dei livelli dei corsi d’acqua, con conseguente stato di preallarme e allarme lungo fiumi come l’Enza, il Secchia, il Panaro e il Reno;

le ondate di piena che hanno coinvolto il reticolo idrografico regionale hanno danneggiato in modo significativo numerose opere idrauliche, provocato erosioni spondali, tracimazione di fossi e canali, danni alle strutture viabilistiche (strade e ponti) e cedimenti di parti delle reti fognarie e acquedottistiche, provocando allagamenti alle abitazioni (53 persone evacuate in 11 comuni, con crolli e gravi rischi per 42 prime case) e alle attività produttive (9) e compromettendo la viabilità provinciale e locale (circa 16 le strade interrotte, senza alternative, a cui si aggiungono 31 strade comunali e 47 provinciali parzialmente interrotte, con transito limitato, oltre a quelle statali);

nel complesso, sono quasi 1400 le segnalazioni effettuate dagli enti locali e dai consorzi di bonifica: circa 500 riguardano frane, più di 350 le opere di bonifica. Le piogge hanno infatti determinato il riattivarsi di diversi movimenti franosi in tutta l’area appenninica soprattutto in provincia di Bologna. Tra i più rilevanti l’interrogante segnala: la strada comunale Riola-Campolo (Grizzana Morandi) completamente asportata per oltre 500 metri, la strada comunale Montilocchi (Castel di Casio) completamente occupata da una frana, la strada Vicinale Pubblica dei Valgoni (Gaggio Montano) totalmente chiusa, la strada comunale Vignola dei Conti (Savigno) dove si è riattivata una frana storica, la strada comunale Melrano (Savigno) con viabilità interrotta, e altro;

in comune di San Benedetto Val di Sambro nel versante idrografico emiliano di Monte Oggioli (1260 metri s.l.m.) si è innescato un movimento franoso di enormi proporzioni, in evoluzione, (larghezza metri 800 – lunghezza chilometri 1,5) posto tra il Rio degli Ordini ed il Rio Casa Mingoni che sta interessando diverse borgate composte da circa 12 alloggi dichiarati totalmente inagibili in quanto distrutti o irrimediabilmente danneggiati e sottoposti a continuo rischio, con il conseguente allontanamento dei cinque nuclei familiari ivi residenti, composti da 9 persone;

le gravi criticità che stanno interessando la viabilità nell’area appenninica tosco-emiliana stanno già ripercuotendosi negativamente sulle attività produttive della zona, con deleteree conseguenze per il sistema economico non solo locale e per l’occupazione;

l’Agenzia di protezione civile della regione Emilia-Romagna e il servizio tecnico di Bacino Reno con la partecipazione della provincia di Bologna, dei comuni e del consorzio di bonifica stanno monitorando la situazione, acquisendo informazioni, raccogliendo segnalazioni e richieste di interventi in emergenza, effettuando sopralluoghi al fine di poter predisporre già nei prossimi giorni un rapporto dettagliato della situazione;

l’allerta maltempo, emessa il 21 marzo scorso, è stata prolungata fino alle ore 15 di venerdì 22 aprile. Sotto osservazione è stato posto il bacino Reno oltre ai bacini Alto Lamone e Savio, Pianura di Forlì e Ravenna, Bacini Secchia e Panaro, Bacini Trebbia e Taro, Pianura di Parma e Piacenza e i territori appenninici dove permane un diffuso dissesto idrogeologico con possibili aggravamenti di movimenti franosi già in atto e attivazioni di nuovi;

per i primi interventi di somma urgenza la regione Emilia-Romagna ha già messo a disposizione, per l’intera regione, circa 700.000 euro a fronte degli oltre 8.500.000 euro per interventi urgenti su opere pubbliche stimati dagli enti locali e dai consorzi di bonifica nella sola provincia di Bologna;

il 5 aprile 2013 il presidente della regione Emilia-Romagna, Vasco Errani, ha inviato al Presidente del Consiglio dei ministri e al capo del dipartimento della protezione civile, la richiesta di dichiarazione di stato di emergenza per il territorio regionale, stante l’impossibilità di far fronte alla grave situazione determinatasi con i poteri ordinari e con i mezzi finanziari disponibili. A tal proposito è stata richiesta l’assegnazione di risorse finanziarie per la realizzazione di interventi di somma urgenza e di messa in sicurezza che, sulla base delle valutazioni delle strutture tecniche regionali, ammontava alla data della richiesta dello stato di emergenza a 63 milioni di euro, mentre alla data odierna i danni stimati alle sole opere pubbliche e di bonifica assommano per l’intera regione a 116 milioni di euro;

non è ancora stato stimato il valore economico dei danni a proprietà abitative ed economiche private –:

se intenda sostenere la richiesta di dichiarazione dello stato di emergenza ai sensi dell’articolo 5 della legge n. 225 del 1992 avanzata dal presidente della regione Emilia-Romagna mettendo a disposizione idonee risorse finanziarie per far fronte sia agli interventi urgenti di messa in sicurezza del territorio, sia – con priorità assoluta – per restituire adeguata e dignitosa collocazione abitativa alle famiglie che hanno perso tutto con le frane e per ripristinare il già precario e vulnerabile tessuto produttivo montano;

se intenda provvedere – attraverso le necessarie iniziative, se del caso normative – per riconoscere alla regione e agli enti locali coinvolti dalle calamità la deroga al patto di stabilirà interno relativamente alla spesa per investimenti, al fine di permettere loro di approntare autonomi interventi con oneri a valere sui fondi disponibili nei bilanci regionali, provinciali e comunali. (4-00267)

SANDRA SAVINO. — Al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che;

il SISTRI (sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti) nasce nel 2007 su iniziativa del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare nel più ampio quadro di innovazione e modernizzazione della Pubblica Amministrazione per permettere l’informatizzazione dell’intera filiera dei rifiuti speciali a livello nazionale;

il sistema avrebbe dovuto semplificare le procedure e gli adempimenti riducendo i costi sostenuti dalle imprese, gestire in modo innovativo ed efficiente un processo complesso e variegato con garanzie di maggiore trasparenza, conoscenza e prevenzione dell’illegalità e quindi, nell’ambito della lotta alle ecomafie, contrastare il proliferare di azioni e comportamenti illeciti e attuare un sistema di rilevazione dei dati che facilitasse, tra l’altro, i compiti affidati alle autorità di controllo;

nel dicembre 2009 la realizzazione del software del sistri venne affidata senza gara (in quanto un anno prima alla procedura era stata attribuito il segreto di Stato) direttamente alla Selex Service Management Spa, società del gruppo Finmeccanica;

da questa procedura e dai gravi ritardi nell’avvio del sistema è scaturita un’ampia indagine della procura di Napoli sulla Selex che ha evidenziato violazioni delle previsioni contrattuali e delle esigenze di sicurezza nazionale da parte della società che ha fatto ricorso a terzi per la sua realizzazione provocando così continui ritardi nell’avvio del sistri, ancora oggi non operativo nonostante l’esborso annuale di denaro pubblico, ed innescando un sistema di false fatturazioni e sovrafatturazioni finalizzate alla creazione di fondi neri;

nella giornata del 17 aprile 2013 la Guardia di finanza ha effettuato 22 arresti (3 in carcere e 19 domiciliari) per diverse tipologie di reato legate alla corruzione che hanno, appunto, fatto lievitare in maniera sproporzionata i costi del software del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare: dagli iniziali 146 milioni di euro esso è aumentato fino a 400 milioni;

si tratta di costi che sono stati già in parte sostenuti dalle imprese artigiane per il teorico utilizzo di un sistema, come già detto ad oggi ancora non funzionante ed assolutamente inadatto alle piccole imprese;

in un Paese democratico e civile, dopo tale notizia unanimemente ritenuta di una gravità assoluta, il SISTRI sarebbe stato immediatamente soppresso o abrogato;

viceversa, il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, contrariamente ad ogni pratica di buona amministrazione, ha confermato che il SISTRI dal mese di ottobre 2013 diventerà pienamente operativo –:

per quali motivi si ritenga di procedere comunque con l’attivazione del sistri e non viceversa alla sua immediata soppressione posto che esso appare già ora inadeguato perché tale da prestarsi a soddisfare appetiti economici che sembrano all’interrogante di dubbia legittimità e non certo idoneo a realizzare quella semplificazione ed efficienza nella gestione dei rifiuti da parte delle imprese del settore che era nelle intenzioni dei suoi promotori, 6 anni fa;

quali iniziative, e in quali tempi, possano essere attuate in favore delle imprese artigiane del settore che hanno sempre ottemperato agli obblighi gestionali e soprattutto finanziari loro imposti e che ora si trovano a dover sopportare, per di più in un momento di «sisma» economico come quello attuale, un’ulteriore umiliazione che le vede come sempre capro espiatorio. (4-00295)

REALACCI. — Al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:

la Costituzione della Repubblica Italiana all’articolo 9 dei Principi Fondamentali così recita: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione»;

il paesaggio italiano è il risultato di millenni di storia in cui civiltà e culture diverse si sono succedute e intersecate nella sua struttura costituendone bellezza e identità culturale. Ciò che inoltre distingue la complessità dei caratteri storici del paesaggio italiano, rispetto ad altri paesaggi europei, è la molteplicità e la stratificazione delle impronte che le molte civiltà che vi sono susseguite hanno lasciato nel territorio e nelle forme di boschi e campagne e insediamenti urbani. Civiltà che hanno poi dato al nostro territorio un grandissimo contributo di specie vegetali, tecniche di coltivazione, modi di captazione e uso dell’acqua, costruzioni e manufatti, tanto da far assumere al paesaggio italiano un valore storico del tutto particolare rispetto agli altri paesi europei. Paesaggio che per l’Italia tutta costituisce una ricchezza economica di inestimabile valore per la nostra nazione e che deve essere tutelata;

è notizia del 14 aprile 2013, riportata da quotidiani locali umbri e anche da un servizio del Tg2, edizione del secondo canale RAI delle ore 13, che conferma la realizzazione di un campo eolico sul Monte Peglia, in provincia di Terni, a pochissimi chilometri dalla città di Orvieto, e descrive le relative proteste dei cittadini e da alcuni comitati;

si apprende poi da vari articoli presenti on line che, con la presentazione di due progetti alla Provincia di Terni, la società Innova Wind, con sede a Napoli e capitale sociale di 10.000 euro, intende installare, sul monte Peglia: 18 torri eoliche ognuna alta 150 metri e rotori di 82 metri di diametro, basamenti in cemento per un totale di 6 ettari, nuove strade di collegamento tra torre e torre, due imponenti sottostazioni elettriche ed elettrodotti per l’innesto alla rete elettrica nazionale;

il sopraccitato campo eolico sarebbe poi visibile da più orizzonti e da elevata distanza, tra l’altro anche dal duomo di Orvieto, capolavoro del gotico e neogotico italiano del XVI secolo, che rendono la città umbra famosa in tutto il mondo;

il consiglio provinciale di Terni ha inoltre recentemente bocciato, all’unanimità, con un ordine del giorno il progetto di installazione di pale eoliche sul Monte Peglia, di fronte ad Orvieto –:

se i Ministri interrogati siano a conoscenza della vicenda e se essa corrisponda al vero;

se agli uffici preposti dei dicasteri competenti si trovino richieste di autorizzazioni paesaggistiche per le installazioni delle pale eoliche del Monte Peglia;

quali iniziative urgenti intendano mettere in campo per scongiurare il deturpamento del paesaggio circostante la città di Orvieto e se si intenda verificare, anche per il tramite dell’autorità di bacino e per mezzo degli uffici territoriali competenti, se il predetto campo eolico sia compatibile con i parametri di rischio idrogeologo dell’area individuata.

(4-00300)

MADIA. — Al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

con l’articolo 28, comma 1, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni dalla legge del 6 agosto 2008, n. 133 si istituisce l’Istituto per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA);

con il decreto ministeriale 214 del 23 luglio 2008 del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare si è proceduto alla nomina del commissario, prefetto Vincenzo Grimaldi, alla nomina del dottor Stefano Laporta e dell’ingegner Emilio Santori, quali sub commissari;

il decreto ministeriale 123 del 21 maggio 2010 del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare reca norme concernenti la fusione dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente e per i servizi tecnici (APAT), dell’Istituto nazionale per la fauna selvatica (INFS) e dell’Istituto centrale per la ricerca scientifica e termologica applicata al mare (ICRAM) in un unico istituto;

con il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 5 ottobre 2010, registrato dal Ministero dell’economia e delle finanze – ragioneria generale dello Stato – Ufficio centrale di bilancio, in data 7 ottobre 2010, al n. 327, il professor Bernardo De Bernardinis è stato nominato Presidente dell’ISPRA;

con il decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare del 5 agosto 2010 è stato nominato il consiglio di amministrazione dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale;

la delibera n. 1 del 18 ottobre 2010 il Consiglio di Amministrazione stesso si è insediato;

la delibera n. 2 del 18 ottobre 2010 il Consiglio di Amministrazione ha nominato il dottor Stefano Laporta direttore generale dell’ISPRA;

il decreto-legge del 6 luglio 2012, n. 95 convertito in legge il 7 agosto 2012, n. 135 cosiddetto spending review prevede tra l’altro tagli alla spesa pubblica anche attraverso la riduzione del numero dei componenti dei Consigli di Amministrazioni e il taglio del contributo ordinario dell’ISPRA pari a 1.454.510,00 euro per il 2012 e 3.878.692,00 nel 2013 e 3.878.692,00 nel 2014;

il testo del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179 (pubblicato nel supplemento ordinario n. 194/L alla Gazzetta Ufficiale 19 ottobre 2012, n. 245), coordinato con la legge di conversione 17 dicembre 2012, n. 221, all’articolo 36, 10-bis autorizza l’ISPRA ad utilizzare i fondi dell’articolo 1, comma 50, della legge n. 308 del 2004 per spese di funzionamento;

l’articolo 17 comma 35-octies del decreto-legge 1o luglio 2009, n. 78, convertito con modificazioni dalla legge 3 agosto 2009, n. 102, disciplina la composizione e la nomina del collegio dei revisori dei conti dell’ISPRA;

il decreto ministeriale 123 del 5 agosto 2010 prevede che si compito del Consiglio di Amministrazione deliberare lo statuto dell’ISPRA e che la prima traccia formale di una discussione sullo statuto da parte del Consiglio di Amministrazione appare solo con il comunicato 337 del 31 maggio 2012 del direttore generale Stefano Laporta a seguito della 12a riunione del 24 maggio 2012 del Consiglio di Amministrazione stesso, e che sempre il Consiglio di Amministrazione ha approvato la versione definitiva dello statuto solo nella 15a seduta tenutasi il 19 dicembre 2012, ad oltre due anni dal suo insediamento;

con la legge 17 dicembre 2012, n. 221 l’ISPRA veniva autorizzata ad utilizzare i fondi residui dell’ex ICRAM per spese di funzionamento (circa 14 milioni di euro); tali fondi risultavano assolutamente indispensabili al perseguimento delle attività istituzionali dell’Istituto visto il taglio imposto dalla legge di spending review e il Consiglio di Amministrazione dell’ISPRA autorizzava la variazione di bilancio solo nella sua 20a seduta svoltasi il 4 aprile 2013 ovvero tre mesi dopo l’autorizzazione di legge –:

a che punto sia l’iter procedurale per l’approvazione definitiva dello statuto dell’ISPRA;

se non ritenga che l’operato del Consiglio di Amministrazione dell’ISPRA abbia danneggiato in termini di ricadute economiche e di immagine dell’Istituto stesso:

a) per aver impiegato oltre due anni per deliberare lo statuto;

b) per aver prorogato di oltre tre mesi la grave sofferenza economica imposta all’Istituto dalla spending review;

c) per non aver deliberato in oltre due anni il piano triennale delle attività;

se corrisponda al vero che l’attività del dirigente I fascia del Mattm dottor Nicola Storto collocato fuori ruolo e nominato componente del collegio dei revisori dei conti dell’ISPRA sia quella appunto di revisore dei conti dell’ISPRA carica per la quale è prevista una retribuzione che può arrivare a 201.634,61 euro l’anno oltre l’eventuale retribuzione individuale di anzianità;

se, infine, non ritenga doveroso, ispirandosi alle norme di contenimento della spesa in tema di riduzione del numero dei componenti del Consiglio di Amministrazione, sciogliere l’attuale Consiglio di Amministrazione e procedere a nuove nomine. (4-00325)

BENI E ATTIVITÀ CULTURALI

Interrogazioni a risposta scritta:

VENTRICELLI, CASSANO, DECARO, GINEFRA, GRASSI, ORFINI e PISICCHIO. — Al Ministro per i beni e le attività culturali, al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro per gli affari regionali e le autonomie. — Per sapere – premesso che:

nel 1999 nella città di Altamura, in provincia di Bari, durante alcuni scavi in una cava abbandonata in località Pontrelli, sono state rinvenute oltre ventimila impronte di dinosauro. La cava insiste su una roccia calcarea, indicata nel linguaggio geologico «Calcare di Altamura», su circa 12.000 metri quadrati sono impresse su un’unica superficie di strato, migliaia di impronte. Le numerose forme presenti suggeriscono un indice di diversità biologica piuttosto elevato e, inoltre, le dimensioni più piccole rispetto a quelle finora conosciute, rendono il sito di Altamura unico nel suo genere;

l’unicità di questo ritrovamento ha reso la zona il sito paleontologico più ricco e importante d’Europa – che probabilmente non ha altri eguali nel resto del Pianeta –, vista anche l’elevatissima biodiversità rilevata che caratterizzava gli individui presenti contemporaneamente nello stesso luogo;

le impronte repertate risalgono al cretacico superiore, tra i 70 e gli 80 milioni di anni fa, quando il clima in Puglia era di tipo tropicale (caldo umido), e testimoniano la presenza di oltre duecento animali appartenenti almeno a cinque gruppi diversi di dinosauri, erbivori e anche carnivori;

a proposito di tali ritrovamenti, gli studiosi parlano di una scoperta di importanza mondiale: le orme sono organizzate in vere e proprie piste, e sono così ben conservate da fornire informazioni sull’apparato motorio-scheletrico, la postura e l’andatura degli animali. Sono arrivate fino ai giorni nostri, probabilmente, per la presenza, nel terreno paludoso, di tappeti di alghe che ne hanno permesso la cementazione. Dalla lettura delle impronte, e soprattutto dall’analisi delle piste, si evincerebbe che si trattava di una tranquilla zona di pascolo per grandi erbivori;

una volta fatta tale scoperta, c’è stato un grande interesse per l’intera zona: nei primi 2 anni sono arrivati ad Altamura migliaia di visitatori ma poi, lentamente, i proprietari della cava hanno deciso di chiudere l’ingresso al pubblico per mancanza di servizi e dotazioni di sicurezza. Tale decisione ha comportato una grave perdita: sia per tutti coloro che avrebbero voluto visitare il sito e non hanno potuto farlo, sia per lo stato di conservazione delle impronte, che continuano a degradarsi a causa degli agenti atmosferici ostili;

la situazione, però, è resa ancora più complicata da ulteriori circostanze: il terreno della cava è di proprietà privata e non si è ancora riuscito a trovare un accordo definitivo e soddisfacente con le istituzioni pubbliche. L’intera area copre 175 mila metri quadri, e la superficie in cui le impronte sono state rilevate è di 17 mila metri quadri;

uno degli ostacoli maggiori è dettato dalla difficoltà di riuscire a quantificare il valore del sito; la stessa società che ne detiene la proprietà, alcuni anni fa ha proposto una perequazione urbanistica con il comune di Altamura di 8 milioni di euro, per trasformare un terreno della società da agricolo a edificabile con fabbricati che abbiano una cubatura equivalente a un valore di 8 milioni di euro. Il comune non ha accettato, ma non è ancora stata trovata la giusta formula per salvaguardare il sito di Cava Pontrelli;

dal 1999 ad oggi, l’interesse di molti cittadini verso il sito è confluito verso l’imprescindibile esigenza di dare un apporto diretto per difendere l’importante area paleontologica, il «Movimento Culturale Spiragli» che nella loro continua battaglia per la tutela di Cava Pontrelli, sono promotori dell’importanza di effettuare prima possibile un’ulteriore e accurata ricognizione dello stato dei luoghi, e dell’assoluta urgenza di tutelare e salvaguardare la paleo-superficie. In tal senso, per tramite del paleontologo Marco Petruzzelli, sono recentemente riusciti ad ottenere la disponibilità di scienziati di Manchester, Barcellona, Kracovia, Varsavia, e americani del Roky Mountain Museum e Black Hills Museum, interessati ad occuparsi;

anche le istituzioni hanno inoltre sempre confermato il loro interesse alla risoluzione del problema, che ha avuto, in primis, come ostacolo principale la questione relativa alla proprietà nelle mani di una società privata;

nel novembre del 2000, la paleo-superficie su cui insistono le migliaia di orme fossili di dinosauro è stata sottoposta a vincolo diretto (paleontologico) ed è stata acquisita, da tempo, al patrimonio pubblico in quanto il direttore del Ministero per i beni culturali, il 7 dicembre 2000, ha dichiarato che: «le impronte di dinosauro… appartenenti allo Stato» disponendo, in questo modo, l’inserimento di tali beni nell’elenco dei beni demaniali;

dopo tale intervento rimane di proprietà privata la sola cava, ossia la pietraia circostante. Fino a questo momento, però, nessun ente preposto (Ministero, soprintendenza, amministrazione comunale e tutti gli altri enti locali) ha pensato di far valere una normale servitù di passaggio per l’accesso alla paleo-superficie, ossia a quello che è già patrimonio pubblico, un bene demaniale;

dopo numerosi tentativi di accordo tra le istituzioni pubbliche e la proprietà, falliti negli scorsi anni, nel 2011 è stata avviata la pratica del Ministero per i beni e le attività culturali per l’esproprio. La soprintendenza per i beni archeologici della Puglia ha terminato la fase istruttoria per la stima del bene, e attualmente si attende che il Ministero decida, anche in base ai fondi disponibili, se procedere all’esproprio;

gli ostacoli maggiori, tra i tanti, che hanno fino a questo momento impedito che Cava Pontrelli passasse da una proprietà privata a quella pubblica, sono stati determinati dalla difficoltà di ottenere la valutazione del bene, che non può essere fatta da un privato, ma deve essere determinata da un soggetto pubblico, come per l’appunto il Ministero per i beni e le attività culturali;

ottenuto l’esproprio da parte dello Stato, poi, sarà necessario decidere se Cava Pontrelli sarà gestita da un ente statale o se verrà concessa una delega al comune di Altamura perché l’area possa essere amministrata e gestita direttamente dalla città murgiana; nel momento in cui sarà determinato il trasferimento di proprietà allo Stato e il bene diverrà pubblico, sarà possibile presentare progetti e valorizzare al meglio l’area archeologica, anche accedendo ai finanziamenti europei per la cultura;

allo stato attuale delle cose, a seguito della notificazione da parte della soprintendenza per i beni archeologici della Puglia, alla «Valle dei Dinosauri srl» della procedura espropriativa di Cava Pontrelli, la soprintendenza medesima ha acquisito il diritto ad occupare per due anni la Cava, in attesa della definizione dell’iter amministrativo in corso; l’esercizio di tale diritto è di vitale importanza per lo stato di salute della paleo-superficie del sito in questione, visto che ora l’ente periferico del Ministero per beni e le attività culturali può porre in essere azioni di ripristino e di salvaguardia del bene, ma non è sufficiente perché l’annosa questione possa ritenersi risolta –:

se i Ministri interrogati non ritengano necessario intervenire, per quanto di competenza, affinché venga finalmente chiarita l’annosa vicenda che riguarda Cava Pontrelli in merito alle urgenti questioni:

a) che attualmente impediscono la giusta valorizzazione della preziosa area archeologica;

b) che mettono a rischio l’intera area, poiché in questi 14 anni di attesa e incertezze le 500 orme di dinosauro rimaste a cielo aperto sono state inesorabilmente rovinate dalla pioggia e dal vento, portando ad una perdita di un patrimonio di inestimabile valore;

c) che hanno impedito la giusta valorizzazione di un’area che potrebbe portare alla città di Altamura e a tutti i paesi limitrofi importanti introiti legati ad un imponente flusso turistico;

d) che necessitano di un’accurata e ulteriore ricognizione dello stato dei luoghi per mettere a punto un imprescindibile piano di conservazione degli stessi;

e) che abbiano tra gli obiettivi principali la tutela e la salvaguardia della paleo-superficie, stanziando fondi per il recupero e la protezione delle orme danneggiate e, parallelamente, per uno studio specifico delle orme stesse, coinvolgendo a questo proposito il mondo scientifico. (4-00279)

REALACCI. — Al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:

la Reale tenuta di Carditello, detta anche Real Sito di Carditello nel comune di San Tammaro (CE), faceva parte di un gruppo di 22 siti della dinastia reale dei Borbone di Napoli che comprendeva anche il Palazzo Reale di Napoli, la Reggia di Portici, la Reggia di Capodimonte e la Reggia di Caserta;

questi luoghi non erano solamente dedicati allo svago, soprattutto la caccia, della famiglia reale borbonica e della sua corte, ma in alcuni casi costituivano vere e proprie aziende, espressione dell’imprenditoria ispirata alle idee illuministiche in voga a quei tempi;

la reggia è un prezioso complesso architettonico sobrio ed elegante di stile neoclassico, destinato originariamente da Carlo di Borbone alla caccia e all’allevamento di cavalli e successivamente, per volere di Ferdinando IV di Borbone, tramutato in fattoria modello per la coltivazione del grano e per l’allevamento di razze pregiate di bovini e cavalli. Era immerso in una vasta tenuta ricca di boschi, pascoli e terreni per la coltivazione. Carditello era uno dei luoghi reali che possedeva il titolo di «Reale Delizia» perché, nonostante la sua funzione di azienda, offriva un piacevole soggiorno al re e alla sua corte per le particolari battute di caccia grazie ai ricchi e numerosi boschi che possedeva. La struttura fu costruita dall’architetto Francesco Collecini, allievo e collaboratore di Luigi Vanvitelli;

nel 1920 gli immobili e l’arredamento passarono dal demanio all’Opera Nazionale Combattenti e tutti i suoi numerosissimi ettari furono lottizzati e venduti. Rimasero esclusi il fabbricato centrale e i 15 ettari circostanti che nel secondo dopoguerra entrarono a far parte del Patrimonio del Consorzio Generale di bonifica del bacino inferiore del fiume Volturno. Nel 1943 fu occupata dalle truppe tedesche che vi stabilirono il proprio comando. I vandalismi dei soldati contribuirono ad aumentare lo stato di degrado;

da molti anni la tenuta è in uno stato di abbandono gravissimo, vittima di abusi, furti di intonaco, fregi e marmi che l’ha resa sconosciuta ai più e relegata in una posizione inferiore rispetto ad altre località e siti di interesse artistico;

come si è detto «Carditello» è di proprietà del consorzio di bonifica del Basso Volturno, un ente regionale che non ha alcun interesse funzionale nel possesso questo tesoro architettonico del ’700 perdipiù il detto consorzio è oberato di debiti e così la banca creditrice, l’allora Banco di Napoli, Gruppo Banca Intesa, ha fatto avviare la vendita all’asta del patrimonio. E dunque la reggia viene «battuta» come un qualunque cespite;

con ordinanza del 27 gennaio 2011, il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere – Ufficio Esecuzioni Immobiliari – dispone la vendita all’asta del complesso monumentale denominato Real Sito di Carditelio al prezzo base di 20 milioni di euro;

il Ministro Ornaghi, in un articolo pubblicato da La Repubblica dell’11 luglio 2012 in occasione della visita al sito da parte del Ministro per i beni e le attività Culturali, ha così dichiarato: «Il ministero vigilerà attraverso la Prefettura sulle eventuali offerte, soprattutto se provenienti da privati sospetti di collusioni con la criminalità organizzata» inoltre ha aggiunto – «Se si dovesse verificare la necessità, il ministero eserciterà il diritto di prelazione. Ma interverrà quando il prezzo dell’asta sarà ritenuto idoneo e ragionevole»;

come si evince da un articolo pubblicato lo scorso 1o febbraio 2013 dal quotidiano «Mattino di Napoli» l’asta dello scorso gennaio è andata deserta e il nuovo prezzo d’asta è ora fissato a dieci milioni di euro, la metà. Un valore ritenuto dai maggior esperti d’arte più che ragionevole rispetto ad altri gioielli architettonici presenti sul mercato –:

visto il dimezzamento del prezzo d’asta se il Ministro per i beni e le attività culturali intenda ora esprimere interesse all’acquisto del Real Sito di Carditello e se ritenga altresì opportuno, anche per tramite dei competenti uffici del dicastero da lui diretto, presentare un’offerta congrua al fine di ottenere il ritorno al patrimonio pubblico della Reggia di Carditello;

se non ritenga utile presentare accanto alla proposta di acquisto un progetto di rilancio del predetto sito a finalità turistica e/o scientifica per restituire finalità ed antico splendore in una zona con rilevante presenza della criminalità organizzata ed alto tasso di disoccupazione, specie giovanile. (4-00309)

DIFESA

Interrogazione a risposta scritta:

CIRIELLI. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:

in data 11 aprile 2013 il CO.CE.R. Difesa ha deliberato ed inviato agli organi di stampa un proprio comunicato stampa, riguardante la triste vicenda dei fucilieri della Marina militare Salvatore Girone e Massimiliano La Torre, a sostegno di uno analogo, emesso in pari data dal CO.CE.R. Marina militare;

con tali comunicazioni ufficiali, i predetti organi della rappresentanza militare hanno chiesto con rispettosa determinazione di poter incontrare il Presidente del Consiglio dei ministri, il Ministro della difesa ed il Vice Ministro degli affari esteri per poter ricevere un punto di situazione sulla vicenda chiarificatrice e completa;

suddetto incontro è considerato indispensabile per gli organi in questione, al fine di poter svolgere compiutamente il loro mandato rappresentativo, stante l’impossibilità di svolgere audizioni, come previsto dalla normativa vigente, presso le Commissioni difesa di entrambi i rami del Parlamento, a causa del fatto che le stesse Commissioni non sono ancora insediate;

risulta quantomai importante per i suddetti consigli di rappresentanza poter, in un siffatto ambito, confrontarsi con l’Esecutivo circa i contenuti della normativa attualmente regolante il servizio a bordo di navi civili di personale militare appartenente alle Forze armate. Ciò al fine di poter tutelare in modo adeguato il personale rappresentato che, come hanno dimostrato i fucilieri di Marina Girone e La Torre, è costituito da ufficiali in grado di anteporre il loro senso dell’onore e spirito di servizio alla loro vita ed ai loro affetti;

risulta all’interrogante che in data 16 aprile 2013 il consiglio centrale di rappresentanza interforze ha fatto propria, con un’apposita delibera, la predetta richiesta di incontro di fatto rinnovando l’urgenza della stessa –:

se il Ministro sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa e se, anche in considerazione del delicato momento istituzionale, possa assicurare in tempi rapidi al consiglio centrale interforze l’incontro richiesto, fornendo in tale ambito ogni possibile informazione e risposta volta a porre il consiglio interforze nelle condizioni di poter svolgere compiutamente il proprio mandato nel pieno rispetto delle giuste esigenze di informazione e tutela del personale rappresentato. (4-00283)

ECONOMIA E FINANZE

Interrogazione a risposta orale:

CESA. — Al Ministro dell’economia e delle finanze, al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:

la competitività del sistema-Paese è legata anche alla possibilità di mettere rapidamente in circuito le conoscenze e la formazione degli studenti universitari rendendo subito fruibili da parte delle imprese queste esperienze e professionalità;

tale era la funzione dell’articolo 1 nel decreto-legge n. 70 del 2011 che disponeva la concessione in via sperimentale per gli anni 2011 e 2012, di un credito di imposta a favore delle imprese che avessero finanziato progetti di ricerca, in università ovvero enti pubblici di ricerca;

le università ovvero enti pubblici di ricerca potevano sviluppare i progetti così finanziati anche in associazione, in consorzio, in joint venture e altro, con altre qualificate strutture di ricerca, anche private, di equivalente livello scientifico;

il credito di imposta competeva nella misura del 90 per cento della spesa incrementale di investimento, ma la misura non è stata prorogata ulteriormente;

in vista della conclusione della fase sperimentale, nel corso della discussione del decreto-legge n. 83 del 2012, il Ministro Passera aveva preso l’impegno a rifinanziare la misura citata;

per far crescere il Paese è necessario mettere le numerose eccellenze presenti negli atenei nella condizione di potere esplicare i propri saperi in una virtuosa collaborazione con il mondo imprenditoriale –:

se non ritengano opportuno, nel rispetto dei saldi di finanza pubblica, di adottare iniziative di tipo normativo finalizzate a prorogare per il prossimo triennio il credito di imposta di cui all’articolo 1 del decreto-legge n. 70 del 2011, misura ampiamente apprezzata dalle imprese che vogliono innovare e dai quei profili altamente qualificati che hanno potuto così svolgere la loro prima esperienza di lavoro diretta. (3-00024)

Interrogazioni a risposta scritta:

VELO. — Al Ministro dell’economia e delle finanze, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

con decreto 21 marzo 2013, del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro della giustizia, è stato disposto l’adeguamento del sistema tariffario da corrispondere all’Automobile Club d’Italia – ACI per le attività relative alla tenuta del pubblico registro automobilistico ed, in particolare, per l’espletamento delle formalità inerenti la tenuta del pubblico registro automobilistico, il rilascio dei relativi certificati e le visure e le ispezioni da effettuarsi nel pubblico registro automobilistico;

la nuova tabella si applica alle richieste di formalità, di documenti, di visure e ispezioni, presentate agli uffici del pubblico registro automobilistico a partire dal quinto giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana;

dalla stessa data non sono più dovuti all’Automobile Club d’Italia dalle province i corrispettivi convenzionalmente stabiliti per la gestione dell’imposta provinciale di trascrizione sulle formalità del pubblico registro automobilistico;

con il decreto si dispone un aumento del 30 per cento delle tariffe del pubblico registro automobilistico, che implica per il settore dell’autotrasporto un aggravio di costi superiore ai 10 milioni di euro;

il forte incremento delle tariffe – che sono rimaste sostanzialmente invariate per 19 anni – è stato motivato, dal Governo, con l’esigenza di garantire risorse sufficienti a coprire i costi del pubblico registro automobilistico, una struttura rimasta sostanzialmente invariata a fronte di minori adempimenti e incassi per immatricolazioni conseguenti al crollo del mercato automobilistico;

secondo i calcoli delle associazioni degli autotrasportatori, questa misura costerà alla mobilità (autovetture e mezzi pesanti) dai 40 ai 50 milioni di euro circa;

le medesime associazioni propongono, in alternativa, l’unificazione di due servizi pubblici, oggi distinti; la soppressione di inutili duplicazioni di competenze potrebbe determinare un risparmio, per i cittadini, di circa 200-300 milioni di euro all’anno;

anche le associazioni che rappresentano gli studi di consulenza per la circolazione dei mezzi di trasporto (ex lege 8 agosto 1991 n. 264) – sportelli telematici abilitati per l’automobilista (STA) ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica n. 358 del 2000 – contestano le nuove tariffe del pubblico registro automobilistico che determinano un aumento rilevante – improvviso e inaspettato – dei costi a carico degli utenti della strada e delle imprese private, già gravemente penalizzate dalla crisi dell’auto; le medesime associazioni segnalano inoltre che i costi relativi agli adempimenti amministrativi sono in realtà, nella parte dei casi, a carico del servizio fornito dagli STA privati e non del pubblico registro automobilistico, beneficiano dell’incremento tariffario;

la decisione del Ministero dell’economia e delle finanze, relativa all’inasprimento delle tariffe del pubblico registro automobilistico, è stata disposta con decreto a quanto consta all’interrogante senza preventiva intesa con il Ministro delle infrastrutture e trasporti e senza concertazione con le associazioni delle categorie interessate e degli studi di consulenza ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica n. 358 del 2000;

il Senato della Repubblica, con ordine del giorno del 27 aprile 2010 n. g/1720/16/8, approvato all’unanimità dai componenti della VIII Commissione, ha impegnato il Governo ad una rivisitazione tariffaria, in linea con la diversa operatività pubblico privata del nuovo regime STA, e in accordo con quanto evidenziato nel rapporto 2008 della Commissione tecnica per la spesa pubblica presso il medesimo Ministero dell’economia e delle finanze, depositato in Parlamento il 12 giugno 2008;

nell’intento di contenere la spesa, il Governo ha soppresso solo 39 degli oltre 3127 enti e consorzi che si occupano di trasporto, pubblici o comunque a carico delle pubbliche finanze, con un costo complessivo, sul bilancio dello Stato, di circa 7 miliardi di euro –:

quali iniziative urgenti si intendano assumere:

a) per evitare inutili duplicazioni di strutture, archivi, documenti e procedimenti e dei relativi costi a carico delle pubbliche finanze;

b) per contenere l’aumento entro una minima rivisitazione tariffaria, previa concertazione con le associazioni delle categorie interessate e degli studi di consulenza ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica n. 358 del 2000, d’intesa con il Ministro delle infrastrutture e trasporti, in linea con la diversa operatività pubblico privata del nuovo regime STA, e in accordo con quanto evidenziato nel rapporto 2008 della Commissione tecnica per la spesa pubblica istituita presso il medesimo Ministero dell’economia e delle finanze. (4-00273)

RUOCCO. — Al Ministro dell’economia e delle finanze, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:

l’Italia è da sempre all’avanguardia nel campo della telefonia e, specialmente nel settore della telefonia mobile, confermandosi tra i Paesi al mondo in cui è più elevato il rapporto tra numero di sim attive ed abitanti, attestandosi nel 2012 a 149 sim per 100 abitanti;

a quanto risulta da indiscrezioni apparse in questi giorni sulla stampa sembra, tuttavia, che potrebbe presto verificarsi il paradosso per il quale un mercato tanto prospero e da sempre tra i più innovativi al mondo non possa più contare su una compagnia telefonica nazionale;

secondo diversi articoli tra cui quello riportato da Il Sole 24 Ore del 12 aprile 2013, l’imprenditore cinese Li Ka Shing, già presente in Italia nel settore delle telecomunicazioni attraverso 3, avrebbe manifestato la volontà di entrare nella proprietà di Telecom Italia;

Telecom Italia, che deriva dalla Sip, Società italiana per l’esercizio telefonico istituita nel 1964, benché fuori dal Paese possa contare su una forte presenza solo in Sud America, in Italia è una società di prima grandezza, confermandosi come la principale compagnia sia per ciò che riguarda la rete fissa, sia, con Tim, per ciò che concerne la rete mobile;

secondo quanto dichiarato sul comunicato stampa sulla relazione finanziaria semestrale al 30 giugno 2012, il numero di accessi retail alla rete fissa in Italia è di circa 14,3 milioni, gli accessi broadband retail in Italia ammontano a 7 milioni, le linee Tim a circa 32,2 milioni, quelle Tim Brasil a 68,9 milioni e le linee mobili in Paraguay a 2,2, mentre in Argentina le linee fisse sono 4,1 milioni, 1,6 milioni gli accessi broadband, 18,7 milioni i clienti mobili;

dato non meno importante è che il personale del gruppo ammonta a 84.889 unità, di cui 56.815 in Italia;

per quanto detto emerge chiaramente che qualsiasi dinamica che influisca sull’assetto societario di Telecom Italia ha ripercussioni dirette sul Paese;

ciò è vero soprattutto se si considera l’attenzione che la politica ha avuto nei confronti del colosso italiano delle telecomunicazioni: Giovanni Pons su un articolo di Repubblica.it del 15 aprile 2013, arriva addirittura a mettere in correlazione diretta il cambio dei Governi e quello del vertice di Telecom;

Pons individua nello stesso articolo, come «peccato originale» dal quale partono le problematiche relative al rapporto tra lo Stato e il vertice e la proprietà di Telecom Italia che si sono avvicendate negli anni, «le modalità di privatizzazione adottate dal governo Prodi nel 1997, quando occorrevano soldi per entrare nell’euro e non si badò tanto alle conseguenze di mercato privatizzando totalmente e integralmente una Telecom allora ricca di flussi di cassa e di una rete fissa strategica per il paese»;

Beppe Grillo tentò di porre in rilievo questa problematica nel 2006 quando lanciò l’iniziativa «Shareaction» attraverso la quale, acquisendo le deleghe dei piccoli azionisti denunciò l’incapacità della dirigenza di Telecom, chiedendone le dimissioni ed auspicando che i cittadini italiani, che, contribuendo attraverso la tassazione l’avevano costituita, tornassero ad essere i protagonisti della sua governance;

tale denuncia e le modalità quantomeno affrettate della dismissione di Telecom Italia restano ancor oggi al centro del dibattito se, nell’articolo sopra citato tratto da Repubblica.it, si parla dell’ipotesi di un intervento di Cassa depositi e prestiti per l’acquisto della rete fissa, ritenuta strategica per il Paese, scorporata dalla mobile che potrebbe essere in tal modo accorpata a H3G o a Telefonica, azienda spagnola già presente attraverso la holding Telco s.p.a. nella proprietà di Telecom Italia –:

se siano a conoscenza dei fatti esposti in premessa e se ritengano opportuno l’intervento del Fondo strategico italiano, holding posseduta per il 90 per cento dalla Cassa depositi e prestiti, per rilevare la rete fissa di Telecom Italia;

se non ritengano che la cessione di un asset strategico per il Paese come Telecom Italia in mani straniere potrebbe avere ricadute negative dal punto di vista occupazionale ed economico in generale. (4-00274)

FAUTTILLI. — Al Ministro dell’economia e delle finanze, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

nella delibera CIPE n. 121 del 21 dicembre 2001, relativa al primo programma delle opere strategiche da realizzarsi ai sensi della legge n. 443 del 2001 (legge obiettivo), sono compresi l’intervento «A12-Pontina-Appia» e l’intervento «Bretella Cisterna-Valmontone»;

nella seduta del 18 novembre 2010, il CIPE ha approvato l’intervento, che prevede la realizzazione di 186,2 chilometri di nuove infrastrutture, dei quali 99,8 chilometri di autostrade (Roma-Latina A12-Tor de’ Cenci e Cisterna-Valmontone). L’importo complessivo dell’opera, che verrà realizzata in partenariato pubblico-privato (con contributo pubblico non superiore al 40 per cento), era stimato in 2,728 miliardi di euro;

la predetta delibera ha autorizzato una gara unica di affidamento in concessione da espletare a seguito dell’approvazione da parte del CIPE del progetto definitivo del tratto A12-Tor de’ Cenci e della risoluzione del contenzioso inerente la precedente delibera n. 55/2008;

nella seduta del 3 agosto 2012 il CIPE, nell’ambito del Programma delle infrastrutture strategiche (legge n. 443 del 2001) ha approvato, con prescrizioni, il progetto definitivo del tratto compreso fra la A12 Roma-Civitavecchia e Tor de’ Cenci nell’ambito del «Corridoio intermodale Roma-Latina e collegamento Cisterna-Valmontone»;

il costo, al netto dei ribassi d’asta, è stato quantificato in 520,1 milioni di euro, cui si aggiungono 1,319 milioni di euro per la tratta Roma (Tor de’ Cenci)-Latina e 586,4 milioni di euro per la bretella Cisterna-Valmontone, i cui progetti definitivi sono già stati approvati dal CIPE, per un importo totale di 2.425,5 miliardi con un contributo pubblico complessivo previsto del 40 per cento (970,2 milioni di euro), di cui 468,1 milioni di euro già disponibili;

il Comitato ha contestualmente reiterato il vincolo preordinato all’esproprio sulla seconda tratta dell’opera oggi approvata (dal chilometro 5+400 a Tor de’ Cenci) e valutato favorevolmente lo schema di convenzione per l’affidamento in concessione delle attività di progettazione, realizzazione e gestione dell’intera autostrada –:

quale sia, ad oltre otto mesi dall’approvazione definitiva dei progetti, lo stato di avanzamento dei medesimi e quali iniziative intendano adottare per velocizzare l’avvio dei cantieri. (4-00280)

DELL’ORCO e FERRARESI. — Al Ministro dell’economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:

molti cittadini e imprenditori che hanno subito gravi danni alle proprie strutture durante il terremoto che ha colpito l’Emilia-Romagna il 20 e 29 maggio 2012 hanno segnalato, a mezzo stampa e con iniziative territoriali, un trattamento ritenuto ingiusto riguardo la gestione dei mutui ancora in essere;

in un comunicato dell’ABI pubblicato il 30 novembre 2012 si dice che una serie di istituti bancari «hanno manifestato la disponibilità ad offrire la sospensione delle rate dei mutui al 30 giugno 2013 (trattasi quindi di una proroga della sospensione del pagamento delle rate)»;

gli istituti bancari non sono stati obbligati in alcun modo a concedere la proroga della sospensione (fino al 30 giugno 2013) del pagamento delle rate, ma la sospensione è risultata discrezionale;

la sospensione nel pagamento delle rate, quand’anche fosse possibile ottenerla, è consentita fino al 30 giugno 2013, dopodiché interessi e quota capitale (non versati nel periodo della sospensione) saranno comunque pagati all’Istituto bancario nelle rate residue del mutuo in corso (cioè le rate residue saranno maggiori di quanto previsto perché gli interessi maturati nel periodo di sospensione saranno caricati sulle rate residue) –:

quali opportune iniziative il Ministro interrogato intenda intraprendere a tutela dei cittadini che hanno visto distrutta la loro abitazione ma che si ritrovano costretti a pagare comunque gli oneri per i relativi mutui, contratti prima degli eventi legati al suddetto sisma;

se il Ministro, nell’ambito delle sue competenze, intenda adottare iniziative affinché venga stipulato un accordo con l’Abi per una sospensione dei pagamenti dei mutui che copra tutto il periodo di inagibilità o ricostruzione della casa o fabbricato, e che possa prevedere anche forme di rinegoziazione dei tassi e del piano di ammortamento in corso;

quali iniziative il Ministro intenda porre in essere al fine di individuare una copertura finanziaria destinata al pagamento degli interessi maturati sull’eventuale periodo di sospensione intercorso fra il 20 maggio 2012 e la «dichiarazione di fine lavori» sulla casa o sul fabbricato interessato, nonché all’anticipo delle rate dei mutui che copra tutto il periodo di inagibilità o ricostruzione delle prime case o fabbricati. (4-00290)

GIUSTIZIA

Interpellanza:

Il sottoscritto chiede di interpellare il Ministro della giustizia, per sapere – premesso che:

sono 70 i bambini reclusi nelle carceri insieme alle loro mamme detenute;

si tratta di una condizione disumana e palesemente incompatibile con il diritto dei bambini sviluppo psico-fisico e ad un naturale socializzazione;

è necessario superare questa violazione dei diritti fondamentali dei bambini come più volte hanno fatto rilevare organizzazioni internazionali e del volontariato –:

se non ritenga urgente procedere alla costruzione di strutture alternative al carcere a custodia attenuata e di case famiglie protette per le donne attualmente detenute con il loro bambini, come peraltro previsto dalla legge n. 62 del 2011, e migliorare da subito le condizioni di accesso e di possibilità di relazione dei figli dei detenuti con i propri genitori creando negli istituti di pena degli spazi child friendly per permettere ai bambini, figli di detenuti, di visitare in condizioni accettabili i loro genitori nel rispetto della loro condizione infantile.

(2-00026) «Melilla».

Interrogazioni a risposta scritta:

LACQUANITI, DANIELE FARINA e NICCHI. — Al Ministro della giustizia, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:

l’articolo 27 della Costituzione prevede che «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato»;

il sistema penitenziario del nostro Paese, anche a causa di alcuni recenti interventi del legislatore – ad esempio, la legge n. 189 del 2002 cosiddetta «Legge Bossi-Fini», la legge n. 49 del 2006 cosiddetta «Fini-Giovanardi», nonché la legge n. 251 del 2005 cosiddetta legge «ex-Cirielli» – soffre una drammatica e inumana situazione di sovraffollamento, messa in luce anche dall’attività di associazioni che si occupano dell’argomento, nonché da recenti inchieste giornalistiche;

la carenza e la vetustà delle strutture e talora la carenza di personale penitenziario obbligano a regolamenti intracarcerari inumani, con i detenuti rinchiusi nelle celle per gran parte della giornata, e fino a 20 ore al giorno su 24, e l’impossibilità oggettiva di attivare qualsiasi percorso di reinserimento sociale per il detenuto;

la casa circondariale di Brescia denominata «Canton Mombello» rappresenta l’istituto penitenziario che sconterebbe il peggior sovraffollamento, con una popolazione carceraria che consta di circa 600 presenze, a fronte di una capienza di circa 220 posti (come anche indicato da ultimo nella relazione del procuratore generale della corte d’appello di Brescia per l’inaugurazione dell’anno giudiziario), con spazi vitali per detenuto ridotti anche a un metro/quadro e celle nelle quali i detenuti vivono nei letti a castello, dandosi il cambio per poter rimanere in posizione eretta, come testimoniato anche nell’inchiesta «Dentro il carcere di Canton Mombello, il più sovraffollato d’Italia» (CorriereTv);

il carcere di Canton Mombello, costruito alla fine del XIX secolo e inaugurato nel 1914, a fronte di tutte le gravi criticità illustrate, presenta altresì strutture antiquate e spazi del tutto inadeguati, come denunciato anche dal Comitato che localmente si sta battendo per la tutela dei detenuti e dei loro diritti, denominato «Comitato per la chiusura del carcere di Canton Mombello», e come personalmente constatato in una visita nell’istituto in data 6 aprile 2013, nella qualità di parlamentare del primo firmatario delle presente interrogazione;

tali situazioni critiche sono state anche denunciate nella relazione al consiglio comunale di Brescia per l’anno 2011 del «Garante dei diritti delle persone private della libertà personale», nella quale veniva messo in rilievo come la situazione strutturale del carcere comporta «problemi interni di sicurezza e di tutela della integrità personale»;

gli spazi ridottissimi delle celle, dove i letti a castello in cui vivono affastellati i detenuti non permettono nemmeno la piena apertura delle finestre per il necessario ricambio d’aria, violano l’articolo 6.2 dell’allegato A del decreto – «Linee di indirizzo per gli interventi del Servizio sanitario nazionale a tutela della salute dei detenuti e degli internati negli istituti penitenziari, e dei minorenni sottoposti a provvedimento penale» – (Decreto di attuazione decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 1o aprile 2008, Gazzetta Ufficiale 30 maggio 2008 che in ottemperanza alla legge n. 244 del 2007 trasferisce al Servizio sanitario nazionale le funzioni sanitarie della popolazione carceraria), articolo 6.2 che prescrive che «Le finestre delle camere devono consentire il passaggio diretto di luce e aria naturali. Non sono consentite schermature che impediscano tale passaggio»;

in data 28 febbraio 2013, presso il reparto «infettivi» degli «Spedali civili di Brescia», è stato ricoverato un detenuto (italiano) ristretto del carcere di Canton Mombello, a cui è stata riscontrata l’affezione da tubercolosi attiva;

il «Comitato per la chiusura del carcere di Canton Mombello» riporta, inoltre, in un recente esposto alla procura della Repubblica di Brescia, notizie raccolte presso parenti di detenuti, pur non confermate, che narrano di cambiamenti di cella e di «celle nelle quali venivano tenuti sotto osservazione detenuti considerati potenzialmente infetti» –:

se il detenuto affetto da tubercolosi attiva, di cui in premessa, abbia contratto la malattia all’interno del carcere di Brescia «Canton Mombello»;

quali siano le informazioni dei Ministri interrogati su eventuali altri casi recenti di tubercolosi, pur con focolaio non attivo, a carico di detenuti ristretti nel carcere di Brescia;

quali altre patologie gravi, quali HIV, epatiti, e altro, siano state recentemente riscontrate nei detenuti del carcere di Brescia Canton Mombello;

quali interventi i Ministri interrogati, per quanto di competenza, ritengano di adottare al fine di migliorare la salubrità di tale struttura carceraria;

quali iniziative il Ministro della giustizia intenda assumere per diminuire l’affollamento del Carcere di Brescia e riportare il numero dei detenuti ospitati al livello ottimale di n. 220, come indicato nella Relazione del procuratore generale della corte d’appello di Brescia per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2002.

(4-00291)

PRATAVIERA. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:

la politica di revisione della geografia giudiziaria adottata dal Governo Monti, con l’esercizio della delega contenuta nell’articolo 1, comma 2, della legge n. 148 del 2011, di conversione, con modificazioni, del decreto-legge n. 138 del 2011, – soppressione di tutte le sezioni distaccate dei tribunali, di quasi tutti i tribunali non capoluogo di provincia e degli uffici dei giudici di pace –, in un contesto di grave crisi del settore giustizia, ha ulteriormente aggravato la situazione del sistema;

in questo quadro appare allarmante la situazione degli uffici giudiziari di Portogruaro, poiché, con riferimento ad essi, la citata riforma stabilisce non solo la soppressione della Sezione distaccata del tribunale, bensì anche il mutamento della circoscrizione, con il passaggio del territorio portogruarese dal circondario del tribunale di Venezia a quello del tribunale di Pordenone;

l’inerzia del Ministero rispetto all’esigenza di dare un quadro definito all’assetto degli uffici giudiziari di Portogruaro, unita alle voci sempre più insistenti di un possibile rinvio sine die dell’attuazione delle riforme prospettate, ha ingenerato una situazione di vero blocco, testimoniata dall’attuale mancanza del Giudice applicato alla sede di Portogruaro;

è infatti evidente che la situazione di incertezza determinatasi non consente, da una parte al presidente del tribunale di Venezia di provvedere all’assegnazione del posto vacante ad un magistrato, se non attraverso applicazioni temporanee, né, dall’altra, di perfezionare il passaggio da un circondario all’altro, che dovrebbe concludersi entro il 13 settembre 2013 e rispetto al quale va scongiurata qualsiasi ipotesi di rinvio;

la soluzione sinora perseguita, di applicare temporaneamente due giudici di San Dona del Piave che possono essere presenti a Portogruaro per un solo giorno al mese, unita alle scoperture del personale ausiliario di cancelleria sta determinando un generalizzato ed insostenibile rallentamento dei procedimenti penali e civili –:

quali siano i reali intendimenti del Ministro, in ordine all’attuazione delle riforme della geografia giudiziaria incidenti sugli uffici di Portogruaro e quali conseguenti iniziative intenda assumere per scongiurare la situazione di sostanziale blocco della giustizia che si sta determinando presso i medesimi uffici, come illustrato in premessa. (4-00310)

NICCHI, DANIELE FARINA, AIELLO, PIAZZONI e SANNICANDRO. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:

secondo gli ultimi dati del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, al 31 dicembre 2012 (ultimo dato disponibile), negli istituti di pena italiani sono presenti 40 detenute madri e 41 bambini di età inferiore a tre anni;

il Parlamento, in considerazione del delicato rapporto tra detenute madri e figli minori, e al fine di limitare la presenza nelle carceri di bambini in tenera età, è intervenuto sulla questione approvando la legge 21 aprile 2011, n. 62;

tale legge, come disposto nella disciplina transitoria, relativamente alle previsioni relative alle misure cautelari produrrà i propri effetti solo dopo l’attuazione del piano straordinario penitenziario e, in ogni caso, a decorrere dal 1o gennaio 2014, scadenza ormai prossima;

gli istituti a custodia attenuata per madri (I.c.a.m.), previsti all’articolo 3 della legge n. 62 del 2011, non sono stati ancora regolamentati;

nonostante in alcune realtà, ad esempio in Toscana, si sia proceduto alla firma di protocolli d’intesa per la creazione di sezioni a custodia attenuata per detenute madri, gli I.C.A.M. risultano avviati soltanto in forma sperimentale, e in una sola città, Milano. Trattasi, in particolare, di un modello realizzato in una sede esterna agli istituti penitenziari, dotata di sistemi di sicurezza non riconoscibili dai bambini;

conseguentemente, i tribunali si trovano spesso nella condizione di non poter accordare un’alternativa alla custodia cautelare in carcere per le detenute madri con figli piccoli in ragione del fatto che la funzione degli I.c.a.m. non è ancora regolamentata da alcuna fonte di rango normativo;

la Corte di cassazione, con la sentenza 11714/2012, ha ritenuto che la previsione di favore prevista all’articolo 275, comma 4, del codice di procedura penale possa prevalere sulla previsione di sfavore del comma 3 e relativa ai casi nei quali può essere disposta la custodia cautelare in carcere;

tale previsione di favore viene spesso disattesa per la mancanza delle strutture «alternative»;

la Corte di cassazione nella sentenza citata ha sottolineato che «sarebbe davvero paradossale ed in contrasto con più parametri di costituzionalità, far dipendere l’applicazione di un regime carcerario di indubbio favore dalla semplice esistenza e disponibilità di “posti” presso una struttura sperimentale dell’amministrazione penitenziaria»;

all’emanazione del decreto legislativo, cui il Governo avrebbe dovuto procedere entro 180 giorni dall’entrata in vigore della legge n. 62 del 2011, per determinare le caratteristiche delle case famiglia protette previste dall’articolo 284 del codice di procedura penale, nonché dagli articoli 47-ter e 47-quinquies della legge 26 luglio 1975, n. 354, si è provveduto solo il 26 luglio 2012;

forte è la preoccupazione che alla data del 1o gennaio 2014 poco possa cambiare rispetto all’applicabilità delle nuove norme sulle detenute madri, considerato che nonostante lo stanziamento economico disposto in relazione alla costruzione degli I.C.A.M. nulla è stato fatto e, rispetto alle case famiglia protette, l’onere viene accollato agli enti locali, senza previsione di alcuno stanziamento ad hoc –:

se il Ministro non ritenga di dover intervenire con urgenza per dare attuazione a quanto previsto dalla legge n. 62 del 2011 sulle detenute madri, tanto più che è fissata alla data del 1o gennaio 2014 la decorrenza del termine per la sua applicazione;

in particolare, se non ritenga di dover intervenire per la completa attuazione del piano straordinario penitenziario, prevedendo un’apposita regolamentazione degli istituti a custodia attenuata per madri (I.c.a.m.), con particolare riguardo agli aspetti igienico-sanitari e alla sorveglianza;

in quali tempi sia intenzionato a procedere alla stipula delle convenzioni con gli enti locali per l’individuazione delle strutture idonee ad essere utilizzate come case famiglia protette, ai sensi del comma 2 dell’articolo 3 della medesima legge n. 62 del 2011, e quali siano i motivi per i quali finora non vi abbia provveduto;

se non ritenga di valutare iniziative, anche normative, affinché la mancata attribuzione di risorse economiche agli enti locali per l’individuazione delle strutture idonee ad essere utilizzate come case famiglia protette non si traduca in un impedimento alla realizzazione delle stesse, e dunque nella mancata attuazione della legge n. 62 del 2011. (4-00317)

COCCIA. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:

con PDG 23 novembre 2003, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale – IV serie speciale – n. 30 del 16 aprile 2004, è stato indetto un concorso pubblico per esami a 50 posti nell’area C, posizione economica C2, profilo professionale di educatore (Ministero della giustizia, DAP);

nel giugno del 2010 si sono concluse le prove orali e la graduatoria dei vincitori è stata pubblicata sul Bollettino ufficiale del Ministero della giustizia n. 21 del 15 novembre 2010;

trascorsi altri 2 anni, si è arrivati a febbraio 2012, data in cui è stata autorizzata l’assunzione di soli 32 vincitori di cui soltanto 27 unità hanno, tuttavia, preso servizio;

sebbene i tempi del citato concorso siano stati lunghissimi (ad oggi 10 anni), non è stata ancora autorizzata l’assunzione di tutti i 50 posti messi a concorso;

allo stato attuale vige il blocco delle assunzioni (legge n. 148 del 2011) le quali sono subordinate alla riduzione del 10 per cento degli organici;

tale riduzione risulta già all’attenzione di un’apposita commissione e al termine dei lavori è possibile che si verifichi un esubero di educatori C2, tale da non consentire più l’assunzione delle restanti 23 unità, non considerando a fondo sia lo stato emergenziale delle carceri (molte volte pubblicamente riconosciuto), sia l’attuale piano di edilizia penitenziaria (il quale prevede un aumento delle sezioni e degli edifici carcerari), sia l’esiguo numero di persone inaspettatamente rimaste fuori dalla prima tornata di assunzioni (solo 23 unità);

l’attuale ostacolo ad eventuali assunzione sembra ricercarsi nel mancato ufficiale esonero dai tagli imposti dall’articolo 2, commi 1 e 6, del decreto-legge n. 95 del 2012;

l’unicità di tale vicenda, oltre alla sorprendente durata, sta nel fatto che nel 2003 sia stata rilevata una carenza di almeno 50 unità di educatori C2 e allo stato attuale, nonostante una crescita vertiginosa della popolazione detenuta, non si procede all’assunzione delle restanti unità;

l’amministrazione ha tra l’altro sostenuto un considerevole costo per l’espletamento della lunga procedura concorsuale che se non avrà una positiva conclusione si configurerà come l’ennesimo spreco di denaro pubblico;

nonostante siano state presentate diverse interrogazioni parlamentari, finora non è stata data alcuna risposta;

la mancata o parziale assunzione è Stata attribuita alla mancanza di fondi ma si registrano situazioni simili che dimostrano come lo scoglio della copertura finanziaria possa essere superato con impegno dal Ministero della giustizia se vogliamo assicurare ai cittadini detenuti un percorso più umano di rieducazione –:

se il Ministro interrogato sia a conoscenza di quanto esposto in premessa;

se non ritenga di attivarsi in tempi rapidi vista la gravità della questione posta per portare ad un epilogo positivo, con impegno e attenzione, la vicenda riportata, visto anche il numero limitato di persone da assumere (ventitré educatori penitenziari);

se, nell’ottica di una tanto richiamata funzione rieducativa della pena, non intenda promuovere opportune iniziative a favore, innanzitutto, delle figure professionali che più direttamente se ne occupano.

(4-00318)

INFRASTRUTTURE E TRASPORTI

Interrogazione a risposta orale:

MELILLA. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

in Abruzzo la massima domanda di mobilità ferroviaria si sviluppa sulla direttrice adriatica e l’offerta di treni è inadeguata rispetto alla domanda sia per quantità che per qualità;

l’ultima scelta di Treninalia di prevedere la partenza dei treni Freccia Rossa da Ancona verso il nord, e non da Pescara, che peraltro ha una utenza superiore a quella marchigiana, ha provocato una reazione di incredulità e amarezza in tutta la regione Abruzzo;

la prospettiva del servizio ferroviario sulla direttrice adriatica è destinata inoltre ad aggravarsi in considerazione del fatto che dal 2016 i treni provenienti dalle Puglie per il Nord andranno da Foggia a Napoli per collegarsi alla linea dell’alta velocità per Roma e Milano; ciò naturalmente provocherà una marginalizzazione della direttrice adriatica;

ma al di là di questo scenario futuro preoccupante, è necessario operare dei cambiamenti immediati per rendere accettabile il servizio ferroviario ai cittadini abruzzesi che viaggiano verso il Nord attuando quanto previsto dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 27 gennaio 1994 e dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 30 dicembre 1998 che stabiliscono che va garantita la parità di trattamento tra le diverse aree geografiche di utenza del servizio ferroviario;

sulla linea ad alta velocità da Milano a Napoli i cittadini viaggiano ad una velocità massima di 380 chilometri all’ora, mentre da Pescara lungo la direttrice adriatica la velocità commerciale è di poco superiore ai 100 chilometri ad ora, con l’aggravante che il prezzo del biglietto è quasi lo stesso;

se non può essere garantita l’alta velocità in tempi rapidi come succede per l’altra grande direttrice ferroviaria Napoli-Roma-Bologna-Milano, almeno debbono essere utilizzati sulla direttrice adriatica gli elettrotreni ETR 500 che in passato sono stati già utilizzati su questa linea consentendo un collegamento diretto freccia bianca di Pescara con Milano in 4 ore, senza dover scendere a Bologna, con il disagio della coincidenza con altri treni spesso problematico;

tale richiesta è rafforzata anche dal fatto che sulla linea dell’alta velocità sono in funzione gli ETR 1000 che determinano una eccedenza degli ETR 500 utilizzati su quella linea;

Trenitalia ha abolito i treni regionali veloci sostituendoli con i treni intercity lungo la direttrice adriatica con un grave danno economico nei confronti della utenza più popolare, come gli studenti e i lavoratori pendolari, costretta a pagare prezzi dei biglietti molto più alti, con il paradosso che i viaggiatori abruzzesi pagano prezzi più alti e hanno treni più lenti e meno efficienti;

sono stati inoltre eliminati molti treni diretti verso Venezia e Verona per i quali da Pescara e dall’Abruzzo c’è una domanda che deve ricorrere al cambio a Bologna e al disagio delle coincidenze –:

quali iniziative intenda assumere per consentire che Trenitalia adotti scelte di potenziamento del servizio ferroviario abruzzese lungo la direttrice adriatica, accogliendo le proposte di velocizzazione e miglioramento dell’offerta di treni da Pescara verso il Nord. (3-00028)

Interrogazione a risposta in Commissione:

VALIANTE. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

sulla strada statale SS18, lungo il tratto Battipaglia-Paestum, sarebbero state programmate e in parte realizzate in tempi diversi una serie di rotatorie per mettere in sicurezza il traffico;

in particolare, l’Anas avrebbe programmato, tra le altre, una rotatoria per mettere in sicurezza il cavalcavia di Taverna Nova (Eboli), e la relativa mobilità, per la quale avrebbe predisposto il finanziamento e avrebbe presentato il progetto al comune interessato ai fini della sua approvazione;

tale progetto tuttavia sarebbe stato accantonato perché l’esproprio delle aree necessarie a realizzarlo sarebbe stato considerato invasivo di interessi privati. Tale decisione avrebbe così impedito la realizzazione di un’opera pubblica essenziale alla viabilità e alla sicurezza degli automobilisti, in un tratto stradale peraltro interessato da gravi e frequenti incidenti;

i fondi destinati alla messa in sicurezza di Taverna Nova sarebbero stati destinati su altri lavori e utilizzati per realizzare una rotatoria nei pressi del Cilento Outlet Village, il quale avrebbe dovuto esso stesso realizzare l’opera a proprie spese, a seguito di una decisione di Anas, per garantire la sicurezza del traffico sul tratto di strada interessato;

a seguito dello spostamento dei fondi, l’Anas avrebbe comunicato al comune di Eboli che la responsabilità e gli oneri per la messa in sicurezza del citato cavalcavia sarebbero rimasti, di conseguenza, a carico del comune;

ad oggi non è stato effettuato alcun intervento per mettere in sicurezza il cavalcavia di Taverna Nova, permanendo il pericolo di incidenti e il problema di ingorgo del traffico;

tutte le decisioni inizialmente assunte dall’Anas nei riguardi del Cilento Outlet Village sarebbero state modificate con grave pregiudizio per la sicurezza e lo snellimento del traffico, con code particolarmente lunghe nel fine settimana e che si aggraveranno in estate, quando il traffico sulla strada statale 18 aumenterà in maniera esponenziale;

in particolare non sarebbero stati più realizzati il sottopasso e la corsia di scorrimento inizialmente previsti dall’Anas per la canalizzazione del traffico in entrata e in uscita dal centro commerciale menzionato, che esso stesso avrebbe dovuto realizzare a proprie spese;

a servizio del centro commerciale sono state realizzate, con finanziamenti pubblici, in un tratto di circa duecento metri, ben tre rotatorie, che rappresentano, di fatto, un ostacolo alla sicurezza e allo scorrimento del traffico di crociera sulla strada statale 18;

inoltre in località Cioffi (Eboli), sempre sulla strada statale 18, sarebbe stata realizzata da Anas, in variante al progetto iniziale, una rotatoria decentrata dall’asse viario, con grave pericolo e pregiudizio del traffico –:

se il Ministro non ritenga di far luce, anche per il tramite di Anas, su quanto riportato in premessa;

se, alla luce di quanto premesso, il Ministro non ritenga di intervenire per accertare se sulle modifiche inerenti le rotatorie menzionate e sulla mancata realizzazione di quella di Taverna Nova sia stato richiesto l’intervento di competenza delle amministrazioni locali coinvolte e se siano state commesse irregolarità, al fine di assicurare legalità e trasparenza nella gestione delle opere e delle risorse pubbliche e di garantire l’interesse della collettività alla sicurezza stradale, in particolare sulla strada statale 18. (5-00086)

Interrogazioni a risposta scritta:

LODOLINI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

ha carattere strategico e prioritario il raddoppio della strada statale n. 16 tra Falconara Marittima e la località Baraccola di Ancona, opera che rappresenta un asse indispensabile per i collegamenti con la viabilità nazionale, anche in considerazione della cosiddetta piattaforma logistica delle Marche costituita dal porto internazionale di Ancona, dall’interporto di Jesi e dall’aeroporto di Falconara Marittima;

detti lavori non sono più rinviabili, rappresentando, non solo un freno allo sviluppo dei territori e alla ripresa dell’economia, ma una reale necessità per la sicurezza del traffico da e per il capoluogo di regione;

i lavori di raddoppio della strada statale n. 16 nel tratto fra Falconara Marittima ed Ancona compaiono tra le esigenze di adeguamento delle infrastrutture del territorio marchigiano da decenni, tanto che un finanziamento dello Stato a ciò dedicato risale alla legge Marche Friuli del 1987;

la provincia di Ancona, pur non direttamente competente per la viabilità nazionale, si è fatta carico di curare la progettazione dell’opera, stipulando apposita convenzione con Anas e consegnando all’Anas stessa il progetto definitivo che ha anche superato il procedimento di valutazione di impatto ambientale;

l’inizio del primo intervento stralcio sulla strada statale n. 16 tra Falconara Marittima e Torrette di Ancona, consistente in una primissima tranche (interessa due viadotti nella zona Barcaglione) del ben più consistente intervento di ampliamento a quattro corsie della variante da Falconara fino alla Baraccola di Ancona;

il progetto complessivo ha visto impegnata per lungo tempo la provincia di Ancona nella conduzione dell’iter, che, dalla positiva conclusione della valutazione di impatto ambientale presso il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, ai diversi pronunciamenti di Anas e Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, si è concluso con la consegna del progetto alla direzione Anas per le successive fasi di finanziamento ed appalto;

le opere sono oggetto di un finanziamento di 5,6 milioni di euro messo a disposizione dalla regione Marche, che ha attribuito all’opera carattere prioritario;

l’atto n. 160 adottato dal consiglio provinciale di Ancona in data 26 ottobre 2009 ha ribadito il carattere prioritario dell’opera –:

se il Governo intenda farsi garante, insieme all’Anas, della prosecuzione dell’opera fino al completamento;

se l’Anas abbia provveduto all’aggiornamento del progetto già redatto a cura della provincia, se su tale progetto intenda procedere a breve all’acquisizione dei pareri di tutti gli enti e soggetti comunque interessati e se sussistano certezze circa la disponibilità delle risorse necessarie per l’avvio della cantierabilità. (4-00264)

BRAGA, GADDA, GUERRA, MARIANI, MAURI, FIANO, PELUFFO, CINZIA MARIA FONTANA, REALACCI, GARAVINI, LOCATELLI, TENTORI, MARANTELLI, COVA, FRAGOMELI, SENALDI, BASSO e TULLO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

nel contesto strategico delle reti europee di trasporto, TEN-T (Trans-european networks-transport), risulta evidente che il territorio del Nord Italia rappresenta un punto di intersezione di tre corridoi: il corridoio Est-Ovest, che attraversa l’intera area padana e connette le regioni del Nord Italia con l’occidente d’Europa e i nuovi territori dell’Est (Lione-Torino-Milano-Trieste-Lubiana-Budapest-Kiev) e i due corridoi Nord-Sud (Brennero e Genova-Rotterdam), che implementano i collegamenti verso il Nord Europa e si connettono con il corridoio Est-Ovest;

il commercio internazionale sull’asse Nord-Sud è in forte espansione; dalle previsioni nei prossimi vent’anni il traffico merci attraverso le Alpi potrà aumentare anche del 70 per cento e quello dei passeggeri del 75 per cento, rendendo inadeguate le attuali linee di comunicazione all’assorbimento di un tale traffico;

in questo contesto, nel quadro del corridoio ferroviario n° 1 che unisce il Mare del Nord ed il Mediterraneo (Rotterdam-Genova) attraverso quattro Paesi europei, sviluppandosi per oltre 1.400 chilometri si colloca la Nuova trasversale ferroviaria alpina (AlpTransit), porzione svizzera del Corridoio 1 e progetto strategico dell’infrastrutturazione ferroviaria a livello europeo. La nuova infrastruttura ferroviaria ad alta velocità si sviluppa lungo tre nuovi tunnel ferroviari alpini, sui quali la Svizzera ha deciso di investire ingenti risorse, lungo gli assi del Lötschberg-Sempione, del San Gottardo e del Ceneri;

la galleria di base del Lötschberg, lunga 34,6 chilometri, elemento centrale del primo asse della nuova trasversale ferroviaria alpina, è stata inaugurata nel 2007 ed è ormai vicina al punto di massima capacità;

la seconda direttrice si sviluppa lungo l’asse del Gottardo, dove i lavori procedono a ritmo serrato; la galleria di base del Gottardo, con i suoi 57 chilometri, una volta completato sarà il più lungo tunnel ferroviario del mondo e consentirà di diminuire radicalmente i tempi di percorrenza attraverso l’utilizzo di treni ad alta velocità che raggiungeranno i 250 chilometri orari; le previsioni di realizzazione lo danno pronto ad ospitare il trasporto di merci e passeggeri già nel dicembre 2016;

la galleria di base del Ceneri permetterà invece di realizzare una ferrovia pianeggiante ininterrotta lungo l’asse del Gottardo, sul versante meridionale, consentendo vantaggi per il traffico merci e a lunga percorrenza; la sua apertura è prevista per la primavera del 2019;

recentemente AlpTransit ha reso noto che «nella Galleria di base del San Gottardo tra Ersfeld e Sedrun i binari senza massicciata sono stati posti in entrambe le canne. Complessivamente è stato installato più del 40 per cento della tecnica ferroviaria». Inoltre, come da programma dei lavori, nel mese di dicembre 2013, verrà messa in esercizio la tratta di prova tra Faido e il portale sud a Bodio. Una tratta lunga 16 chilometri già attrezzata sulla quale si procederà a delle corse di prova che raggiungeranno i 230 chilometri orari. Nella Galleria di base del Ceneri, AlpTransit ha invece specificato che dei complessivi 40 chilometri di sistema di galleria è stato scavato oltre il 60 per cento del percorso. In questo modo la complessa collaborazione tra processi ferroviari e i sistemi della Galleria di base del San Gottardo potrà essere testata. La messa in servizio delle gallerie di base del San Gottardo e del Ceneri permetterà così, secondo quando indicato dal dipartimento federale dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni (DATEC) di ridurre progressivamente a circa tre ore i tempi di percorrenza da Zurigo a Milano;

la costruzione delle linee di base della NTFA è stata interamente finanziata dalla Svizzera, per 17,5 miliardi di euro; tuttavia per l’efficacia del progetto è fondamentale che gli assi in corso di completamento siano adeguatamente collegati, in direzione sud, alla rete italiana ad alta capacità;

gli obiettivi di collaborazione tra i due Paesi nel settore dei trasporti sono fissati da una convenzione in vigore dal 2001; un comitato direttivo, costituito da rappresentanti italiani e svizzeri e coadiuvato da gruppi di lavoro tecnici, sta da tempo esaminando le soluzioni necessarie a consentire un corretto collegamento sul territorio italiano della nuova infrastruttura;

in particolare, in vista dell’apertura al traffico merci e passeggeri della galleria del San Gottardo, nell’ambito del completamento del progetto AlpTransit, era previsto in corrispondenza dello sbocco italiano il quadruplicamento dei binari che oggi collegano il Bivio di Rosales, nel territorio comasco, con il capoluogo lombardo; progetto che allo stato attuale, secondo le indicazioni di FSI e del precedente Governo, appare accantonato e ridotto a generiche «misure tecniche atte a migliorare il grado di efficienza della tratta attuale»;

con il voto favorevole a larghissima maggioranza, il Parlamento italiano il 21 novembre 2012, ha ratificato, dopo oltre dieci anni di attesa, il Protocollo di attuazione, nell’ambito dei trasporti, della Convenzione per la protezione delle Alpi del 1991, stilato a Lucerna il 31 ottobre 2000. La Convenzione rappresenta il primo trattato internazionale sottoscritto dai Paesi alpini (Austria, Francia, Germania, Italia, Liechtenstein, Monaco, Slovenia e Svizzera) e dall’Unione Europea con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo di una politica globale diretta a tutelare l’ambiente alpino con lo scopo di salvaguardare l’ecosistema naturale delle Alpi e promuovere lo sviluppo sostenibile di quest’area. L’obiettivo generale del Protocollo sul trasporto è rivolto all’attuazione di una politica organica e sostenibile dei trasporti tesa a ridurre gli effetti negativi e i rischi derivanti dal traffico intraalpino e transalpino a un livello tollerabile per l’uomo e l’ambiente circostante, privilegiando, tra l’altro, un più consistente trasferimento su rotaia dei trasporti. In particolare del trasporto merci, soprattutto mediante la creazione di infrastrutture adeguate, rispettose dei requisiti di sicurezza dei territori attraversati anche da merci pericolose e di incentivi conformi al mercato. Il protocollo prospetta infatti di incrementare l’efficacia e l’efficienza dei sistemi di trasporto favorendo i vettori meno inquinanti e con minore consumo di risorse;

il 21 settembre 2012, il Consiglio Federale della Confederazione elvetica ha pubblicato in un comunicato ufficiale, di essere pronto a investire per rendere possibile il trasporto di semirimorchi con un’altezza agli angoli di quattro metri lungo l’asse ferroviario Basilea-San Gottardo-Chiasso e sulla linea di Luino. In tal modo intende rafforzare la politica di trasferimento del traffico dalla strada alla rotaia. I necessari ampliamenti dell’infrastruttura ferroviaria costeranno alla Svizzera circa 940 milioni di franchi. In questo importo vi è compreso anche il prefinanziamento dei lavori sulla rete ferroviaria a Sud dell’AlpTransit in Italia di importo pari a circa 230 milioni di franchi (oltre 180 milioni di euro). Il previsto ampliamento, si legge sempre nella nota, potrà esplicare tutti si suoi benefici «solo se sarà proseguito sul versante italiano». Per tanto «il Consiglio federale prevede di incentivare con un prefinanziamento i lavori di ampliamento lungo le tratte Chiasso-Milano e lungo la parte italiana della linea di Luino tra Ranzo (Ticino) e Gallarate». Inoltre «intende stipulare con il Ministero italiano dei trasporti un’apposita dichiarazione d’intenti volta a disciplinare anche la creazione di capacità aggiuntive nei terminali dell’area di Milano»;

lo scorso 17 dicembre 2012 il Ministro per lo sviluppo economico e delle infrastrutture e trasporti, Corrado Passera per l’Italia, e il Ministro svizzero titolare del Dipartimento federale dell’Ambiente, dei Trasporti, dell’Energia e delle Comunicazioni (DATEC), Doris Leuthard, hanno firmato a Berna due dichiarazioni d’intenti per intensificare la collaborazione del settore energetico e del trasporto ferroviario. In quest’ultimo ambito, nel memorandum of understanding (MoU) si concorda un ampliamento ad un’altezza agli angoli di quattro metri della sagoma di galleria e ponti tra Chiasso e Milano nonché sulla tratta Ranzo-Luino-Gallarate. Questo intervento consentirà a container e semirimorchi di essere trasportati direttamente su rotaia fino ai principali poli economici del nord Italia. Nel progetto per l’ampliamento del corridoio a quattro metri, così come già comunicato lo scorso 21 settembre 2012, il Consiglio federale chiederà al Parlamento di Berna di impegnarsi affinché la Svizzera sia «disposta a finanziare completamente i necessari adeguamenti delle sagome sulla linea di Luino e sulla tratta Chiasso-Milano, visto che è nell’interesse della politica elvetica di trasferimento del traffico intervenire rapidamente in questo settore». Nella dichiarazione d’intenti, Italia e Svizzera hanno inoltre convenuto di realizzare un nuovo terminale per il trasbordo delle merci dalla strada alla rotaia nello scalo di Milano. Anche in questo caso la Confederazione parteciperà, nei limiti dell’attuale legislazione, alla realizzazione del terminale di Milano «come pure di eventuali altri terminali»;

a fronte dell’approssimarsi del completamento del tratto svizzero dell’AlpTransit, risulta quanto mai necessario definire con certezza e tempestività le scelte di potenziamento della rete ferroviaria sul territorio italiano, sciogliendo il nodo della direzione da privilegiare per il collegamento verso sud, ancora incerta tra le ipotesi di collegamento in direzione Milano, attraverso la direttrice Chiasso-Como-Milano, o verso Malpensa, attraverso Varese, tenuto conto delle enormi potenzialità economiche di un efficace collegamento, in grado di garantire gli essenziali requisiti di sicurezza anche relativamente al trasporto di merci pericolose, dell’intera Lombardia, e più in generale del paese, verso il Nord Europa e i principali scali portuali europei per il traffico merci –:

quali iniziative urgenti intenda intraprendere il Ministro interrogato al fine di definire con chiarezza e tempestività le scelte nazionali di sviluppo delle infrastrutture ferroviarie italiane ad alta capacità, necessarie a garantire un efficace collegamento in direzione sud del Corridoio Genova-Rotterdam, in particolare della Nuova trasversale ferroviaria alpina – Alptransit, ormai prossima al completamento, e del Terzo Valico dei Giovi, tenendo conto delle importanti ricadute che la stesse avranno sul tessuto economico e produttivo regionale e nazionale e sulla competitività del sistema portuale;

quali siano gli orientamenti del Ministro in merito al prefinanziamento svizzero dei lavori in Italia per un importo pari a circa 230 milioni di franchi necessari per l’adeguamento delle sagome sulla linea di Luino e sulla tratta Chiasso-Milano, e al dichiarato intento elvetico di creare un nuovo terminale per il trasbordo delle merci nello scalo di Milano come pure di altri terminali. (4-00268)

MALISANI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

la vecchissima tratta ferroviaria Udine-Tarvisio, utilizzata per trasporto passeggeri e merci, attraversa Udine imponendo pesanti servitù sulla città, con seri danni ambientali, di sicurezza e di vivibilità dell’area interessata a causa anche della presenza di ben 5 passaggi a livello;

è presente una seconda linea, una circonvallazione esterna di una decina di chilometri, costruita negli anni ’90 e che corre al di fuori della città. Tale linea è utilizzata solo per il trasporto merci della tratta Trieste-Tarvisio e quindi sottoutilizzata;

la circonvallazione esterna è ampia e interrata, ma non è stato mai ultimato il doppio binario in tutti i tratti. Attualmente mancano solo pochi chilometri;

tale raddoppio consentirebbe il trasferimento di tutto il traffico, passeggeri e merci, all’esterno della città con evidenti vantaggi per la popolazione, per la fluidità del traffico e per la salute;

l’intervento non ha previsto un adeguato sistema di comunicazione e automazione tra lo scalo di Udine Parco e la stazione centrale, con evidenti difficoltà per gli operatori e i cittadini e ponendo seri rischi alla sicurezza dei transiti, nonché allungando i tempi di percorrenza –:

se corrisponda al vero che il costo dell’intervento sommerebbe a 70 milioni di euro, di cui 35 milioni per il raddoppio in tutti i tratti della linea della circonvallazione e 35 per la linea di automazione del raccordo Udine Parco-Udine centrale;

se sia a conoscenza il Ministro interrogato se, e in quali tempi, la RFI intenda pervenire al raddoppio della linea interrata e alla dismissione della tratta che attraversa la città. (4-00271)

REALACCI e BRATTI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro dell’economia e delle finanze, al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

è da anni in corso la progettazione per la realizzazione del collegamento autostradale, la cosiddetta «bretella» tra Campogalliano e Sassuolo;

a partire dal 2004 sono state avanzate proposte di realizzazione dell’infrastruttura facendo ricorso, parziale o totale, a fonti di finanziamento private da reperirsi con gli strumenti della finanza a progetto;

il 18 marzo 2005 il CIPE ha approvato il progetto preliminare della bretella autostradale di Sassuolo-Campogalliano ed assegna ad Anas, nella successiva convocazione, 234.6 milioni di euro per il primo stralcio; nel 2010 il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti propone al CIPE l’approvazione del progetto definitivo dell’opera nella sua interezza e l’assegnazione definitiva in via programmatica dei citati 234,6 milioni di euro con una revisione del costo complessivo del collegamento pari a 506 milioni di euro;

a seguito della revisione del progetto il costo totale dell’opera è quindi passato dai 467 milioni di euro previsti nel 2005 ai circa 506 milioni del progetto definitivo, a fronte di una disponibilità finanziaria, così come stabilito dal Cipe, di non più di 234 milioni di euro: sufficienti però già a garantire il primo stralcio dell’opera ed il collegamento tra l’autostrada Modena-Brennero e il nuovo scalo intermodale ferroviario di Marzaglia, che de facto potrebbe migliorare la rete di viaria esistente senza ulteriori interventi;

è utile poi ricordare che Sassuolo, sede dell’importantissimo comparto industriale della ceramica, uno dei distretti vanto del made in Italy nel mondo, è servita da due linee ferroviarie e da ben cinque collegamenti autostradali, due quali carattere di superstrada a scorrimento veloce: la nuova superstrada pedemontana e la superstrada Modena-Sassuolo;

il progetto della citata bretella autostradale insisterà in un’area ad alto rischio idrogeologico, ovvero per 16 chilometri lungo la conoide del fiume Secchia, a distanza di 200 metri dal fiume andando, come lamenta Legambiente Modena, ad intercettare aree di importante valore ambientale e paesaggistico, come l’oasi del Colambrone e aree del programmato parco regionale del fiume Secchia;

il tutto per consentire un risparmio di tempo inferiore ai 10 minuti rispetto ad oggi, incidenza temporale nulla su viaggi spesso lunghissimi in Europa da parte dei mezzi pesanti. E senza tener conto di alternative legate al trasferimento del trasporto dalla gomma al ferro che, sia la regione Emilia-Romagna che il Governo nazionale, pongono tra i propri obiettivi fondamentali;

è notizia di pochi giorni fa dell’affidamento del project financing della bretella Campogalliano-Sassuolo alla società di concessione autostradale Autobrennero;

va poi citato che sul progetto della bretella sono ancora pendenti i ricorsi al TAR presentati da WWF, Legambiente, Italia Nostra, LAC;

infine in un recente rapporto del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare del febbraio 2013 vengono quantificati i costi ambientali a carico della collettività generati dal trasporto su gomma in 5,79 miliardi di euro/anno che, se trasferiti su ferrovia, produrrebbero un risparmio di circa 3,3 miliardi di euro, pari al 57 per cento sul totale –:

se i Ministri interrogati in ottemperanza alle misure di contenimento della spesa pubblica centrale e periferica e considerando anche i nuovi dati di Anas Spa sul calo del traffico pesante già dell’8 per cento nel 2012, ritengano opportuno un nuovo parere del CIPE sull’intero progetto che, come si evince da alcuni ricorsi promossi dalle principali associazioni di tutela dell’ambiente, potrebbe portare ad un risultato soddisfacente già implementando solo il primo stralcio dell’opera con un conseguente risparmio di denaro e di territorio. (4-00281)

AGOSTINELLI, BUSINAROLO, MUCCI, TERZONI, GALLINELLA, SEGONI, DAGA, GAGNARLI, DE LORENZIS, CRISTIAN IANNUZZI, ZACCAGNINI, BRESCIA, L’ABBATE, PAOLO NICOLÒ ROMANO, SIBILIA, SCAGLIUSI, BONAFEDE, MANTERO, D’INCÀ, FICO, COMINARDI, ALBERTI, MICILLO, DI BATTISTA e CECCONI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

nel mese di marzo 2013 è scaduto il periodo quadriennale del presidente dell’autorità portuale di Ancona ed è in atto il regime di prorogatio, previsto dalla normativa, per un periodo di 45 giorni;

ad avviso dell’interrogante, il Ministro interrogato, dimostrando sensibilità istituzionale, non ha effettuato la nomina, non solo del presidente dell’autorità portuale di Ancona, ma anche di Catania, Napoli e Palermo, rinviando le decisioni al nuovo esecutivo;

peraltro, nel caso del presidente dell’autorità portuale di Ancona, la terna comunicata dagli enti territoriali è stata designata:

dal sindaco di Falconara Marittima, anch’esso in scadenza tanto che il 26 e 27 maggio 2013 si svolgeranno le elezioni amministrative per il rinnovo del sindaco e del consiglio comunale di Falconara Marittima;

dalla camera di commercio della provincia di Ancona che ha indicato, in modo inusuale ad avviso dell’interrogante, proprio il presidente dell’ente camerale;

in sostanza, senza esprimere valutazioni di merito sui designati che in base all’articolo 8 della legge 28 gennaio 1994, n. 84, devono essere «esperti di massima e comprovata qualificazione professionale nei settori dell’economia e dei trasporti», l’interrogante ritiene che le designazioni dovrebbero essere effettuate dai rappresentanti dei comuni di Ancona e Falconara Marittima che verranno eletti dai cittadini con le elezioni del 26 e 27 maggio 2013;

non può essere sottaciuto che i due comuni si dovranno rapportare con il presidente dell’autorità portuale per l’intero prossimo quadriennio e non appare istituzionalmente sensibile che si trovino un presidente indicato, proprio negli stessi giorni, dai rappresentanti decaduti anziché da quelli eletti –:

se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti suesposti;

se non ritenga che, nel rispetto delle prerogative assegnate al Ministro e ai rappresentanti degli enti territoriali dalle leggi vigenti, il presidente dell’autorità portuale di Ancona debba essere designato dai titolari di rappresentanza politica dei territori di Ancona e Falconara Marittima;

quali iniziative, intenda intraprendere affinché, nel rispetto delle prerogative assegnate al Ministro e ai rappresentanti degli enti territoriali dalle leggi vigenti, il presidente dell’autorità portuale di Ancona venga designato dai titolari di rappresentanza politica dei territori di Ancona e Falconara Marittima. (4-00304)

ROSATO, CRIVELLARI e BARETTA. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

l’articolo 4 del decreto del Presidente della Repubblica 15 febbraio 1949, n. 631, denominato «Regolamento per l’esecuzione del codice della navigazione (navigazione marittima)» disciplina che la navigazione di navi addette alla navigazione marittima in acque interne o di navi addette alla navigazione interna in acque marittime può svolgersi limitatamente alle zone alle quali la navigazione delle navi si estende in vie normali per le esigenze della navigazione stessa. La stessa disposizione prevede che in casi dubbi i limiti di tali zone di navigazione promiscua siano fissati d’accordo fra il capo del compartimento marittimo e il direttore dell’ispettorato compartimentale;

la legge 5 marzo 1963, n. 366, e il decreto del Presidente della Repubblica 14 gennaio 1972, n. 5, hanno conferito alla regione Veneto le principali funzioni e compiti amministrativi in materia di navigazione interna ed in particolare le ha delegato il compito di determinare d’intesa con i compartimenti marittimi, le zone di navigazione promiscue;

il 24 gennaio 2013, la regione Veneto, la direzione marittima di Venezia del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e la direzione generale territoriale del nord-est del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti hanno stipulato un accordo, decretando 29 zone di navigazione promiscua nei compartimenti di Venezia e Chioggia e negli ispettorati dei porti di Rovigo e Venezia;

all’accordo sarebbe dovuto seguire l’emanazione da parte della direzione generale territoriale del nord-est dell’allegato tecnico per la navigazione nel tratto Chioggia-Porto Levante e viceversa, che definisse i requisiti minimi necessari per la navigazione delle imbarcazioni iscritte alla navigazione interna e promiscua fino a tre miglia dalla costa;

risulta all’interrogante che ad oggi non è stato ancora emanato detto allegato tecnico, paralizzando, di fatto, la navigazione nel tratto Chioggia-Porta Levante, che per 54 anni e fino al 2011 è stata lasciata libera alle imbarcazioni iscritte alla navigazione interna e promiscua in virtù del provvedimento n. 698 del 12 aprile 1957;

secondo alcune segnalazioni, infatti, in assenza di questo allegato tecnico non possono transitare imbarcazioni con passeggeri a bordo e, quindi, le navi in navigazione in direzione Polesella (Mantova) sono costrette a sbarcare i passeggeri a Chioggia e trasportarli a Porto Levante con pullman, a spese della compagna di navigazione;

si segnala al Ministro interrogato che l’Unione navigazione interna italiana ha già presentato una proposta di allegato tecnico alla direzione generale di Venezia –:

se il Ministro sia a conoscenza delle motivazioni del ritardo nell’emanazione dell’allegato tecnico;

a che punto sia l’iter di emanazione dell’allegato tecnico, quali tempistiche il Ministro prevede per la pubblicazione dello stesso e quali saranno i requisiti minimi necessari ivi previsti. (4-00307)

INTERNO

Interpellanza:

La sottoscritta chiede di interpellare il Ministro dell’interno, per sapere – premesso che:

la provincia di Agrigento è interessata da numerosi sbarchi di cittadini extracomunitari, molti dei quali si trovano nello status di minori extracomunitari non accompagnati;

sino al 1° marzo 2013 il Governo ha reso possibile garantire l’accoglienza e la prestazione di un adeguato servizio sociale e assistenziale a questi soggetti attraverso misure e progetti finalizzati a garantire la permanenza di questi giovani nel territorio italiano;

in questo senso il progetto «Emergenza Nord Africa» del Ministero dell’interno finalizzato all’accompagnamento e sostegno nelle strutture del terzo settore e del no profit ha rappresentato uno strumento diretto a favorire l’accoglienza e a combattere l’emergenza anche a seguito dell’esplosione della Primavera araba del 2011;

il suddetto «progetto emergenza Nord Africa» si e concluso il 1° marzo 2013 e la successiva proroga da parte del Ministero dell’interno del 5 marzo 2013 riguarda solo ed esclusivamente i minori già allocati nelle comunità alloggio protraendo di soli 6 mesi la permanenza in struttura dei minori stranieri non accompagnati;

l’approssimarsi della stagione estiva porterà con sé un naturale incremento degli sbarchi di cittadini extracomunitari con il conseguente arrivo sulle coste italiane di soggetti minori non accompagnati, e questi, vista la scadenza del suddetto progetto, non troveranno adeguati strumenti di tutela di accompagnamento e di accoglienza;

va considerata la gravissima situazione economica e finanziaria in cui versa la stragrande maggioranza dei comuni siciliani, impossibilitati a coprire con risorse proprie le rette per il mantenimento nelle strutture del no profit sociale;

molte strutture del privato sociale, della cooperazione sociale e dell’associazionismo, non hanno ancora ricevuto i pagamenti dovuti al progetto emergenza Nord-Africa per gli anni 2011 e 2012 –:

se e di quali strumenti finanziari il Governo intenda dotarsi per potere consentire alle strutture finalizzate all’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati di potere continuare il servizio di assistenza anche dopo la scadenza della proroga del progetto emergenza Nord Africa;

se il Governo abbia previsto la copertura finanziaria delle rette per l’accoglienza in strutture adeguate dei minori arrivati in Italia dopo il 1° marzo 2013 e in capo a quale ente sia il pagamento di tali rette;

quali siano i tempi di erogazione delle rette per il mantenimento dei minori stranieri non accompagnati in riferimento al progetto emergenza Nord Africa annualità 2011-2012.

(2-00025) «Iacono».

Interrogazioni a risposta scritta:

IACONO, LAURICELLA, CAPODICASA, MOSCATT e MORASSUT. — Al Ministro dell’interno, al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:

il teatro regina Margherita di Racalmuto è una delle opere architettoniche dell’ottocento siciliano, opera tra le più significative, progettato dall’architetto Dionisio Sciascia, allievo del Basile;

il teatro regina Margherita è il teatro di Leonardo Sciascia, quello per la cui riapertura si è speso in tutta la sua vita;

proprio per i suddetti motivi il teatro è stato inaugurato dall’ex Presidente della Repubblica Senatore Carlo Azeglio Ciampi nel 2003;

il suddetto teatro dopo un processo di restauro affidato all’architetto Foscari è stato riaperto per un breve periodo, con un cartellone tra l’altro di successo, durante l’attuale gestione commissariale del comune di Racalmuto, il suddetto teatro è piombato in uno stato di abbandono come testimoniano le immagini del teatro allagato;

proprio la gestione commissariale con la motivazione di renderlo sicuro ha proceduto prima alla riduzione dei posti in sala e poi alla rimozione dei velluti, caso unico tra i teatri Italiani;

oggi la gestione commissariale si propone di dare il colpo finale al teatro regina Margherita proponendo lo sventramento e la distribuzione dei palchi al fine di creare una nuova uscita di sicurezza;

tutto ciò snaturerà un’opera d’arte che in questo modo né risulterà sfigurata e non renderà ai cittadini di Racalmuto il loro teatro, perché quello che ne verrà fuori dopo il restauro sarà un’altra cosa, non più il teatro di trecento posti, ma una struttura inutilizzabile con meno di cento posti;

l’interrogante ritiene che l’intervento del Governo sia urgente ed inderogabile, anche perché i commissari sono espressione del Ministero dell’interno ed il Governo porterebbe la responsabilità di una gestione commissariale dallo stesso nominata –:

se si intenda intervenire presso la gestione commissariale per fermare il degrado programmato del teatro regina Margherita;

se si intenda subito inviare un’ispezione nel comune e di Racalmuto per valutare l’opera della commissione prefettizia. (4-00270)

MOLTENI e MATTEO BRAGANTINI. — Al Ministro dell’interno. — Per sapere – premesso che:

fino a pochi giorni fa, lo straniero richiedente la concessione della cittadinanza italiana doveva presentarsi presso gli uffici immigrazione della questura per un colloquio nel quale (tra le altre cose) veniva verificato il grado di conoscenza della lingua italiana, oltre a porre alcune domande di carattere generale;

nei giorni scorsi con circolare del Ministero dell’interno, dipartimento della pubblica sicurezza – direzione centrale dell’immigrazione e della polizia delle frontiere, ha comunicato alle questure un nuovo procedimento per la definizione delle istanze di conferimento della cittadinanza italiana ai sensi dell’articolo 9 della legge 5 febbraio 1992, n. 91;

la nuova circolare dispone, infatti, che da ora non si dovrà più procedere al colloquio con l’interessato, e che quest’ultimo dovrà limitarsi a fornire esclusivamente tramite il sistema informatico in uso le informazioni riguardanti la regolare presenza sul territorio nazionale dello straniero richiedente la cittadinanza e dei familiari, la posizione giudiziaria, nonché ogni altra notizia rilevante sotto il profilo della sicurezza;

con tale direttiva, eliminando il colloquio con il richiedente, si è escluso di fatto l’unico controllo su di una effettiva integrazione dello straniero e si è trasformato l’acquisto della cittadinanza ad un mero automatismo;

invece, la legge attribuisce un ambito di discrezionalità nella valutazione degli elementi in possesso dell’amministrazione per la concessione della cittadinanza e il diniego può essere determinato, oltre che dai motivi inerenti la sicurezza della Repubblica o mancanza del periodo di residenza legale, da un insufficiente livello di integrazione e scarsa conoscenza della lingua italiana. (si veda http://www.prefettura.it/brescia/contenuti/17279.htm#Residenza);

quanto sopra è avvalorato anche da precedenti circolari ministeriali sempre del Ministero dell’interno, quale ad esempio la circolare 5 gennaio 2007, che dispone che essendo l’atto di concessione della cittadinanza basato sulla permanenza sul territorio italiano, per concorde opinione della giurisprudenza, di natura «squisitamente discrezionale», «l’amministrazione deve verificare sia i requisiti previsti dalla legge, sia l’insieme di ulteriori elementi che motivino l’opportunità della concessione»;

sempre con circolare 6 agosto 2009, a seguito delle modifiche introdotte dalla legge 94 del 2009, veniva esclusa la possibilità dell’autocertificazione; pertanto non sono applicabili a tale materia, come invece espresso nella citata circolare, i criteri dettati dal decreto del Presidente della Repubblica n. 445 del 2000, considerato anche che alla cittadinanza conseguono diritti e doveri di rango costituzionale;

la verifica della reale integrazione nonché della conoscenza della lingua e cultura italiana da parte dello straniero è stata prevista per legge anche per i soggiornanti di lungo periodo, mediante l’introduzione nell’ordinamento della stipula dell’accordo di integrazione, e pertanto, a maggior ragione, ciò deve valere per lo straniero richiedente la cittadinanza italiana –:

se si intenda ritirare la circolare in questioni il prima possibile e con effetto immediato, dando anzi indicazione alle questure di procedere ad un’attenta verifica di tutti i requisiti che possano dimostrare l’effettiva e reale integrazione dello straniero richiedente nel tessuto socio-economico nazionale e nella comunità locale;

quale, sia lo stato di effettiva applicazione della normativa relativa all’accordo di integrazione ex articolo 4-bis del testo unico sull’immigrazione n. 286 del 1998, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 14 settembre 2011, n. 179, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 263 dell’11 novembre 2011, alla verifica dei test di lingua previsti dal cosiddetto «permesso a punti», nonché alle eventuali espulsioni conseguenti alla decurtazione dei punti. (4-00272)

CAUSIN. — Al Ministro dell’interno. — Per sapere – premesso che:

i segretari comunali, vincitori del corso-concorso del 2007 CO.A. III intendono rendere nota l’incresciosa situazione in cui versano a più di un anno dall’iscrizione all’albo, avvenuta il 12 luglio 2011;

a seguito del corso di formazione durato un anno e costato circa 8 milioni di euro, dopo un’estenuante attesa di oltre 7 mesi, i corsisti sono stati assegnati ai vari albi regionali, sulla base delle necessità rilevate dalle AGES regionali e con l’obbligo di permanervi per 2 anni dalla prima nomina;

nel frattempo, il Ministero dell’interno è subentrato all’Agenzia autonoma per la gestione dell’albo dei segretari comunali e provinciali, in un sistema provvisorio che dura ormai da più di due anni;

tuttavia, ad oggi molti segretari comunali non riescono a trovare collocazione e non perché manchino le richieste da parte dei sindaci, ma unicamente per l’inerzia dell’ex Agenzia;

in molte regioni del Nord, contrariamente alle stime previste dall’AGES, che vi ha destinato un numero alto di segretari, la richiesta è stata molto bassa, mentre in quelle regioni dove si prevedeva fosse sufficiente un minor numero di unità, la richiesta è ancora molto alta e non è stata soddisfatta;

per tale motivo, coloro che non hanno trovato collocazione al Nord, hanno ritenuto di rispondere alle richieste dei sindaci di regioni diverse da quella di prima assegnazione, non solo per evitare che venisse vanificato l’obbligo legale dei comuni di dotarsi di un segretario comunale, ma soprattutto perché tale possibilità è prevista dall’articolo 11, comma 4, del decreto del Presidente della Repubblica n. 465 del 1997, ed è già stata ampiamente utilizzata negli anni passati dall’Agenzia;

l’articolo 11, comma 4, prevede che «il Sindaco (…) esercita il potere di nomina attingendo prioritariamente dalla sezione regionale dell’albo corrispondente alla regione nella quale è ubicato il Comune. Qualora il Sindaco non individui un segretario nella predetta sezione regionale dell’albo, può nominare un segretario iscritto ad altra sezione regionale dell’albo»;

tuttavia le prefetture, sulla base di quella che all’interrogante appare una distorta interpretazione della clausola del bando, non consentono ai segretari di spostarsi di albo (sostenendo che quelli in attesa di prima nomina siano semplicemente dei «meri iscritti» e non segretari a tutti gli effetti), e quindi li costringono a presentare ricorso presso il giudice del lavoro per vedere riconosciuto il loro diritto a prendere servizio;

il giudice ordinario fino ad oggi ha emanato 5 pronunce favorevoli ai segretari comunali, condannando l’amministrazione al pagamento delle spese processuali, così disponendo: «La disposizione contenuta nell’articolo 5 comma 6 del bando di concorso CO.A. III va intesa nel senso che l’obbligo di permanenza nella sezione regionale di prima assegnazione decorra dalla prima nomina quale titolare. L’obbligo di permanenza in ambito regionale non può che sussistere per il segretario già in carica, avendo esso lo scopo di tutelare l’interesse pubblico alla stabilità e continuità del servizio. Tale obbligo non sussiste, invece, per i segretari in attesa di prima nomina»;

tale disposizione prevede la possibilità di un sindaco di rivolgersi ad un segretario iscritto ad altra sezione regionale in caso di assenza, nella sezione di afferenza del sindaco, di segretari disponibili ad assumere l’incarico;

sul punto è peraltro priva di fondamento la tesi sostenuta dall’amministrazione, secondo cui la norma citata si applicherebbe solo ai segretari già in servizio, perché gli altri sarebbero «meri iscritti». Quelli che l’amministrazione chiama «meri iscritti» sono soggetti che sono stati iscritti all’albo nazionale dei segretari comunali, e quindi sono segretari comunali a tutti gli effetti;

la pretesa dell’amministrazione di rifiutare assegnazioni fuori regione, a costo di impedire ai sindaci che mostrano interesse di assolvere all’obbligo legale di dotarsi di un segretario comunale, appare di dubbia legittimità oltre che in contrasto con il principio di buon andamento e di efficienza delle amministrazioni interessate –:

se, alla luce di quanto esposto, non ritenga opportuno predisporre le dovute iniziative, per porre fine a questa situazione di frustrante disoccupazione in cui si trovano i vincitori del concorso e far si che i «neo segretari» possano prendere servizio in altri ambiti territoriali. (4-00276)

MAZZOLI e TERROSI. — Al Ministro dell’interno. — Per sapere – premesso che:

i consiglieri di minoranza del comune di Farnese, Francesco Alloro e Simone Sabatini, hanno promosso un’azione popolare, insieme a diversi cittadini utenti del demanio pubblico, e presentato una memoria di costituzione nel procedimento presso il tribunale amministrativo regionale del Lazio per ottenere l’annullamento della determina del direttore generale agricoltura n. A08934/2012 della regione Lazio con la quale, a «chiusura di istruttoria», non venivano omologate le transazioni stragiudiziali avviate con le delibere di consiglio comunale n. 36 e 37 del 2010, attraverso le quali si procedeva alla vendita a basso costo di porzioni di terreni di uso civico ad occupatori abusivi, in violazione degli articoli 9, 10 e 29, della legge n. 1766 del 1927 in virtù della incontestata natura demaniale civica;

in conseguenza di tale iniziativa è stata contestata dal consiglio comunale di Farnese «l’incompatibilità dei consiglieri comunali di minoranza Alloro Francesco e Sabatini Simone, ai sensi dell’articolo 63, comma 1, numero 4) del testo unico degli enti locali di cui al decreto legislativo n. 267/2000» poiché si è ritenuto che la loro azione concretizzi la fattispecie di lite pendente tra i consiglieri ed il comune da cui si mirerebbe a far discendere la condizione di incompatibilità a ricoprire la carica;

i citati consiglieri di minoranza hanno agito a tutela di interessi pubblici generali della collettività degli utenti di Farnese, specificatamente per il mantenimento e la conservazione della proprietà collettiva e per la tutela e l’integrità dell’ambiente, e nello specifico espiamento delle loro funzioni di consiglieri comunali, così come dettato dal comma 3 dello stesso articolo 63 dove si legge: «l’ipotesi di cui al n. 4 del comma 1 non si applica agli amministratori per fatto connesso con l’esercizio del mandato»;

pertanto ben difficilmente è configurabile la fattispecie di cui all’articolo 63, comma 1, n. 4) del testo unico degli enti locali, poiché non si è di fronte ad una lite riguardante interessi personali degli amministratori di minoranza che hanno proposto un’azione contro l’attività della maggioranza in questione, ma piuttosto di un’attività pienamente rientrante nell’esercizio della funzione di consigliere comunale, in specie di minoranza, volta a controllare – financo a contestare nelle sedi più opportune – l’attività della giunta in carica –:

se il Ministro sia al corrente di tale situazione e quale sia l’interpretazione corretta del citato articolo 63, comma 1 n. 4) del testo unico degli enti locali di cui al decreto legislativo n. 267 del 2000, al fine di evitare che possibili interpretazioni estensive restringano eccessivamente la funzione di controllo e di interlocuzione, tramite una compressione irragionevole dei loro poteri di iniziativa, dei consiglieri comunali nell’esercizio del mandato.

(4-00288)

GINEFRA e CARIELLO. — Al Ministro dell’interno. — Per sapere – premesso che:

il commissariato di P.S. di Bitonto ha attualmente in organico 38 operatori in servizio di polizia;

la pianta organica prevista nelle tabelle del decreto ministeriale 1989 è di 47 unità di personale che espleta servizio di polizia;

questi uomini e donne operano su un territorio, urbano ed agricolo, fra i più vasti e popolati della provincia di Bari e con un indice di criminosità fra i più alti della regione intera;

la popolazione residente in Bitonto e frazioni (Palombaio e Mariotto) è di circa 64.000 abitanti;

a fronteggiare continui eventi delittuosi, che spaziano dagli «ordinari» furti di auto e furti in abitazione, ai più gravi delitti di sangue, vi sono, oltre agli uomini e donne del commissariato di pubblica sicurezza, circa 12 militari della locale stazione carabinieri, e circa 16 finanzieri della locale tenenza della Guardia di Finanza (che però operano anche su varie città viciniore);

è evidente che pur essendo possibile e realizzabile garantire la presenza di una pattuglia addetta al controllo del territorio nell’arco delle 24 ore, è anche vero che un così esiguo dispiegamento di forze non è sufficiente ad assicurare un livello ottimale di presenza sul territorio ed un adeguato e duraturo contrasto degli eventi criminosi che soffocano l’economia ed il vivere civile della città di Bitonto;

ciò nonostante, il solo commissariato ha condotto negli ultimi tre anni numerose operazioni di polizia giudiziaria che hanno indebolito in maniera significativa alcuni gruppi criminali organizzati per realizzare attività di spaccio per traffico di sostanze stupefacenti e che non disdegnavano il confronto armato fra loro allo scopo di controllare il territorio e le «piazze di spaccio»; ne sono testimonianza triste gli omicidi, compiuti e tentati, dal 2009 ad oggi in questo centro urbano;

negli ultimi mesi, inoltre, si è acuita l’aggressione delinquenziale nei centri periferici di Mariotto e Palombaio, ove si sono registrati numerosi furti in appartamenti e case rurali ed anche alcune rapine a mano armata;

si sarebbero verificate, nelle ultime settimane, lungo la vicina strada statale 96 nel tratto compreso tra Mellitto e la deviazione per le frazioni bitontine, rapine regolarmente denunciate ai danni di venditori ambulanti «spogliati» di ogni bene strumentale e funzionale alla loro attività commerciale;

è tuttavia probabile che questa nuova incidenza criminale nelle frazioni sia dovuta ad un parallelo intensificarsi delle azioni di prevenzione e repressione condotte dalle forte di polizia nel centro urbano di Bitonto, per cui l’attività illecita dei pur noti malviventi locali si sia spostata in territori meno controllati e meno presidiati dalle forze dell’ordine;

è altresì vero che i sistemi di videosorveglianza recentemente attivati hanno contribuito a portare a buon esito alcune indagini su reati contro il patrimonio e la persona, tanto che si è richiesto al Ministero dell’interno – dipartimento della pubblica sicurezza, un incremento del numero di apparati da installare in altre zone al momento non servite da tale utile sistema di sicurezza e vigilanza elettronica;

è fuori di dubbio che un adeguamento di organico e mezzi, anche ai livelli di quanto previsto dalla non recente decretazione ministeriale del 1989, gioverebbe al miglioramento della tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica ed alla «copertura» ottimale di tutto il territorio di Bitonto e frazioni –:

se il Ministro sia stato messo a conoscenza dell’intensificarsi di fenomeni criminosi nel comune del barese che hanno riguardato, nel recente passato, anche il tentativo di intimidazione di funzionari della pubblica amministrazione e di amministratori pubblici;

quali provvedimenti intenda assumere a partire dal potenziamento dell’organico, dall’auspicabile insediamento di un avamposto di forze dell’ordine (almeno in una delle due frazioni) e per il potenziamento nelle stesse frazioni del servizio di videosorveglianza. (4-00296)

PASTORELLI. — Al Ministro dell’interno. — Per sapere – premesso che:

a tutt’oggi non risulta rinnovata la convenzione antincendio boschiva per l’anno 2013 tra il Ministero dell’interno, dipartimento dei vigili del fuoco – direzione regionale del Lazio, e la regione Lazio;

tale omissione ha determinato la chiusura, a partire dal primo di gennaio di quest’anno, del distaccamento provvisorio dei vigili del fuoco di Poggio Mirteto, mettendo così a repentaglio la sicurezza dei 45 mila cittadini residenti nella zona, i quali ora possono fare affidamento sulla sola sede centrale di Rieti;

tale situazione (riportata anche da numerosi organi di stampa di rilevanza nazionale) comporta che i tempi di soccorso arrivino ad oltre un’ora dalla segnalazione dell’urgenza, con tutto ciò che ne consegue anche in termini di tutela ambientale del territorio della Bassa Sabina (la quale ospita, peraltro, la riserva naturale Tevere-Farfa);

un simile assetto dei servizi antincendio contrasta chiaramente con lo stesso programma ministeriale «Soccorso Italia in 20 minuti»;

il protrarsi di tale inerzia finisce, evidentemente, per frustrare l’utilità stessa dello sforzo economico sostenuto dalla regione Lazio che negli anni ha impegnato ingenti risorse per la costruzione di un polo della sicurezza a Poggio Mirteto (in linea con il programma ministeriale di cui sopra) –:

quali iniziative, per quanto di competenza, intenda assumere al fine di rinnovare per l’anno 2013 la convenzione antincendio boschiva;

se non reputi necessario assumere i provvedimenti del caso al fine di rendere permanente il distaccamento dei vigili del fuoco di Poggio Mirteto. (4-00301)

GIORGIA MELONI. — Al Ministro dell’interno. — Per sapere – premesso che:

la signora Valeria Grasso, testimone di giustizia sottoposta al regime di protezione ai sensi della legge n. 82 del 1991, vive da un anno, e con lei la sua famiglia, un fortissimo disagio frutto di un sistema burocratico-amministrativo la cui scarsa trasparenza produce situazioni molto spiacevoli per i testimoni, il servizio centrale di protezione e un danno per le finanze pubbliche. Sono purtroppo numerosi gli atti amministrativi che rischiano di incrinare il rapporto tra la testimone e il servizio centrale di protezione. La signora Grasso è un’imprenditrice di Palermo che ha sentito il dovere morale e civico di denunciare gravi situazioni in cui erano implicati esponenti di spicco di un famigerato clan mafioso tra i più pericolosi d’Italia. Inutile precisare che questa coraggiosa scelta ha coinvolto tutta la sua famiglia, composta dal compagno e dai tre figli, due dei quali minori, nucleo che improvvisamente si è trovato catapultato in una realtà stravolta e che ha determinato anche importanti e comprensibili conseguenze psicologiche;

il turbamento che la tutela di una scorta 24 ore su 24 avrebbe provocato ai figli, ha indotto la signora Grasso a preferire il trasferimento in località protetta, una misura che implica l’abbandono per un periodo di tempo indeterminato della città di origine, di tutte le attività e le abitudini proprie del nucleo familiare. Si tratta di una scelta non semplice poiché Valeria Grasso ha dovuto trascurare la sua impresa, il compagno ha dovuto subordinare il proprio lavoro alle nuove esigenze e i tre figli hanno dovuto cambiare le scuole e la città dove proseguire i rispettivi corsi di studi. Il trasferimento impone la cessazione dell’attività lavorativa con cui si mantiene la famiglia, un mancato introito surrogato dalla corresponsione di un contributo mensile, ridotto del 50 per cento per il periodo di soggiorno negli alberghi in attesa di un’abitazione definitiva. È superfluo precisare che questi soggiorni tutto sono tranne che una piacevole vacanza e che percepire un contributo crea anche imbarazzo in chi ha sempre provveduto a mantenere la famiglia grazie al proprio lavoro;

la gestione delle risorse economiche di tali soggiorni ha suscitato più di una perplessità. Infatti, in data 18 ottobre 2012, la signora Grasso ha ricevuto «verbale di comunicazione» da parte del servizio centrale di protezione contenente la notifica dell’addebito forzoso di presunte spese extra sostenute in alcune delle strutture alberghiere in cui la signora Grasso e famiglia è stata ospite. La somma complessiva addebitata è di circa 1.800 euro, ma la signora Grasso ne contesta l’importo e riconosce il rimborso di soli 360 euro in quanto spese extra da lei effettivamente sostenute e certificate da ricevute firmate dalla stessa signora. Una successiva comunicazione del 9 febbraio 2013, pervenuta a seguito delle osservazioni della signora Grasso, recitava «le verifiche effettuate presso le strutture alberghiere hanno confermato la consumazione degli extra da parte della testimone e dei suoi familiari» senza però specificare il contenuto e le modalità di tali verifiche e senza permettere la consultazione delle eventuali ricevute firmate dalla signora Grasso, così come avviene normalmente nelle strutture alberghiere di tutto il mondo. L’indefinibilità di tali consumazioni extra, la fatturazione arbitraria e unilaterale proveniente dagli alberghi e la mancata verifica di quanto sostenuto dalla signora Grasso solleva un serio problema di trasparenza che può innescare sospetti di cui francamente né i sottoposti al regime di protezione né l’amministrazione hanno bisogno;

la signora Grasso, poi, evidenzia cospicue trattenute effettuate sull’importo del contributo mensile a lei spettante nei mesi di settembre, ottobre e novembre 2012 nonché nel corrente mese di aprile, le cui motivazioni, inizialmente ignote e non da lei riscontrabili, sono state in seguito giustificate dall’amministrazione come ulteriori tranche di rimborsi alberghieri e come revoca del contributo per il mantenimento della figlia. Questo passaggio costituisce un’ulteriore ferita poiché Margherita, la figlia oggi diciottenne, ma minore nell’incipit della vicenda, ha manifestato gravi disagi a seguito della condizione che si trova a vivere. In procinto di conseguire il diploma di maturità, gli psicologi indicati dal servizio di protezione centrale, hanno visitato Margherita e ne hanno consigliato l’immediato reinserimento temporaneo nella città e scuola di origine per cercare di lenire il suo palese malessere ed evitare la somministrazione di farmaci antidepressivi. Tale provvedimento è stato confermato anche dalla visita sostenuta dalla giovane presso una struttura pubblica ASL della regione siciliana. Da pochissimi mesi Margherita è tornata a vivere nella città di origine a casa dei nonni materni ma il distacco dalla sua famiglia non è certamente indolore. La revoca della somma destinata al mantenimento di Margherita e l’inspiegabile quanto dolorosa diffida ricevuta dalla signora Grasso a recarsi nella sua città di origine per incontrare la figlia sono elementi che accrescono disagi e sofferenze. Questa diffida non è stata giustificata in alcun modo, nemmeno con ragioni di sicurezza. Dalla presente esposizione sono stati omessi altri passaggi e momenti (come uno sfogo drammatico del figlio tredicenne Emanuele) che hanno cadenzato negativamente l’incedere dell’ultimo anno trascorso da Valeria Grasso e dalla sua famiglia;

al fine di chiarire alcune situazioni e favorire un clima di maggiore collaborazione e armonia che possa eliminare le incomprensioni, Valeria Grasso ha già da alcuni mesi avanzato la richiesta di essere ascoltata dalla commissione del servizio di protezione centrale. Si capisce pienamente quali siano le difficoltà che il servizio di protezione centrale affronta per garantire la sicurezza e gestire in maniera appropriata le numerose e diverse esigenze che inevitabilmente sorgono quando si tutela un intero nucleo familiare. La signora Grasso e l’interrogante esprimono apprezzamento e riconoscenza per lo sforzo che si sta compiendo: proprio per valorizzare tale azione si auspica che la rigida burocrazia applicata nei confronti dei protetti sappia modellarsi meglio alla situazione «sul campo» e, nell’altro verso, si cerchi di porre rimedio ad una eccessiva «semplificazione» che sembra caratterizzare soprattutto i rapporti economici tra amministrazione ed esercenti. La mancanza di un rapporto diretto tra la testimone e i curatori del servizio e la farraginosità delle comunicazioni amplifica la sensazione di forte limitazione della libertà, materiale e psicologica, a cui è sottoposta la signora Grasso;

lo scopo di questa interrogazione non è certamente mettere in discussione la professionalità degli operatori del servizio, ma fare luce sulle modalità poco trasparenti con cui vengono gestite preziose risorse pubbliche e non certo palesare un inesistente attaccamento al denaro da parte di Valeria Grasso la quale si trova, insieme a tutta la sua famiglia, a vivere un disagio drammatico per il suo forte spirito di giustizia e senso dello Stato, sentimento confermato da altri interrogativi che la signoria Grasso solleva a proposito del rapporto economico intrattenuto dall’amministrazione con gli alberghi: ci si chiede per quale motivo, ad esempio, si sarebbe proceduto al pagamento del soggiorno di tutti i cinque componenti il nucleo familiare anche per i periodi in cui nelle strutture erano ospitati solo due o tre dei membri della famiglia e per quale motivo l’intera famiglia sarebbe stata obbligata, a quanto consta all’interrogante, a consumare tutti i pasti all’interno delle strutture alberghiere quando avrebbe potuto scegliere delle alternative più economiche che avrebbero anche favorito un clima di maggiore normalità; è inequivocabile che siffatto modo di procedere necessiti di un’accurata verifica e spiegazione al fine di fugare ogni dubbio e porre rimedio in caso di eventuali irregolarità che non ci si augura;

giova sottolineare che un testimone di giustizia non è un criminale che ha deciso di collaborare con le istituzioni (molto spesso per convenienze personali) ma una persona, un cittadino che sta rendendo un grande servizio alla comunità nazionale. Un testimone ha il diritto di vivere la sua vita nel modo più normale possibile, compatibilmente con le esigenze di sicurezza. La vita di un testimone e della sua famiglia non può essere trasformata in una condanna a una forma di detenzione, per quanto dorata possa essere. Valeria Grasso apprezza sinceramente l’impegno che lo Stato sta profondendo per garantire la sicurezza sua e della famiglia, ma non può fare a meno di evidenziare situazioni spiacevoli e incongruenti con lo spirito e le finalità del regime di protezione di cui fruisce. Il fondato timore è che altri cittadini che si trovano o, potrebbero trovarsi nelle sue condizioni decidano di rinunciare alla possibilità di assicurare alla giustizia pericolosi criminali per non dover assoggettare la propria vita e quella dei propri cari a condizioni al limite del possibile;

il sistema di protezione dei testimoni di giustizia rappresenta una risorsa troppo preziosa per essere anche parzialmente macchiata da situazioni poco chiare. Essa deve rispondere a criteri di trasparenza assoluta considerata la delicatezza e l’importanza che riveste. Si sa bene quanto siano straordinari l’impegno, la professionalità e il senso del dovere degli uomini e delle donne del servizio di protezione centrale. Ci sembra giusto che il loro lavoro non venga inficiato da questioni amministrative che rischiano di danneggiare la credibilità e l’efficacia del servizio stesso. I cittadini sottoposti al regime di protezione vedono completamente stravolta la vita loro e delle famiglie, dovendo rinunciare a risiedere liberamente dove desiderano, dovendo spesso lasciare le proprie attività, i legami affettivi ed amicali, rinunciando a stabilire relazioni sociali normali, sapendo di dover essere frequentemente spostati, almeno per un certo periodo di tempo, per motivi di sicurezza. Il sacrificio di queste persone deve essere gratificato sia dal punto di vista morale che, per quanto possibile, da quello materiale: è quindi giusto che la comunità nazionale sia in grado di garantire loro una vita dignitosa e sicura. La piena fiducia dei cittadini nelle iniziative delle istituzioni rappresenta lo strumento primario affinché le iniziative stesse si rivelino utili ed efficaci, in ragione della fondamentale importanza che questo servizio riveste nella lotta alla criminalità, al fine di garantirne la massima trasparenza, efficienza e livello di sicurezza per i cittadini –:

quali iniziative intenda assumere il Governo affinché la vicenda in questione venga sottoposta rapidamente a verifica evitando altri disagi e patimenti alla signora Valeria Grasso e alla sua famiglia;

se non si ritenga opportuno intervenire per evitare spiacevoli sviluppi che distrarrebbero risorse umane e materiali dal principale scopo del servizio di protezione, rischiando anche di minare il fondamentale rapporto di reciproca fiducia tra cittadino sottoposto al servizio e istituzione;

se non si ritenga opportuno rivedere le procedure e le pratiche amministrative poste in essere in situazioni analoghe;

se non si ritenga opportuno considerare, ai fini del miglioramento del servizio, anche le osservazioni e i suggerimenti dei cittadini fruitori delle misure di protezione. (4-00306)

ISTRUZIONE, UNIVERSITÀ E RICERCA

Interrogazioni a risposta in Commissione:

CENTEMERO. — Al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:

a partire dall’anno scolastico 2014/2015 prenderanno avvio i nuovi licei scientifici ad indirizzo sportivo previsti dallo schema di «regolamento di organizzazione dei percorsi della sezione ad indirizzo sportivo del sistema dei licei, a norma dall’articolo 3, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 15 marzo 2010, n. 89»;

per potenziare e approfondire le scienze motorie e sportive all’interno dei licei scientifici, autorizzati ad attivare sezioni ad indirizzo sportivo, e all’interno dei licei statali e paritari che hanno autorizzato la quota di autonomia per introdurre insegnamenti caratterizzanti l’indirizzo sportivo, è stata promossa un’attività di informazione;

l’informazione avviene attraverso tre seminari ai quali possono partecipare, per ciascuna scuola, il dirigente scolastico e un docente. Il prima seminario avrà luogo a Torino e interesserà la Valle d’Aosta, il Piemonte, la Lombardia, la Liguria, la Toscana e la Sardegna. Il secondo seminario avrà luogo a Rimini e interesserà il Friuli Venezia Giulia, il Veneto, l’Emilia Romagna, il Lazio, le Marche, l’Abruzzo e il Trentino Alto Adige. Il terzo seminario avrà luogo a Reggio Calabria e interesserà il Molise, la Campania, la Puglia, la Basilicata, la Calabria e la Sicilia –:

se ed in base a quali criteri e competenze sia stata composta ed attivata una commissione ministeriale che si occupi dei seminari di formazione dei docenti e dei dirigenti scolastici nelle cui istituzioni scolastiche verranno attivate sezioni di licei sportivi e come verranno individuati i responsabili della citata formazione seminariale. (5-00083)

CENTEMERO. — Al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:

in data 30 gennaio 2013 è stata sottoscritta un’intesa integrativa tra l’amministrazione e le organizzazioni sindacali, nella quale sono stati definiti i criteri per l’assegnazione di un acconto relativo alle risorse destinate al MOF per le istituzioni scolastiche per l’anno 2013;

per quanto riguarda le risorse annualmente destinate al finanziamento delle ore eccedenti l’orario obbligatorio settimanale reso dal personale insegnante di educazione fisica per la realizzazione dei progetti di avviamento alla pratica sportiva, di cui all’articolo 87 del CCNL 2006-2009, è stata prevista sul fondo di 60 milioni una riduzione di 11,65 milioni di euro per l’anno 2012 e di 15,50 milioni di euro a decorrere dall’anno 2013;

ciò ha reso necessaria la rideterminazione dei parametri da utilizzare per l’assegnazione delle risorse alle singole istituzioni scolastiche per la realizzazione dei progetti di avviamento alla pratica sportiva, nonché la determinazione di un acconto pari ad euro 600.000,00 per la remunerazione delle ore eccedenti prestate dai coordinatori territoriali di educazione fisica;

questo acconto è ripartito tra le scuole di titolarità dei 101 coordinatori di educazione fisica a livello provinciale attualmente in servizio;

l’intesa stabilisce, inoltre, che possono essere svolte ore eccedenti nel rispetto del limite complessivo della risorsa assegnata alla scuola di titolarità del coordinatore, nonché nel limite massimo di sei ore settimanali eccedenti l’orario d’obbligo;

l’articolo 87 del CCNL 2007-09 stabilisce che le ore eccedenti le 18 settimanali effettuabili, fino ad un massimo di 6 settimanali, del personale insegnante di educazione fisica nell’avviamento alla pratica sportiva, vanno individuate ed erogate nell’ambito di uno specifico progetto contenuto nel POF e che, ferma restando la spesa complessiva sostenuta nel decorso anno scolastico, il compenso in parola può essere corrisposto, nella misura oraria, maggiorata del 10 per cento, prevista dall’articolo 70 del CCNL del 4 agosto 1995, ovvero in modo forfetario e riguardare solo docenti di educazione fisica impegnati nel progetto in servizio nell’istituzione scolastica. Mentre ai docenti coordinatori provinciali per l’educazione fisica è erogato, nel limite orario settimanale del precedente comma 1, il compenso per le ore eccedenti con la maggiorazione prevista dal presente articolo;

i coordinatori di educazione fisica provinciali sono incardinati con orario di ufficio pari a 36 ore settimanali e secondo intesa sindacale e diversamente da quanto indicato all’articolo 87 comma 3 del CCNL 2007-09 ricevono un compenso forfettario annuo, lordo stato, di 6.000 euro annui, corrisponde circa la metà del compenso che dovrebbero percepire in base alla retribuzione se calcolata in base al compenso di 6 ore settimanali. Le tipologie di contratto inoltre, a tempo determinato o a tempo indeterminato, non sono uniformi sul territorio nazionale ma variano nei diversi uffici scolastici regionali e uffici scolastici territoriali;

la retribuzione forfettaria di cui sopra e la difformità rispetto a quanto previsto dall’articolo 87 del CCNL 2007-09 ha dato origine a contenzioso presso il Giudice del lavoro con esito negativo per il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca;

in occasione della visita al V Circolo didattico «Eugenio Montale» del quartiere Scampia a Napoli per il nuovo protocollo d’intesa Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca – CONI PER PROTOCOLLO MIUR-CONI, il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, Francesco Profumo, il Presidente del Coni Giovanni Malagò, hanno annunciato la revisione dei Giochi sportivi studenteschi, un progetto di educazione allo sport nella scuola primaria, promozione delle attività sportive nei luoghi di maggiore disagio sociale, ammodernamento degli impianti sportivi scolastici, iniziative della Carta dello studente legate allo sport e nuove linee guida per le attività di educazione fisica, motoria e sportiva, obiettivi questi del Piano nazionale per la promozione dello sport a scuola, nato dalla collaborazione tra Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca e Coni;

le attività sportive delle istituzioni scolastiche sono tuttora disciplinate dalla legge n. 88 del 7 febbraio 1958 «provvedimenti per l’educazione fisica» –:

quali interventi il Ministero intenda mettere in atto tali che, evitando la disparità di trattamento sopra individuata, definiscano e rivedano l’attività sportiva scolastica nel suo complesso, attività allo stato attuale ancora disciplinata dalla legge n. 88 del 1958, la sua organizzazione e il ruolo dei coordinatori sportivi scolastici e provinciali. (5-00084)

CENTEMERO. — Al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:

dallo studio di Eurostat nel mese di aprile, che compara la spesa pubblica nel 2011 tra i vari stati dell’Unione europea, risulta che l’Italia si attesta come fanalino di coda per la spesa nell’istruzione e nella cultura e che in particolare dai dati il nostro Paese risulta al penultimo posto, seguita solo dalla Grecia, per percentuale di spesa in istruzione: l’8,5 per cento a fronte del 10,9 per cento dell’Unione europea;

analizzando la percentuale rispetto al Pil l’Istat, sempre nelle sue tabelle sulla spesa delle amministrazioni pubbliche, sottolinea che la spesa per istruzione in percentuale sul Pil è diminuita passando dal 4,4 per cento del 2010 al 4,2 per cento nel 2011;

le organizzazioni degli studenti hanno commentato che si tratta della «ennesima conferma» di quanto denunciato da anni e di spesa per l’istruzione nel nostro Paese «più che insufficiente»;

mentre per il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca si tratterebbe di dati che costituiscono «uno stimolo a invertire la rotta», ma che bisogna «evitare una lettura fuorviante»: secondo il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, infatti, «sarebbe più opportuno, e forse più indicativo, calcolare la percentuale di risorse investite nella scuola e nell’università al netto della spesa per gli interessi sul debito che, come emerge dallo stesso rapporto Eurostat, per l’Italia è di superiore alla media Ue. Se escludessimo dal calcolo, quindi, gli interessi sul debito la percentuale salirebbe di quasi un punto percentuale, superando ampiamente il 9 per cento, poco al di sotto della media Ue» –:

quale sia effettivamente l’attuale spesa pubblica per i settori istruzione, università e ricerca ed in particolare la spesa per il personale, distinto per i tre comparti e distinto dalla spesa per il personale del Ministero e delle sue diramazioni territoriali regionali e provinciali, la spesa corrente e le spese per progetti decisi dell’attuale Ministro. (5-00085)

CENTEMERO. — Al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:

nel 2009 sono state istituite le province di Monza e Brianza, Andria-Trani-Barletta e Fermo. Ciò ha reso necessario dotare le province dei servizi e delle diramazioni dello Stato, come le prefetture e gli uffici scolastici territoriali;

la presenza nella «nuova» provincia di Monza e Brianza dell’ufficio scolastico territoriale e della prefettura rende possibile e necessaria l’attribuzione alle scuole di Monza e Brianza di un nuovo codice meccanografico, senza il quale il sistema informativo non può riconoscere né le scuole né le relative titolarità e non può gestire autonomamente alcuna procedura;

dall’anno scolastico 2009/10 sono passati ormai 4 anni scolastici con la determinazione degli organici di fatto e di diritto e delle funzioni di aggiornamento dell’anagrafe delle istituzioni scolastiche agli uffici, senza che il Ministero assegnasse alle scuole di Monza e Brianza un proprio codice meccanografico;

l’operazione è di competenza ministeriale sia perché si tratta di chiedere una prestazione extra al gestore del sistema informativo il cui contratto è gestito dal Ministero, sia perché il problema riguarda le province di nuova istituzione, ma soprattutto perché con la suddivisione delle province si hanno conseguenze di carattere giuridico con riflessi sia all’interno della provincia in cui si opera (il movimento da una scuola all’altra può divenire interprovinciale, mentre adesso sarebbe all’interno della provincia; occorrerebbe sdoppiare le graduatorie provinciali della provincia madre – ma, essendo le stesse «ad esaurimento», la conseguenza non è scontata – e definire se l’attribuzione alla nuova graduatoria debba avvenire solo per opzione, o essere automatica per chi ha in corso una supplenza annuale, e definire le relative procedure e i tempi di attuazione) sia nei rapporti esterni alla provincia madre e alla regione stessa (movimenti interprovinciali e altro);

è quindi necessario un intervento normativo centralizzato sia per definire le conseguenze giuridiche dell’istituzione dei nuovi organici provinciali sia per fornire indicazioni operative uniformi sul territorio nazionale (tutto ciò potrebbe richiedere un passaggio in sede contrattuale) –:

quali siano le motivazioni di un ritardo di parecchi anni nella determinazione dei codici e quali strumenti il Ministero intenda attuare in merito per dotare le scuole della provincia di Monza e Brianza dei codici, velocizzando le predette operazioni. (5-00087)

GHIZZONI e BOSSA. — Al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:

il tribunale amministrativo regionale della Campania (sezione ottava), con ordinanza emessa nella seduta del 6 febbraio 2013, ha accolto il ricorso di alcuni candidati risultati non ammessi al concorso a dirigente scolastico – emanato dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca nel 2011 in attuazione dell’articolo 3 del decreto del Presidente della Repubblica 10 luglio 2008 –, ed ha pertanto disposto, in via cautelare, la sospensione della procedura concorsuale, fissando l’udienza di merito per il 3 luglio 2013;

nel ricorso era stata eccepita l’incompatibilità di alcuni componenti della commissione giudicatrice; i ricorrenti, infatti, hanno evidenziato – ad esempio – che un componente della Commissione risultava dirigente scolastico referente ufficiale di un sindacato, per l’istruzione tecnico professionale; un altro esponente della commissione aveva fatto parte del comitato scientifico ed era stato docente di un corso di preparazione al concorso, organizzato da un ente nazionale; un altro componente della commissione aveva effettuato un master di preparazione al concorso;

i ricorrenti hanno dimostrato, altresì, che alcuni componenti della commissione erano legati ad alcuni candidati da un rapporto di stretta collaborazione in quanto risultavano essere vicari o collaboratori di un dirigente scolastico facente parte della stessa commissione;

l’ufficio scolastico regionale ha promosso, per il tramite dell’Avvocatura dello Stato, ricorso avverso la citata sospensiva per riattivare la procedura concorsuale e portarla velocemente a termine, prima del giudizio di merito del TAR;

nel mese scorso, si è poi appreso da fonti giornalistiche di una indagine della guardia di finanza e della procura di Napoli nei confronti del dirigente dell’U.S.R. Campania, ambito territoriale di Caserta per implicazioni nell’inchiesta sulle irregolarità del concorso per dirigenti scolastici recentemente;

il contesto descritto ha, ad avviso degli interroganti, compromesso quel clima di assoluta serenità e di certezza del diritto nel quale deve operare la commissione, al fine di garantire l’effettiva tutela del merito dei candidati e il principio d’imparzialità nel giudizio –:

come il Ministro interrogato intenda attivarsi per giungere ad una soluzione del contenzioso in essere affinché sia tutelato – con serenità di giudizio, imparzialità e correttezza – il merito dei candidati che hanno partecipato alle prove scritte del concorso per dirigenti scolastici in Campania. (5-00090)

Interrogazioni a risposta scritta:

DI LELLO. — Al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:

in data 14 febbraio 2013, il dipartimento per l’università, l’AFAM e la ricerca – direzione generale per l’università, lo studente ed il diritto allo studio universitario – ufficio VIII ha comunicato con l’avviso n. 3188 il calendario delle prove di ammissione ai corsi di laurea e di laurea magistrale programmati a livello nazionale per gli anni accademici 2013-14;

la collocazione delle prove di ammissione al mese di luglio comporta enormi difficoltà per gli studenti che saranno già impegnati a preparare e a sostenere le prove di maturità;

l’anticipazione a luglio costringerà, quindi, tutti i diplomandi a frequentare corsi privati di preparazione ai test e le loro famiglie a sostenere costi assai rilevanti;

quanto sopra sottolineato rischia di operare una ulteriore selezione per censo dell’ammissione ad alcune facoltà che danno accesso a professioni di «casta»;

lo stesso Ministero sembra ammettere di fatto che il calendario predisposto per il 2013-14 non risponda pienamente all’obiettivo di garantire agli studenti la migliore preparazione alle prove quando nella redazione del calendario per l’anno accademico successivo ne anticipa la data al mese di aprile;

tale termine consente agli studenti delle 5 classi superiori di prepararsi per tempo e soprattutto evita la sovrapposizione tra la preparazione e lo svolgimento degli esami di maturità con la preparazione e lo svolgimento dei test d’ingresso alle facoltà –:

se il Ministro non ritenga opportuno rimodulare il calendario dei test d’ingresso alle facoltà a numero chiuso o, qualora ne verifichi l’impossibilità, non ritenga di mettere in atto ogni iniziativa utile a garantire a tutti gli studenti pari opportunità e a scongiurare eventuali effetti discriminatori. (4-00265)

OLIVERIO. — Al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:

a causa della persistente crisi economica, i costi dell’istruzione universitaria sono diventati ormai insostenibili per la maggior parte delle famiglie italiane e gli atenei nazionali non risultano più in grado di soddisfare la richiesta di accesso degli studenti ai benefici e ai supporti economici previsti per gli universitari più meritevoli;

l’articolo 34 della Carta Costituzionale, al terzo comma, sancisce che i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi: l’istruzione, pertanto, è un diritto fondamentale che deve essere tutelato e garantito a tutti i cittadini italiani, ai quali vanno riconosciute pari per potervi accedere;

l’attuale criterio di riparto dei fondi erogati dallo Stato a tutte le università italiane si basa su parametri e indicatori che generano sperequazioni a danno dell’attività istituzionale degli atenei delle regioni più povere del nostro Paese. Nell’erogazione del fondo si passa infatti dagli oltre 6.000 euro pro capite per alcune università del Nord ai meno di 2.000 euro pro capite per alcune università del Sud. È chiaro quindi che i cosiddetti criteri di riparto così come descritti rischiano di mettere in discussione l’attività istituzionale della maggior parte delle Università del Mezzogiorno e in particolare della Calabria;

per il solo anno accademico 2011/2012 su tutto il territorio nazionale sono stati ben 57.000 gli studenti dichiarati «idonei non beneficiari», studenti che, pur possedendo i requisiti per fruire del sostegno, si sono visti negare per mancanza di risorse finanziarie;

all’insufficente ammontare delle risorse finanziarie stanziate per il diritto allo studio universitario, si aggiungono poi le problematiche di natura burocratica, legate ai consistenti ritardi nell’attribuzione dei fondi statali alle regioni e, conseguentemente, nell’erogazione dei benefici, che arrivano a determinare l’esclusione degli studenti idonei dai benefici stessi;

in tale preoccupante contesto è stata divulgata in questi giorni dalle associazioni studentesche dell’università «Magna Grecia» di Catanzaro la notizia che per l’anno accademico in corso risultano non essere più disponibili i fondi necessari a garantire l’erogazione delle borse di studio e l’assegnazione degli alloggi agli studenti universitari più meritevoli. Tale notizia si va ad aggiungere a quella dell’aumento esorbitante del costo dei biglietti dell’unico mezzo di trasporto pubblico, adottato dall’azienda municipalizzata comunale di Catanzaro, che consente agli studenti di spostarsi dalla città capoluogo a Germaneto, sede dell’università catanzarese;

le associazioni studentesche, in merito alla situazione che si è venuta a creare, affermano che se non verrà posto rimedio a questa situazione si rischia di acuire la sperequazione tra regioni e tra studenti universitari e di rendere di fatto inaccessibile il diritto all’istruzione agli studenti calabresi. Il tutto in un trend negativo destinato ad aumentare nei prossimi anni visto che sarebbe previsto un taglio del fondo integrativo nazionale delle borse di studio di oltre il 90 per cento per il 2014 e il 2015: dai 102 milioni di euro del 2013 si passerebbe ai 12 milioni per il 2014 e il 2015. Si tratta di cifre preoccupanti che fanno preludere alla fine del diritto allo studio universitario –:

quali iniziative di competenza il Ministro interrogato intenda predisporre al fine di sopperire alle criticità evidenziate in premessa e a colmare le carenze finanziarie relative all’erogazione dei benefici a garanzia del diritto allo studio universitario, con particolare riguardo alla situazione della popolazione studentesca dell’università Magna Grecia di Catanzaro già penalizzata dal significativo aumento del costo del biglietto del servizio pubblico e dalla mancata erogazione dei fondi necessari per garantire agli studenti meritevoli, così come avviene per gli studenti degli altri atenei italiani, la possibilità di fruire dei benefici connessi al diritto allo studio universitario. (4-00269)

BIASOTTI. — Al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:

il profondo legame storico che la scuola di ingegneria navale ha con la città di Genova, dove nel 1870, in collaborazione con gli enti locali di allora, venne fondata la regia scuola superiore navale da cui tutta la facoltà di ingegneria trae origine;

la scelta di Genova come sede della regia scuola superiore navale fu motivata proprio dalla presenza di uno dei più importanti porti del Mediterraneo, ruolo ancora oggi ricoperto da Genova, primo porto italiano in termini di movimentazione complessiva di merce ed uno fra i primi porti mediterranei di destinazione finale per quanto riguarda il trasporto containerizzato e passeggeri;

la sede a Genova del corso di ingegneria navale trova riscontro nella presenza in città di molteplici attività, fra cui il registro navale italiano (RINA), primarie compagnie di navigazione, numerosi studi di ingegneria navale e di periti navali, compagnie assicurative, cantieri ed officine di costruzione e riparazione navale, il Centro per gli Studi di tecnica navale (CETENA), l’Accademia italiana della marina mercantile, una delle sedi dell’International Maritime safety, security and environment academy dell’IMO, oltre che innumerevoli attività operanti all’interno del porto, tutte attività che hanno importanti ricadute in termini occupazionali ed economici;

i vertici dell’ateneo genovese che si dicono pronti a sostenere il trasferimento della facoltà di Ingegneria agli Erzelli solo nel caso in cui venisse ridimensionato il progetto, il che significherebbe rinunciare alla «vasca navale» dove si effettuano le prove di resistenza sui modelli delle carene ed ai laboratori di Ingegneria navale, tra cui il tunnel di cavitazione, unico in Italia;

è in via di realizzazione a La Spezia un’«accademia del mare» che dovrebbe ospitare il polo universitario spezzino all’interno di immobili militari dismessi;

l’«accademia del mare» di Spezia dovrebbe occupare una parte della caserma del Duca degli Abruzzi, dove verranno ubicate aule, laboratori, alloggi per studenti e docenti, ed una parte dell’Arsenale, dove saranno allestiti altri laboratori, fondamentali per l’università, ma anche per altri soggetti, quali ad esempio il distretto ligure delle tecnologie marine che svolge attività di ricerca in collaborazione con l’industria nel settore delle tecnologie marine e di quelle ad esse collegate;

secondo quanto emerge da articoli di stampa locale «fiore all’occhiello» del progetto dell’accademia del mare sarebbe il trasferimento del corso di laurea magistrale in ingegneria navale da Genova alle rive del golfo della Spezia;

la dichiarazione del Presidente dell’autorità portuale Lorenzo Forcieri, fatta il 6 marzo 2013 durante un Convegno sull’economia del mare tenutosi a La Spezia, secondo cui «…la Spezia può diventare un polo di formazione come pochi altri in Europa e può ospitare con successo un corso di laurea che a Genova certo non vive un momento particolarmente brillante»;

quest’ultima dichiarazione non trovi riscontro nella realtà dei fatti, ed anzi il corso di ingegneria navale rischierebbe di indebolirsi se fosse allontanato dalla città di Genova, sede dei principali sbocchi lavorativi del corso e città baricentrica rispetto alla regione e, quindi, più facile da raggiungere per gli studenti liguri ma anche per quelli provenienti da fuori regione (50 per cento studenti sono fuori sede);

il memorandum d’intesa tra Ministero della difesa, Ministero dell’istruzione dell’università e della ricerca, regione Liguria, comune della Spezia, università degli studi di Genova, distretto Ligure delle tecnologie marine e fondazione Promostudi La Spezia per la costituzione del polo universitario marittimo della Spezia;

secondo quanto riportato da tale memorandum, l’università di Genova avrebbe manifestato alla regione Liguria l’interesse a trasferire la somma di 4,5 milioni di euro, provenienti dai Fondi FAS ed inizialmente destinati alla stessa università per i poli decentrati, direttamente alla società Promostudi, nata per favorire e meglio gestire le attività formative universitarie ma soprattutto per mantenere e, possibilmente, implementare e specializzare i corsi di laurea presenti presso il polo di La Spezia;

durante la discussione del consiglio di dipartimento di ingegneria navale, elettrica, elettronica e delle telecomunicazioni sul progetto di trasferimento del corso di ingegneria navale a Spezia sono emersi molti elementi di criticità, fra cui: la contraddittorietà del progetto rispetto all’orientamento nazionale verso la razionalizzazione dell’offerta universitaria, il rischio di una separazione culturale, scientifica e didattica di un corso di laurea storico e caratterizzante la scuola politecnica genovese dagli altri corsi di laurea, l’indebolimento delle relazioni intersettoriali ed interdisciplinari con gli altri settori della scuola, l’allontanamento dall’area in cui sono radicati enti e realtà importanti del settore ingegneristico navale, l’insorgere di problemi organizzativi connessi alla gestione logistica, tecnica e amministrativa di una sede decentrata;

l’economia del mare genovese non può vedere messo in discussione il suo prestigio nazionale ed internazionale attraverso la perdita di un tassello fondamentale di un mosaico di competenze e professionalità, quale il corso di ingegneria navale, pena l’indebolimento della capitale italiana dello shipping e del settore intero a livello nazionale;

secondo quanto anticipato da più articoli apparsi sul lavoro, di cui l’ultimo il 7 aprile 2013 – Fincantieri è pronta a trasferire nelle aree del cantiere di Sestri Ponente la direzione navi militari, il CETENA e ad ospitare i laboratori universitari di ricerca e sperimentazione tecnico-scientifica in ambito navale (tunnel di cavitazione, laboratorio di prove strutturali, vasca navale) e tale proposta è stata formalizzata con una lettera di Fincantieri, direzione costruzioni militari, al Diten (dipartimento cui afferiscono docenti e tecnici amministrativi navali) e alla scuola politecnica;

visti i positivi riscontri ed apprezzamenti delle parti interessate al progetto di trasferimento a Sestri, si sta dando avvio a un tavolo tra Fincantieri e Diten –:

se sia a conoscenza di quanto sopra esposto, se i Ministeri competenti intendano firmare l’intesa da cui emerge la volontà di trasferire il corso magistrale di ingegneria navale a La Spezia, se risulti se gli enti locali quali la regione Liguria, d’accordo con università di Genova e Promostudi, abbiano firmato la convenzione finalizzata a trasferire alla società Promostudi i 4,5 milioni di fondi FAS stanziati con DGR 188/2009 e, quindi, in che modo verranno utilizzati detti Fondi FAS una volta trasferiti alla società Promostudi;

quali iniziative di competenza ritengano di assumere per salvaguardare la permanenza a Genova di ingegneria navale e ad attuare a livello genovese una maggiore sinergia fra i soggetti fruitori dei giovani formati dal corso, in ipotesi supportando la proposta di Fincantieri che tende ad integrare formazione universitaria, ricerca ed impresa nelle aree di Sestri Ponente, contigue al futuro polo degli Erzelli. (4-00282)

LAVORO E POLITICHE SOCIALI

Interrogazioni a risposta scritta:

MELILLA. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:

il 1o maggio del 2011 cessava l’attività del centro di manutenzione Air One Technic che operava presso l’aeroporto d’Abruzzo di Pescara;

in questa azienda lavoravano 80 tecnici e operai altamente qualificati e con capacità concorrenziali rispetto a tutte le altre aziende analoghe a livello europeo;

la scelta di dismettere questa struttura produttiva da parte della CAI Alitalia è conseguente alla decisione di accorparla al centro di Napoli;

i lavoratori si mobilitano per difendere il loro posto di lavoro e aprono una trattativa presso il Ministero dello sviluppo economico registrando il rifiuto della CAI Alitalia ad un confronto vero sul futuro produttivo del centro di Pescara e sul destino degli 80 lavoratori interessati;

gli enti locali si mobilitano e chiedono al Governo di continuare il confronto tra le parti, anche in considerazione dell’esistenza di una cordata di imprenditori abruzzesi disponibili a rilevare l’azienda e a garantire il lavoro agli 80 dipendenti;

esiste la concreta possibilità di salvare una azienda qualificata di preservare un patrimonio di alta professionalità in un territorio come quello abruzzese segnato da una grave crisi occupazionale –:

se non intendano convocare le parti sociali, gli enti locali, le province di Chieti e Pescara, e la regione Abruzzo per verificare il piano industriale di riconversione proposto dalla cordata di imprenditori abruzzesi interessata alla prosecuzione dell’attività produttiva della ex Air One Technic di Pescara. (4-00286)

OTTOBRE. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:

in data 14 aprile, alcuni organi d’informazione hanno dato risalto alla vicenda di Paolo Clari, idraulico 58enne di Riva (TN), al quale 2 anni fa, dopo un banale incidente in scooter, era stata erroneamente diagnosticata una lussazione della spalla, quando in realtà si trattava di una rottura dei legamenti con necessità di intervento chirurgico;

cure sbagliate e inefficaci hanno compromesso definitivamente le possibilità motorie del signor Clari, il quale oggi è nell’impossibilità di poter continuare a svolgere il suo lavoro di idraulico, così come gli è stato ribadito dai medici che lo hanno visitato e operato 2 anni dopo l’incidente;

si deduce da questo che per il signor Clari si possa parlare di vera e propria menomazione, se si pensa che l’attività lavorativa del signor Clari non può essere inclusa tra quelle usuranti o che chiedano un grosso sforzo fisico, ma una normale capacità di utilizzo degli arti superiori;

nonostante ciò, al signor Clari è stata riconosciuta un’invalidità del 30 per cento, una percentuale che non dà diritto ad alcuna forma di assistenza di natura economica o relativa al suo ricollocamento lavorativo;

nel frattempo, infatti, il signor Clari è stato licenziato dall’azienda presso la quale lavorava e non gli è stata ancora versata nessuna indennità di disoccupazione, la quale – tra l’altro – coprirebbe solo parzialmente il tempo che separa il signor Clari dalla pensione, nonostante 40 anni di contributi regolarmente versati –:

se si intenda acquisire la documentazione e i referti medici che attribuiscono al signor Clari una percentuale d’invalidità inferiore al 33 per cento, e se non si sia davanti a una menomazione tale da far accedere il signor Clari ai benefici attribuiti con le leggi che regolamentano il collocamento mirato (legge n. 68 del 1999);

quali siano le ragioni per cui, nonostante il licenziamento, al signor Clari non venga ancora versata da parte dell’Inps alcuna indennità relativa alla sua posizione di persona che ha perso il lavoro.

(4-00289)

REALACCI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:

sulla spinta di un pesante rincaro dei carburanti ma anche di una crescente sensibilità ai temi dell’ambiente e del progressivo aumento delle piste ciclabili, il ricorso alla bicicletta, la propria o una di quelle disponibili tramite i servizi di bike-sharing, si sta sviluppando anche quale valido mezzo di trasporto per coprire il «tragitto casa-luogo di lavoro»;

il crescente uso della bicicletta si contrappone poi a strade sempre più caotiche e trafficate con gravi pericoli per i ciclisti;

da un recente articolo di Antonio Cianciullo pubblicato su La Repubblica il 24 aprile 2013, si evince che dai dati del 2012 si conferma la tendenza a un ritorno alle due ruote. E non si tratta di acquisti solo per la passeggiata salutista domenicale, bensì un numero crescente di persone sceglie la bici come mezzo di trasporto;

a questo proposito, anche attraverso un’efficace azione di sensibilizzazione e di tutela per quanti scelgono la bicicletta per recarsi a lavoro promossa dalla FIAB-Federazione italiana amici della bicicletta, l’Inail si è pronunciato nel senso di ritenere che, ai fini dell’«indennizzabilità» dell’infortunio in itinere, l’indagine sul carattere di necessità d’uso della bici sia valida in mancanza di altro mezzo utile e/o solamente nei casi di evento lesivo avvenuto su strade aperte al traffico di veicoli a motore. Perciò vanno quindi tenuti distinti gli incidenti occorsi su piste ciclabili o zone interdette al traffico o misti;

la bicicletta è come detto un mezzo di trasporto al quale ricorre un numero sempre crescente di cittadini per i trasporti urbani anche come proposta di mobilità sostenibile nelle città. Inoltre, non si dimentichi come il ciclo turismo stia diventando un tipo di vacanza sempre più diffusa tra gli italiani;

una rete di piste ciclabili estesa, percorsi davvero protetti, segnaletica ad hoc, ciclo-parcheggi sono peraltro presupposti indispensabili per favorire la mobilità in bicicletta, insieme ad un’adeguata politica di sensibilizzazione all’uso di questo mezzo di trasporto;

il consiglio comunale di Bologna, città importante e in cui l’uso della bicicletta è ampiamente diffuso, ha approvato all’unanimità, già nel 2012, un ordine del giorno a sostegno della campagna FIAB per una copertura INAIL completa anche in presenza di possibile utilizzo di altro mezzo;

l’interrogante ha presentato un analogo atto di sindacato ispettivo (n. 4-14623) anche nella XVI legislatura a cui non è stata data, nonostante i solleciti, alcuna risposta –:

se il Ministro interrogato sia a conoscenza della questione e non ritenga utile, tramite una circolare ministeriale, dare seguito alla petizione popolare promossa dalla FIAB in cui viene chiesto che l’infortunio occorso al lavoratore che si reca a lavoro in bicicletta sia sempre riconosciuto a prescindere dal luogo in cui esso accade o dalla necessità della bicicletta come solo mezzo di trasporto per recarsi dalla propria abitazione al luogo di lavoro.

(4-00311)

POLITICHE AGRICOLE, ALIMENTARI E FORESTALI

Interrogazione a risposta scritta:

ANTEZZA, CENNI, OLIVERIO, CARRA, LUCIANO AGOSTINI, SANI, BIONDELLI, COVELLO, VENITTELLI e COVA. — Al Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:

il Ministero dello sviluppo economico ha pubblicato sul proprio sito internet la risposta fornita dal proprio ufficio legislativo, il 27 marzo 2013, ad un quesito posto dal direttore generale di Confindustria in relazione all’applicazione della disposizione di cui all’articolo 62 del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27;

in tale documento si afferma che la disciplina recata all’articolo 62 del citato decreto-legge n. 1 del 2012, relativa ai ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali in materia di cessione dei prodotti agricoli e alimentari, «sia stata tacitamente abrogata da quella successiva più generale, di derivazione europea, introdotta dal decreto legislativo n. 192/2012, fermo restando che, in caso contrario, la medesima disciplina di cui all’articolo 62 dovrebbe, in ogni caso, essere disapplicata per contrasto con il sopravvenuto diritto europeo»;

l’ufficio legislativo del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali ha confutato la suddetta tesi e con una nota ufficiale ha dichiarato che il citato articolo 62 «non sia stato in alcun modo inciso né dalla entrata in vigore del decreto legislativo n. 192/2012, né dalla Direttiva 2011/7/UE» poiché «si pone in un rapporto di evidente specialità rispetto alla previsione di carattere generale della normativa di cui al decreto legislativo n. 192/2012»;

per il dicastero agricolo, il criterio della specialità disposto dall’articolo 62 si pone «quale limite alla applicazione del generale principio della successione delle leggi nel tempo secondo il consolidato canone “l’ex posterior generalis non derogat legi priori speciali”; e tale criterio di specialità è rilevabile nella nozione di «cessione di prodotto agricolo e agroalimentare» quale specificazione del genere relativo alle «transazioni commerciali» in senso lato intese;

il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali rileva come alcune sentenze della Corte di Cassazione abbiano, nel tempo, confermato tale canone giuridico per cui è acclarato che, salvo espressa volontà contraria del legislatore, la disciplina generale non ha ragione di mutare quella dettata, per singole o particolari fattispecie, dal legislatore precedente; tale autonomia deriva dalle esigenze peculiari legate alla natura stessa dell’ambito disciplinato;

in ogni caso è indicativo che sia la disciplina comunitaria (Direttiva 2011/7/UE, articolo 12, paragrafo 3) sia quella nazionale (decreto legislativo n. 231 del 2002, articolo 11, paragrafo 2) riconoscono la possibilità di prevedere strumenti di maggior favore per particolari categorie di creditori mediante appositi meccanismi normativi che è quanto realizzato con l’articolo 62 del citato decreto-legge n. 1 del 2012;

infatti, come ben evidente nel corso dei lavori parlamentari di Camera e Senato, relativi all’articolo 62 del decreto-legge n. 1 del 2012, tale disciplina fa riferimento particolare alle relazioni economiche tra gli operatori della filiera agroalimentare connotate da un significativo squilibrio nelle rispettive posizioni di forza commerciale, proprio al fine di assicurare una maggiore trasparenza e il riequilibrio delle predette posizioni di forza nonché di contrastare le pratiche commerciali sleali a danno del contraente debole;

in particolare, negli atti parlamentari si è sempre sottolineato che la regolamentazione dei rapporti nella filiera agroalimentare costituisce un intervento da tempo sollecitato, dal mondo agricolo e dalle autorità italiane ed europee, per favorire la libera concorrenza e il corretto funzionamento del mercato, a vantaggio anche del consumatore. Si tratta, infatti, di porre rimedio alla strutturale posizione di debolezza contrattuale del produttore agricolo, in un mercato caratterizzato dalla deperibilità dei prodotti, da un’offerta agricola frammentate e da una domanda sempre più polarizzata in centrali di acquisto di scala nazionale ed internazionale;

il Parlamento, di conseguenza, facendo proprie le sollecitazioni provenienti dal comparto primario ha chiesto al Governo di apportare alcune modifiche alla disciplina recata dall’articolo 62 – in gran parte recepite – per quel che riguarda: la reciprocità dei rapporti tra socio e propria cooperativa e la conseguente esclusione dell’attività di vendita, da parte delle cooperative agricole ex articolo 1, comma 2 del decreto legislativo n. 228 del 2001 nei confronti degli imprenditori soci, dalla disciplina dell’articolo 62; l’esclusione dell’applicazione delle disposizioni in caso di relazioni tra imprenditori agricoli al fine del completamento del ciclo biologico; la modifica della definizione di «prodotti agricoli» al fine di escludere i mangimi; la tutela degli agricoltori che non ricevono il pagamento dei prodotti e che non stipulano un contratto in modo corretto limitando gli effetti della nullità assoluta disposta dal primo comma dell’articolo 62 ai soli casi in cui vi sia una chiara ed evidente malafede dell’acquirente;

va, peraltro, considerato che in seguito all’entrata in vigore del decreto legislativo 9 novembre 2011, n. 192 – «Modifiche al decreto legislativo 9 ottobre 2002, n. 231, per l’integrale recepimento della direttiva 2011/7/UE relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, a norma dell’articolo 10, comma 1, della legge 11 novembre 2011, n. 180» – sono intervenute modifiche legislative sull’assetto normativo dell’articolo 62 e deliberazioni dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato che non hanno messo in nessun dubbio la piena efficacia e vitalità della normativa speciale in tema di cessione dei prodotti agricoli e agroalimentari;

il decreto ministeriale 19 ottobre 2012, n. 199, recante il regolamento di attuazione dell’articolo 62 del decreto- legge n. 1 del 2012, prevede, all’articolo 7, che l’Autorità garante della concorrenza e del mercato con proprio regolamento disciplina la procedura istruttoria prevista al comma 8 del medesimo articolo 62. La suddetta procedura istruttoria consiste nella rilevazione di eventuali violazioni di quanto disposto proprio nei commi 1, 2 e 3 dell’articolo 62 che dettano la disciplina da applicare per i contratti che hanno ad oggetto la cessione dei prodotti agricoli e alimentari prevedendone: a) l’obbligatorietà in forma scritta della durata, delle quantità e delle caratteristiche del prodotto venduto, del prezzo, delle modalità di consegna e di pagamento; b) il divieto di pratiche commerciali sleali, gravose e indebite; c) la certezza dei tempi di pagamento che deve essere effettuato per le merci deteriorabili entro il termine legale di trenta giorni e per tutte le altre merci entro il termine di sessanta giorni;

il 6 febbraio 2013 l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha deliberato di approvare il «regolamento sulle procedure istruttorie in materia di disciplina delle relazioni commerciali concernenti la cessione di prodotti agricoli e alimentari» previsto all’articolo 7 del decreto ministeriale n. 199 del 2012 senza alcun riferimento ad altre norme o a problemi di efficacia della norma speciale contenuta nell’articolo 62 del decreto-legge n. 1 del 2012;

è necessario chiarire l’interpretazione giuridica delle norme applicabili alla disciplina delle relazioni commerciali in materia di cessione di prodotti agricoli e agroalimentari –:

se i Ministri interrogati non ritengano necessario fare gli opportuni approfondimenti al fine di fornire un chiarimento definitivo sulla validità della normativa di cui all’articolo 62 del decreto-legge n. 1 del 2012, confermandone la validità e la piena efficacia ed evitando inutili contenziosi a danno degli anelli più deboli della filiera produttiva. (4-00313)

SALUTE

Interrogazione a risposta scritta:

COLLETTI e MASSIMILIANO BERNINI. — Al Ministro della salute, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:

nei cittadini di Viterbo e di 16 comuni della provincia interessati dall’emergenza arsenico nell’acqua la concentrazione della sostanza nell’organismo è oltre il doppio rispetto a quella presente nella popolazione generale;

concentrazioni superiori alla norma sono state rilevate anche nei bambini, come evidenzia uno studio condotto dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss), con la collaborazione dell’ordine dei medici;

le analisi sono state eseguite su 269 soggetti sani, da 1 a 88 anni di età, residenti nelle aree a rischio;

l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha stabilito che l’arsenico è un elemento cancerogeno e l’Unione europea ne ha fissato limiti di concentrazione precisi già a partire dal 2001;

l’acqua della rete idrica locale «fuori norma» utilizzata per irrigare i terreni sta contaminando anche le coltivazioni e gli ortaggi, mettendo a serio rischio la salute dei cittadini;

l’emergenza colpisce in misura particolare i detenuti del carcere «Mammagialla» di Viterbo che non si possono permettere «alternative» costose, come l’acquisto di acqua minerale per bere e per cucinare;

l’arsenico ingerito dai detenuti sta già provocando danni evidenti alla loro salute, come dimostra la comparsa di macchie cutanee dovute, presumibilmente, all’intossicazione;

il problema non riguarda soltanto il carcere di Viterbo, ma anche istituti di pena di altre località italiane dove è stata riscontrata una elevata concentrazione di particolati nocivi nell’acqua;

un’interrogazione parlamentare sul tema è già stata presentata il 12 settembre 2011 dall’onorevole Rita Bernardini, ma non ha portato ad alcuna misura risolutiva da parte dei Ministeri competenti –:

quali misure urgenti di competenza intendano introdurre i ministri, ognuno per le rispettive competenze, per tutelare la salute dei detenuti e sostenere le strutture penitenziarie colpite dall’avvelenamento delle acque, a Viterbo e nel resto d’Italia. (4-00284)

SVILUPPO ECONOMICO

Interrogazione a risposta orale:

VEZZALI. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:

ai sensi dell’articolo 283 del decreto legislativo n. 209 del 7 settembre 2005, il Fondo di garanzia per le vittime della strada provvede, tra l’altro, al risarcimento dei danni alla persona causati da veicoli non identificati e non assicurati;

per effetto della gravissima crisi economica in atto, negli ultimi anni è raddoppiato il numero dei veicoli non assicurati, raggiungendo la quota di circa tre milioni (dati ACI), così come il fenomeno di polizze false o addirittura compagnie assicurative inesistenti dati IVASS – Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni;

negli ultimi anni, sarebbero conseguentemente aumentati anche gli incidenti provocati da veicoli non assicurati;

il Fondo di garanzia per le vittime della strada è finanziato dal contributo obbligatorio del 2,5 per cento di ogni polizza RC Auto e dalle sanzioni comminate dall’IVASS alle compagnie assicurative che commettono delle irregolarità;

nonostante il Governo Monti abbia adottato alcuni provvedimenti legislativi in materia, volti a combattere le frodi e ad allontanare il rischio default del predetto Fondo di garanzia per le vittime della strada attraverso l’introduzione del cosiddetto «tagliandino virtuale» (decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1 convertito), nonché a rafforzare i controlli incrociati tra archivio della Motorizzazione e l’ANIA, occorrerà del tempo prima che essi diano dei risultati visibili –:

se disponga di elementi che confermino i dati sopra riportati e se esista, nel breve e medio periodo, il concreto rischio che il fondo di garanzia per le vittime della strada possa non essere in grado di far fronte alle crescenti richieste di risarcimento delle vittime di incidenti di veicoli non identificati e/o non assicurati.

(3-00025)

Interrogazioni a risposta in Commissione:

BOBBA, REALACCI e BRATTI. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell’economia e delle finanze, al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

nella XVI legislatura con diversi atti di indirizzo e in particolar modo due ordini del giorno 9/01441-ter-C/072 e 9/01441-ter-A/016, presentati dal primo firmatario del presente atto, si è più volte evidenziata la necessità di individuare prioritariamente un sito unico nazionale di stoccaggio dei rifiuti nucleari ad alta radioattività, tenendo conto a tale scopo della non idoneità del sito di Saluggia, provincia di Vercelli, anche in considerazione della dispendiosità dell’impresa di bonifica che ha carattere temporaneo;

in particolare, in risposta all’interpellanza urgente 2/01655, a firma dello stesso interrogante, in data 20 settembre 2012 il Sottosegretario per l’Economia e le finanze, Michel Martone, così dichiarava: «Sulla base di questa normativa il Ministero dello sviluppo economico… ha chiesto all’ISPRA di procedere alla definizione dei criteri di idoneità territoriale, in considerazione dell’urgenza di avviare i lavori per la costruzione del deposito nazionale. In riscontro a tale richiesta il predetto istituto ha preannunziato che avrebbe avviato nel mese di settembre i lavori di elaborazione dei suddetti criteri, in modo da completare tale attività entro il 30 dicembre 2012»;

lo stesso interrogante nel mese di gennaio 2013 chiedeva ai funzionari dell’ISPRA delucidazione sul completamento dell’elaborazione dei criteri secondo i termini indicati dal citato sottosegretario Martone, constatando che la tempistica non era stata rispettata e che i criteri non erano stati ancora definiti;

nella relazione del gruppo di lavoro in materia economico-sociale ed europea, istituito il 30 marzo 2013 dal Presidente della Repubblica, al paragrafo «4.7 Migliorare l’ambiente, aumentare l’efficienza energetica» si evidenzia la necessità di «implementare un programma di interventi sulle centrali esistenti, completare il trasporto di rifiuti nucleari per essere riprocessati all’estero, definendo con chiarezza il cronoprogramma ed i costi, così da giustificare la relativa quota prevista in bolletta a carico dei cittadini. È altresì da affrontare la sistemazione definitiva e condivisa della generalità dei rifiuti radioattivi sul territorio nazionale»;

l’amministratore delegato di Sogin, secondo quanto riportato dal quotidiano La Repubblica in data 17 aprile 2013, ha dichiarato che «Le famiglie italiane pagano 2 euro l’anno in bolletta per le centrali nucleari»;

lo stesso quotidiano evidenzia che «entro agosto va adottata dal ministero dello Sviluppo la normativa europea sulla gestione in sicurezza dei rifiuti radioattivi che nel 2015 deve sfociare nel piano definitivo su tutta la gestione delle scorie» evitando il procedimento di infrazione per il nostro Paese;

ancor più preoccupante è la scadenza del 2020, quando il combustibile radioattivo trattato in Francia dovrebbe rientrare in Italia nel deposito unico del quale però mancano ancora i criteri per la stessa individuazione –:

come mai non siano stati ancora elaborati i criteri di idoneità territoriale, al fine di individuare la localizzazione del deposito unico e dare avvio all’iter di realizzazione. (5-00088)

BENAMATI e BARGERO. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:

il costo dell’energia è mediamente più alto nel nostro Paese rispetto alla media europea è un dato acquisito e certificato non solo per il settore dell’energia elettrica ma anche per gli impieghi energetici di carattere generale (ad esempio trasporti, industria);

il sistema energetico nazionale è caratterizzato dall’uso del gas naturale in maniera molto marcata, anche rispetto alla media europea;

ridurre il costo di approvvigionamento del gas, quindi, come abbassare il peso delle rinnovabili in bolletta ed aumentare la produzione interna di gas e petrolio sono vie assolutamente da perseguire nel contenimento dei costi energetici e per l’aumento della sicurezza strategica nel nostro Paese;

per quanto attiene specificatamente al gas il Governo ha di recente indicato in più passaggi della «Strategia energetica nazionale» come l’Italia abbia subito negli ultimi anni un prezzo di questo prodotto elevato;

tale maggior prezzo ha certamente influito sulle potenzialità competitive del sistema Paese, nonché sulle condizioni di vita delle famiglie e dei cittadini;

nel 2012 la globalità dei consumi nazionali, anche in funzione della crisi economica, ha visto un calo in termini cumulativi di circa il 4 per cento rispetto all’anno precedente passando ad una richiesta complessiva di 74.349 metri cubi (milioni di metri cubi) rispetto ai 77.408 metri cubi del 2011, mentre il calo rispetto al 2010 è ancora più marcato e pari al 10,2 per cento;

a fronte di questo in termini quantitativi per l’utenza finale dal gennaio 2011 a fine 2012 i costi sono aumentati di più del 20 per cento a fronte di una diminuzione di costi della materia prima, solo l’ultimo anno, sul mercato «spot», di circa il 15 per cento;

in Italia il mercato del gas ha come protagonista di riferimento la società Eni, partecipata dallo Stato, sino a poco tempo fa azienda con attività che variano dall’upstream, al trasporto internazionale e nazionale, agli stoccaggi, fino alla distribuzione locale e vendita finale al cliente finale;

Eni ha molto spesso provveduto ad approvvigionarsi verso i Paesi e le aziende fornitrici con contratti di tipo take or pay;

le ragioni possibili degli elevati costi del gas nel recente passato potrebbero quindi risiedere in qualche forma di rendita di posizione esistente legata alla limitata apertura del mercato nazionale o in alternativa ad una ridotta capacità di contrattazione di condizioni di approvvigionamento più convenienti al nutra del panorama di mercato;

i costi e le diseconomie di contrattazione nel settore potrebbero essere direttamente scaricati come eventuali maggiori costi su clienti sostanzialmente captive;

per contro le «crisi gas» succedutesi negli anni tendono a dimostrare come i contratti take or pay non abbiano messo il Paese come sperato al riparo dalle crisi delle forniture, comportando al contrario costi significativi che si riverberanno sulle bollette dei clienti, in special modo nei periodi di crisi e di bassi consumi;

nel recente passato Eni ha anche posto il tema della remunerazione della presunta sicurezza implicata dai contratti take or pay;

su questo tema nel recente passato l’Autorità garante per l’energia elettrica e il gas ha indicato, mediante dichiarazioni stampa del suo presidente, come a suo avviso spetti a Governo e Parlamento dare una chiara valutazione sul tema;

Eni, secondo recenti dichiarazioni stampa dell’amministratore delegato dottore Scaroni, starebbe rinegoziando, se non tutti, almeno la gran parte dei contratti take or pay;

la cessione della quota Eni di Snam ha indubbiamente modificato il profilo aziendale e strategico di Eni stesso come anche di recente ha spiegato alla stampa l’amministratore delegato dottore Scaroni –:

se quanto in permessa corrisponda al vero e quali indicazioni il Governo, socio di riferimento della società Eni, intenda fornire, o abbia fornito, agli amministratori della società per scongiurare ogni azione che nel breve periodo porti ad ulteriori nuovi aggravi tariffari e sul medio periodo (anche in coerenza con i propositi espressi nella SEN) conduca ad una corretta diversificazione delle fonti e delle rotte geopolitiche di approvvigionamento del gas, favorendo la stabilizzazione strategica dei punti di approvvigionamento e la riduzione dei costi, elemento cruciale di competitività del nostro Paese. (5-00089)

Interrogazioni a risposta scritta:

DELL’ORCO. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:

la Terim spa, attiva sin dagli anni ’60, è stata una delle aziende leader in Italia nella produzione di piani cottura, forni e cucine, sia con proprio marchio. Fratelli Onofri, sia come fornitore principale di altre più famose case di elettrodomestici come Gruppo Rex (Elettrolux) o Bosch;

l’azienda che ha quattro stabilimenti produttivi ubicati in Emilia, a Baggiovara e Rubiera e 380 dipendenti, è da tempo in crisi e, già nel 2011, per circa 99 dipendenti si ottenne il ricorso agli ammortizzatori sociali. I problemi si sono accentuati nell’ultimo anno e la proprietà ha chiesto al tribunale l’avvio della procedura di concordato preventivo per evitare il fallimento;

il provvedimento di messa in liquidazione è stato firmato il 7 giugno 2012 e il tribunale di Modena ha autorizzato una fase di esercizio provvisorio dell’impresa, anche al fine di tutelare l’avviamento aziendale, in vista di una probabile cessione d’azienda e al Ministero dello sviluppo economico si è cominciato a lavorare per cercare un partner industriale cui cedere l’azienda;

il 27 novembre 2012 si è tenuta presso il tribunale di Modena l’udienza dei creditori, dopo che il tribunale stesso aveva dato parere favorevole all’affitto di un ramo di azienda con piano di acquisto da parte di un investitore egiziano, che opera nel settore del gas a uso domestico sui mercati maghebrini e mediorientali, interessato ad ampliare la sua presenza sui mercati europei;

gli accordi con l’acquirente egiziano prevedevano però di proseguire l’attività solo a Rubiera per uno solo dei due stabilimenti e con un impiego a regime di solo la metà dei lavoratori; la soluzione non fu gradita a lavoratori e sindacati che chiedevano di esplorare fino in fondo la possibilità di cedere l’intera azienda ad un acquirente unico senza lasciare lavoratori a casa. La preoccupazione di lavoratori e sindacati, di cui l’interrogante si fa portavoce, era quella di evitare di cedere l’azienda ad imprenditori interessati a delocalizzare, acquisendo marchi per aumentare i loro profitti e svuotando le aziende del territorio di forza lavoro, impianti, professionalità industriale;

dopo mesi di trattative e di ricerca di un acquirente per entrambi gli stabilimenti di Baggiovara di Modena e di Rubiera, il 23 ottobre 2012 è stato sottoscritto in regione un accordo per cassa integrazione guadagni straordinaria per procedura concorsuale di un anno, per un massimo di 371 dipendenti (182 dello stabilimento di Baggiovara, 189 di Rubiera), decisione presa dal tavolo di crisi cui hanno preso parte regione, provincia di Modena, Provincia di Reggio, i sindacati Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm Uil con le rappresentanze sindacali unitarie aziendali, e il liquidatore di Terim;

i lavoratori, da mesi in agitazione, stanno chiedendo a tutte le istituzioni di non essere lasciati soli e di procedere velocemente ad una ricerca di una soluzione in quanto i sindacati segnalano che, se all’inizio della crisi si era scesi ad un livello dell’80 per cento di clienti, ad oggi, il livello è sceso al 40 per cento;

è necessario comunque inquadrare il caso della Terim all’interno di un piano di azione più vasto; a tal fine risulta all’interrogante che il 7 maggio 2012 i sindacati con delega all’Industria abbiano avuto un incontro presso il Ministero dello sviluppo economico per un confronto in merito alle crisi aziendali e territoriali e più in generale sulla definizione di politiche industriali. Nel corso della riunione è stata avviata una prima ricognizione delle principali situazioni di criticità, raggruppate, seppur sommariamente, per settori di appartenenza e, per quanto riguarda l’elettrodomestico, si è deciso di procedere ad un preliminare approfondimento sugli obiettivi che si intende perseguire –:

quali iniziative di competenza il Ministro intenda intraprendere per salvaguardare un’azienda importante per il tessuto produttivo emiliano dando garanzie sulla sostenibilità del concordato preventivo nonché sulla continuità produttiva e sul mantenimento occupazionale dell’azienda;

se presso il Ministero al momento siano ancora in corso trattative finalizzate alle cessione dell’azienda Terim;

se il Ministro intenda attivare un tavolo di confronto specifico per il settore dell’elettrodomestico presso il Ministero. (4-00275)

CENNI, DALLAI, BOBBA, REALACCI e NARDELLA. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:

secondo una recente indagine oltre il 65 per cento degli italiani ritiene che la green economy rappresenti un settore strategico per superare l’attuale crisi economica ed occupazionale;

dall’ultimo rapporto «Green Italy» (a cura della Fondazione Symbola e Unioncamere) è emerso infatti che il 38,2 per cento delle assunzioni complessive programmate nel 2012 si deve alle aziende che investono in tecnologie green;

il decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, che attua la direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili introduce, all’articolo 15, i nuovi requisiti necessari per conseguire la qualifica di responsabile tecnico per l’attività di installatore di impianti da fonti rinnovabili, si tratta in pratica dei soggetti abilitati a sottoscrivere la cosiddetta «dichiarazione di conformità»;

secondo le associazioni di categoria le imprese interessate dalle norme introdotte dall’articolo 15 del decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, saranno circa 70 mila;

nello specifico, secondo quanto disposto dal citato articolo 15, dal primo agosto 2013 la qualifica di responsabile tecnico per l’attività di installatore di impianti da fonti rinnovabili potrà essere esercitata solo col possesso di uno dei seguenti requisiti:

laurea in materia tecnica specifica;

diploma di scuola secondaria e almeno 2 anni di inserimento in azienda;

titolo di formazione professionale e almeno 4 anni di inserimento in azienda;

il medesimo articolo 15 dispone, inoltre, che le regioni debbano attivare un programma di formazione e una norma di «riconoscimento della formazione» per ciò che concerne il «sistema di qualificazione per gli installatori»;

tale «sistema di qualificazione per gli installatori» è già stato discusso ampiamente in sede di Conferenza Stato regioni soprattutto per arrivare a una conformità normativa condivisa capace di tutelare cittadini utenti, professionalità acquisite, concorrenza con i livelli occupazionali e la stabilità economico-produttiva delle stesse imprese;

le associazioni di categoria hanno sottolineato come tale norma non contempli alcun riconoscimento, riguardo all’abilitazione di responsabile tecnico per l’attività di installatore di impianti da fonti rinnovabili, per chi abbia maturato negli anni, con il lavoro specializzato continuativo, una comprovata esperienza professionale;

Confartigianato e Cna hanno inviato nei giorni scorsi una lettera all’Autorità garante della concorrenza e del mercato, nella quale sono sottolineati gli effetti negativi del citato articolo 15 sul settore delle imprese che installano impianti da fonti rinnovabili;

in particolare, la missiva segnalava che le nuove norme impediscono agli installatori che hanno già ottenuto i requisiti di cui alla lettera d) dell’articolo 4 del decreto ministeriale n. 37 del 2008 («prestazione lavorativa svolta, alle dirette dipendenze di una impresa abilitata nel ramo di attività cui si riferisce la prestazione dell’operaio installatore per un periodo non inferiore a tre anni, escluso quello computato ai fini dell’apprendistato e quello svolto come operaio qualificato, in qualità di operaio installatore con qualifica di specializzato») di continuare ad esercitare la professione di responsabile tecnico per l’attività di installatore di impianti da fonti rinnovabili:

non si comprende la ratio di questa esclusione, che appare di dubbia legittimità, anche perché la direttiva 2009/27/CE, da cui deriva la normativa italiana, non specifica niente al riguardo;

la norma, ad avviso degli interroganti, è palesemente lesiva del principio comunitario di tutela della concorrenza ed è destinata a produrre una drastica riduzione del numero dei concorrenti nel mercato determinando il sorgere o il consolidarsi di posizioni dominanti;

la norma discriminerà l’accesso al mercato sulla base di un unico parametro (la partecipazione ai citati corsi di formazione) e non anche della competenza professionale effettivamente acquisita in seguito all’esercizio delle attività e che potrebbe essere materialmente comprovata dai certificati di regolare esecuzione e dalle dichiarazioni di conformità degli impianti già correttamente installati;

da quanto esposto appare palese che l’articolo 15 del decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, produrrà dal primo agosto 2013 gravi difficoltà alle 70mila imprese del settore attualmente in attività, causando problemi alla operatività, ai fatturati ed ai livelli occupazionali delle aziende;

le nuove norme imporrebbero ad artigiani e imprese tempi e costi pesantissimi, con il rischio di contribuire, in una fase già drammatica per le imprese artigiane, alla cessazione di molte attività e alla perdita irreparabile di professionalità acquisite e di posti di lavoro;

da quanto risulta agli interroganti, inoltre, alcune regioni hanno proceduto al varo di norme interpretative molto diverse tra loro riguardo all’abilitazione di responsabile tecnico per l’attività di installatore di impianti da fonti rinnovabili;

a titolo d’esempio, sembra che la regione Liguria abbia raggiunto un accordo preliminare con le associazioni di categoria, prevedendo che gli iscritti al registro delle imprese alla data del primo agosto 2013 (soggetti ai già citati requisiti di cui alla lettera d) dell’articolo 4 del decreto ministeriale n. 37 del 2008) e quindi già abilitati all’installazione degli impianti, non dovranno fare alcun corso di aggiornamento;

conseguentemente, i requisiti previsti dell’articolo 15 del decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, in Liguria saranno applicati solo a coloro che chiederanno l’abilitazione dal primo gennaio 2013, ma così non sarà in altre regioni –:

se il Ministro interrogato, alla luce di quanto esposto in premessa, sia consapevole delle possibili conseguenze che comporterà l’applicazione dell’articolo 15 del decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, e come ritenga di intervenire per evitare conseguenze disastrose sul sistema delle imprese;

se, in particolare, ritenga utile assumere iniziative normative urgenti che rinviino l’entrata in vigore dell’articolo 15 del decreto legislativo n. 28 del 2011, al fine di elaborare, coinvolgendo le associazioni di categoria, una nuova normativa che preveda l’ampliamento dei requisiti previsti per poter ottenere la qualifica di responsabile tecnico per l’attività di installatore di impianti da fonti rinnovabili, scongiurando l’applicazione di norme a carattere retroattivo destinate a ledere il principio di libera concorrenza. (4-00277)

COVA e RAMPI. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:

ST Microelectronics è un’azienda multinazionale leader nello sviluppo e nella produzione di semiconduttori su scala mondiale con 50.000 dipendenti nel mondo e 20.000 in Europa di cui 8000 in Italia, e un fatturato di circa 10 miliardi di dollari nel 2011;

nel settore della ricerca e sviluppo STM occupa 12.000 persone e investe in R&D circa il 18 per cento del fatturato; l’azienda, quotata alla borsa di New York, Parigi e Milano è controllata dallo stato italiano e dallo stato francese attraverso una partecipazione azionaria del 27,6 per cento, ripartita pariteticamente al 50 per cento. La quota italiana è posseduta interamente dal Ministero dell’economia e delle finanze;

nell’ambito delle memorie non volatili (MNV), STM è stata tra le più importanti aziende al mondo;

nel 2007 STM ha deciso di effettuare uno scorporo del suddetto ramo d’azienda per fonderlo con un equivalente della multinazionale americana Intel; da tale operazione è nata Numonyx;

in concomitanza con tale operazione le organizzazioni sindacali hanno siglato un protocollo d’intesa presso il Ministero dello sviluppo economico con cui le aziende si vincolavano al rispetto di piani industriali in cui veniva riservato al sito di Agrate il ruolo di unico centro di ricerca tecnologica della nuova società;

con la sottoscrizione del succitato protocollo il Governo si è fatto garante dell’intera operazione, garantendo in tal modo la conservazione dei livelli occupazionali e il mantenimento delle attività produttive e di ricerca nel territorio italiano;

inoltre, sempre in occasione dello scorporo del ramo d’azienda, le organizzazioni sindacali hanno ottenuto che tutti gli accordi pregressi venissero trasferiti da STM a Numonyx e che STM si impegnasse, per i quattro anni successivi, a confrontarsi con le organizzazioni sindacali per individuare adeguate soluzioni nel caso in cui mutate condizioni economico-finanziarie di Numonyx avessero avuto ricadute occupazionali;

solo due anni dopo la Numonyx è stata ceduta per intero all’azienda americana Micron; ciò ha significato di fatto l’uscita definitiva del colosso italo-francese ST dal settore delle memorie;

la cessione di Numonyx ad una multinazionale americana e l’atteggiamento passivo dell’azionista pubblico determina un effetto negativo sul Sistema Paese che in tal modo viene a perdere, in un momento così delicato per la sua economia, uno tra i più innovativi ambiti industriali;

la dirigenza Micron del sito di Agrate ha avuto negli ultimi due anni un atteggiamento passivo, appiattito sulle decisioni adottate dalla componente azionista americana, e non si è attivata sufficientemente per concretizzare gli investimenti necessari a preservare e a dare un futuro alla ricerca tecnologica del sito di Agrate;

le dirigenze di STM e di Numonyx prima e di Micron adesso dichiarano di essersi operati per garantire la sopravvivenza dei siti di ricerca anche attraverso la sottoscrizione di un Accordo di programma – in corso di approvazione al CIPE – con il Ministero dello sviluppo economico (MSE), il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca (MIUR), le regioni Lombardia e Sicilia, che prevede a favore della Numonyx-Micron un finanziamento di ben 180 milioni di euro su generici progetti di ricerca;

ad oggi l’accordo di programma predisposto dalle aziende e dalle istituzioni è rimasto lettera morta, ciò anche dopo che Micron ha manifestato nella sede istituzionale del Ministero dello sviluppo economico il suo disinteresse ad ricevere il suddetto finanziamento in quanto questo l’avrebbe vincolata a rimanere in Italia a lungo; la stessa multinazionale, invece, ha provveduto ad investire negli Stati Uniti dove, anche grazie agli incentivi del governo americano, sono stati allargati i siti di produzione e ricerca e sviluppo del silicio a 12 pollici; recente è inoltre l’acquisto da parte di Micron di Elpida, un colosso giapponese che possiede un centro avanzatissimo di ricerca e sviluppo e di produzione a Singapore;

il 7 maggio 2013 scade l’accordo di «consorzio R2» attraverso il quale STM e Micron operano nel sito di Agrate condividendo all’interno dell’area bianca le competenze professionali, i macchinari e i costi relativi;

l’eventuale mancato rinnovo del suddetto accordo avrebbe pesanti e gravi ricadute occupazionali dai primi mesi del 2013; non lascia bene sperare per la sorte del sito di Agrate rilevare che Micron abbia già avviato al suo interno un processo di riorganizzazione aziendale, delocalizzando presso i siti statunitensi le attività di ricerca sulle tecnologie italiane delle memorie a cambiamento di fase (PCM) e altre competenze; a ciò si aggiunge il fatto che proprio in questi giorni Micron ha annunciato i primi 21 esuberi ad Agrate e Catania, forse preludio ad ulteriori tagli occupazionali;

profonda è la preoccupazione degli interroganti per il cambiamento della politica aziendale a partire dalla vicenda delle memorie che, seppur con un progetto industriale iniziale, ha portato al disimpegno di ST da tale settore; gli obiettivi iniziali dichiarati dall’azienda e nel protocollo d’intesa del luglio 2007 siglato al Ministero dello sviluppo economico, rispetto al mantenimento del ruolo del sito di Agrate come centro unico di ricerca e sviluppo mediante la trasformazione delle attività a 12 pollici non sono stati conseguiti;

l’acquisizione di NXP e la nascita della joint-venture ST-Ericsson hanno determinato uno squilibrio occupazionale a favore della Francia che vede crescere i propri addetti a più di 11000 a discapito degli addetti italiani che scendono a 8000 (pur nell’ambito di una pariteticità nella golden share tra i due azionisti pubblici); l’attività del settore wireless sopra citata nel giro di 5 anni ha drenato risorse alla ST per 2 miliardi di euro per cui lo stato italiano sta finanziando direttamente lo stato francese e la riassunzione di 2.000 dipendenti francesi di ST-Ericsson in STM invece di finanziare la politica industriale e l’occupazione in Italia;

Micron che occupa 1.200 persone ad Agrate ha dichiarato la volontà di trasferire circa 400 persone non facenti parte del consorzio presso altra sede. Tale iniziativa si colloca in un contesto di riorganizzazione in atto nelle divisioni di Micron che determina incertezza e non esistono progetti ad oggi in grado di occupare nei prossimi anni i lavoratori e le lavoratrici coinvolti. Ciò evidenzia anche la volontà di disimpegno di ST che tramite il suo amministratore delegato, presso la sede del Ministero dello sviluppo economico, aveva dichiarato fermamente che non avrebbe lasciato nessuno senza lavoro. Questi impegni devono essere rinnovati in un contesto istituzionale a fronte della situazione che si sta determinando;

la Francia, diversamente dall’Italia, ha adottato in questi anni una politica mirata di incentivi al settore della microelettronica riuscendo in tale modo a preservare e a rafforzare i progetti nazionali anche se, come espletato, le produzione per le telecomunicazioni ST-Ericsson è già terminata;

le attività del sito di Agrate, se non si concretizza a breve l’investimento per la conversione a 12 pollici delle attività di ricerca e pre-produzione, saranno impoverite e limitate a breve alla sola produzione. In un paese ad alto costo del lavoro fare produzione senza innovazione espone di fatto la fabbrica alla concorrenza sui costi interni ed esterni all’azienda, vedi il sud-est asiatico. Le dichiarazioni aziendali, rispetto alle motivazioni della mancata decisione dell’investimento sulla linea pilota a 12 pollici di Agrate, riferiscono un’incertezza preoccupante economico-finanziaria determinata dalla criticità della situazione della parte francese dell’azienda –:

quali urgenti concrete iniziative intenda adottare per garantire la salvaguardia degli attuali livelli occupazionali nel nostro Paese, in particolare nel sito di Agrate, anche in considerazione dell’alta professionalità e qualificazione dei tanti addetti che ivi operano;

se non ritenga di doversi attivare per verificare dall’azienda quanto avvenuto nell’ambito della vicenda sopra illustrata;

se, in qualità di azionista pubblico, non si ritenga opportuno intervenire presso la Micron affinché anche nel rispetto degli impegni assunti in precedenza, predisponga un piano di investimenti capace di dare una prospettiva certa al futuro del sito di Agrate;

se non ritenga necessario confermare attraverso azioni concrete il carattere strategico che la ST Microelectronics ha per il nostro Paese, attivandosi per mantenere in parità l’assetto azionario con la parte francese;

se, a fronte di tale grave situazione, non si ravvisi la necessità di attivare urgentemente un tavolo istituzionale tra Governo, regioni e i vari soggetti interessati al fine di individuare le misure strutturali idonee a mantenere l’occupazione in quantità e qualità implementando linee di indirizzo di politica industriale mirate per il settore della microelettronica che è ancora eccellenza in Italia e vede in ST la più grande azienda, tra l’altro controllata dal Ministero dell’economia e delle finanze. (4-00292)

RIZZETTO e PRODANI. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell’economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:

secondo un recente studio economico, il valore di tutto l’indotto impiegato nelle rinnovabili, impatta sul prodotto interno lordo italiano per quasi 10 punti percentuali, con cifre intorno ai 40,00 miliardi di euro potenziali, tra incassi in favore del fisco, tassazione indiretta, emersione del lavoro nero ed incremento dei consumi sostenibili. Inoltre, se questo non bastasse, la green economy produce, tra le svariate tipologie di attività e servizi, il maggior numero di dipendenti a tempo indeterminato, impiegando per la maggior parte giovani under 35 e creando a latere dunque un notevole indotto;

i dati dell’Inps poi affermano che, proprio in questo settore, il ricorso alla cassa integrazione o l’accesso a prestazioni per il sostegno del reddito, fa segnare percentuali che rasentano lo zero;

da un rapporto di Enea sulle detrazioni fiscali del 55 per cento per la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio esistente si evidenzia che vi sono 280.700 pratiche totali, investimenti complessivi superiori a 3.300 milioni di euro, con un valore degli importi portati in detrazione di oltre 1.820 milioni di euro, un risparmio energetico superiore a 1.435 Gwh/anno e ben 305 kt/anno di CO2 non emessa in atmosfera;

i dati del rapporto Enea dimostrano che le detrazioni fiscali sono state una delle misure di maggior successo nel campo dell’efficienza energetica, con risultati davvero rilevanti ed incoraggianti. Per questo, suddette detrazioni (55 per cento + 50 per cento riqualificazione energetica) vanno subito riconfermate, ma anche, e soprattutto, rese stabili nel tempo: invece di rinnovarle ogni anno nell’ambito della manovra finanziaria, andrebbero pianificate stabilmente per almeno 3 o 5 anni. Così facendo inoltre, si riuscirebbe a dare una certa lungimiranza imprenditoriale alle migliaia di aziende del settore, troppo spesso deluse (e chiuse) da quanto subito negli ultimi anni. Anche dunque le pubbliche amministrazioni andrebbero favorite in questo processo con strumenti simili che portino allo sviluppo di questo tipo di tecnologie. Per ultimo non va scordato che le attività commerciali delle piccole e medie imprese, (commercianti ed artigiani, agricoltori), non possono applicare questi parametri incentivanti in quanto non soggetti a detrazione;

va altresì detto che oltre a ciò si deve procedere alla fattiva applicazione dei certificati energetici a quante più possibili abitazioni in Italia al fine di mappare e preservare il più possibile i consumi di energia;

i certificati energetici devono quindi essere veritieri e non prodotti in pochi minuti innanzi ad un computer;

l’efficienza energetica costituisce senza ombra di dubbio il futuro sul quale puntare da parte di imprese e privati. La detrazione fiscale, infatti, sostiene il privato nell’affrontare i costi energetici, sempre più onerosi, dando la possibilità di realizzare interventi di efficienza energetica sulla propria abitazione. Sostiene il mercato delle rinnovabili, o perlomeno di buona parte di esse, creando un giusto punto di contatto tra richiesta ed offerta e viceversa. Le possibilità d’intervento vanno dall’isolamento dell’involucro edilizio sino alla gestione intelligente dell’energia consumata (impianti solari, pompe di calore, sostituzioni di infissi e altro);

il decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 134, ha prorogato fino al prossimo 30 giugno le detrazioni del 55 per cento per interventi di riqualificazione energetica degli edifici. Fino al prossimo giugno 2013 vi sono detrazioni del 50 per cento sulle ristrutturazioni per poi tornare ad una detrazione assai meno cospicua (36 per cento) in anni 10;

è evidente per i motivi su esposti che bisogna rendere stabili e certe le detrazioni fiscali perché ciò è importante anche per i consumi energetici e per l’efficientamento del patrimonio edilizio italiano, eventualmente convogliando le possibilità verso un’unica percentuale di detrazione e nello specifico in quella del 50 per cento –:

se intendano adottare iniziative normative al fine di rendere stabile e certa la detrazione fiscale del 55 per cento o del 50 per cento per interventi di efficienza energetica/ristrutturazione edile. (4-00302)

QUINTARELLI. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell’economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:

in una nota dell’11 aprile 2013, il consiglio di amministrazione di Telecom Italia ha comunicato l’avvio dell’esame di una ipotesi di integrazione con 3 Italia, confermando l’avvio di contatti preliminari con l’azionista di controllo, Hutchison Whampoa, che avrebbe però condizionato l’integrazione (mediante conferimento o fusione per incorporazione) all’acquisizione di un’ulteriore quota azionaria in Telecom Italia, tale da farne l’azionista di riferimento della società;

per valutare rapidamente l’opportunità strategica dell’operazione è stato istituito un comitato ristretto, presieduto dal presidente Bernabè e composto dai consiglieri Zingales, Catania, Galateri e Linares;

il consiglio di amministrazione ha inoltre deliberato di dare mandato al management di definire il percorso operativo di fattibilità per la separazione della rete di accesso;

attualmente nel mercato delle telecomunicazioni italiano operano quattro operatori mobili, dei quali 3 Italia è il più piccolo ed appetibile (+10 per cento di ricavi nel 2012);

la fusione con 3 Italia porterebbe a Telecom oltre alla quota di mercato, le frequenze a 1.800 MHz, valide per le tecnologie di quarta generazione (Lte);

mentre negli Stati Uniti è stato impedito l’ingresso di soci stranieri nel capitale del primo operatore nazionale e, alle società di telecomunicazioni cinesi Huawei e Zte, di installare il proprio parco tecnologico sulle infrastrutture di rete, adducendo motivi di sicurezza nazionale, nel 2008 France Telecom fece una offerta per Teliasonera (Svezia e Finlandia) e l’esercito svedese, dopo iniziali obiezioni, diede un benestare condizionato (mai-reso pubblico), anche se poi France Telecom non proseguì l’offerta, ufficialmente per ragioni di prezzo;

secondo le maggiori sigle sindacali, la nascita di un monopolio cinese nelle telecomunicazioni italiane rafforzerebbe la posizione delle aziende cinesi in Italia, dove Huawei e Zte stanno progressivamente sostituendo Nsn, Ericsson e Alcatel-Lucent come fornitori di apparecchiature di rete, facendo leva su prezzi ultracompetitivi, con impatti negativi non solo sul sistema produttivo italiano, ma europeo. Con il passaggio della società in mano dei cinesi sarebbero coinvolte non solo le telecomunicazioni ma anche le aziende di information technology;

per l’associazione dei piccoli azionisti di Telecom Italia, «l’iniziativa intrapresa, per un eventuale accordo con l’azionista Hutchison Whampoa, è da considerarsi positiva solo per aver rimesso al centro della attuale crisi grave in cui versa la società, il tema della governance e la definitiva posizione dell’azionista di controllo, e quindi far uscire allo scoperto le vere intenzioni degli stessi soci Telco», ritenendo che «la soluzione migliore sia l’ingresso della Cassa Depositi e Prestiti per la tutele degli interessi dei piccoli azionisti» –:

quali siano gli orientamenti del Ministro interrogato rispetto a tale vicenda, con particolare riferimento all’entrata di soci stranieri in Telecom Italia;

se risulti fondato l’interesse della Cassa depositi e prestiti ad entrare nel capitale di Telecom Italia. (4-00305)

DANIELE FARINA. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:

la storica azienda Franco Tosi Meccanica spa di Legnano (Milano), fondata nel 1881, sta attraversando ormai da mesi problemi finanziari e produttivi;

l’azienda, nel suo periodo di maggior sviluppo impiegava circa 6000 lavoratori presso le sue sedi. Negli anni novanta, in un periodo di ristrutturazione dell’industria dell’energia, fu acquistata da Finmeccanica e fusa con Ansaldo componenti, prendendo il nome di Ansaldo Energia. Finmeccanica la cedette nel 2000 al gruppo privato Casti e da quel momento nel quale acquisì il nome Franco Tosi Meccanica spa;

dal 2008 il gruppo Casti ha ceduto il 75,10 per cento del pacchetto azionario alla società Gammon India limited, che da allora la controlla;

i problemi della società mettono a rischio il lavoro di 415 lavoratori e una realtà produttiva strategica per la tenuta economica e la ripresa produttiva di un importante territorio industriale;

il fatturato è sceso negli ultimi esercizi da 100 a 70 milioni di euro e continua a crescere l’esposizione finanziaria, che nei confronti del fisco pare assommi a diverse decine di milioni di euro per mancati versamenti, soprattutto nei confronti di Equitalia. La società rivendica, tuttavia, dallo Stato il pagamento di rimborsi iva;

al momento, inoltre, 120 dipendenti dei 415 lavoratori sono in cassa integrazione straordinaria che scade a giugno di quest’anno. I lavoratori, nonostante la cassa integrazione, sia agli sgoccioli e vi sia l’incubo di perdere il posto di lavoro hanno svolto una mobilitazione improntata ad un grande senso della misura;

il 16 aprile presso il Ministero dello sviluppo economico si è svolto un incontro tra la Gammon India limited, la regione Lombardia, la provincia di Milano, i sindacati e l’amministrazione comunale di Legnano e la società Termomeccanica, altra storica azienda italiana, che ha presentato una proposta di acquisto della Franco Tosi Meccanica spa;

durante l’incontro è stato firmato un documento di intenti ed è stata fissata al 29 aprile 2013 l’apertura della due diligence per l’ingresso di Termomeccanica nell’azionariato della società;

con l’incontro avuto presso il Ministero, la Gammon India limited sembra aver finalmente superato le titubanze dimostrate negli ultimi mesi, prendendo in considerazione la proposta d’acquisto di Termomeccanica. Inoltre, come da informazioni raccolte in sede sindacale, l’azienda si è impegnata a tenere un dialogo costruttivo con tutte le parti, mentre la Termomeccanica ha accettato di mantenere in occupazione tutti i 415 lavoratori;

presso la regione Lombardia, intanto, dovrebbe svolgersi un tavolo per verificare la possibilità di ottenere nuovi ammortizzatori sociali, come la cassa in deroga o i contratti di solidarietà, in attesa del passaggio del controllo a Termomeccanica e la presentazione di un concreto piano industriale di rilancio, che al momento non appare ancora esserci –:

quali ulteriori iniziative i Ministri interrogati, per quanto di competenza, intendano intraprendere al fine di garantire il mantenimento dei livelli occupazionali e di quelli produttivi della società Franco Tosi Meccanica spa. (4-00315)

Apposizione di firme a mozioni.

La mozione Speranza e altri n. 1-00007, pubblicata nell’allegato B ai resoconti della seduta del 25 marzo 2013, deve intendersi sottoscritta anche dai deputati: Amoddio, Antezza, Arlotti, Baretta, Baruffi, Basso, Benamati, Biffoni, Biondelli, Blazina, Bobba, Boccuzzi, Borghi, Bossa, Braga, Bratti, Bruno Bossio, Capone, Cardinale, Carella, Carocci, Carra, Carrescia, Cassano, Causi, Cenni, Chaouki, Cimbro, D’Incecco, Dal Moro, Marco Di Maio, Fabbri, Fanucci, Fedi, Ferranti, Ferro, Fiano, Cinzia Maria Fontana, Fontanelli, Fossati, Fragomeli, Giampaolo Galli, Garavini, Garofani, Gasparini, Ghizzoni, Giacobbe, Giacomelli, Ginefra, Giulietti, Gnecchi, Grassi, Gregori, Lorenzo Guerini, Guerra, Tino Iannuzzi, Incerti, Laforgia, Legnini, Lenzi, Leonori, Lodolini, Maestri, Magorno, Manfredi, Manzi, Marantelli, Marchi, Mariani, Martelli, Marzano, Miccoli, Misiani, Mognato, Mongiello, Montroni, Moretti, Murer, Nicoletti, Oliverio, Pastorino, Pelillo, Petitti, Petrini, Piccoli Nardelli, Quartapelle Procopio, Rampi, Rigoni, Rocchi, Rosato, Rossomando, Sani, Senaldi, Sereni, Taranto, Taricco, Tidei, Tullo, Vazio, Velo, Verini, Zampa, Zardini, Zoggia, Mura.

La mozione Speranza e altri n. 1-00017, pubblicata nell’allegato B ai resoconti della seduta del 16 aprile 2013, deve intendersi sottoscritta anche dai deputati: Arlotti, Realacci, Taranto, Tino Iannuzzi, Rampi, Oliverio, Fiano, Gadda, Pastorino, Grassi, Lenzi, Velo, Bratti, Rosato, Tidei, Garavini, Carrescia, D’Incecco, Lodolini, Manfredi, Magorno, Quartapelle Procopio, Cinzia Maria Fontana, Tullo, Cardinale, Maestri, Manzi, Marzano, Marantelli, Moretto, Ghizzoni, Giulietti, Gregori, Patriarca, Cimbro, Sereni, Borghi, Crivellari, Laforgia, Mazzoli, Leonori, Tentori, Giovanna Sanna, Cominelli, Narduolo, Baretta, Amoddio, Fabbri, Verini, Fregolent, Martella, Rigoni, Giacobbe, Zardini, Cenni, Sani, Fontanelli, Rossomando, Guerra, Senaldi, Giuseppe Guerini, Lorenzo Guerini, Morassut, Rotta, Mariastella Bianchi, Lattuca, Basso, Marco Meloni, Marchi, Ferrari, Scuvera, Sbrollini, Dallai, Rubinato.

Apposizione di firme ad una interrogazione.

L’interrogazione a risposta orale Maestri n. 3-00018, pubblicata nell’allegato B ai resoconti della seduta del 9 aprile 2013, deve intendersi sottoscritta anche dai deputati: Lenzi, Fabbri.

Trasformazione di un documento del Sindacato Ispettivo.

Il seguente documento è stato così trasformato su richiesta del presentatore: interrogazione a risposta scritta Centemero n. 4-00195 del 16 aprile 2013 in interrogazione a risposta in Commissione n. 5-00085.

ERRATA CORRIGE

L’interrogazione a risposta scritta Ferraresi e Dell’Orco n. 4-00143 pubblicata nell’allegato B ai resoconti della seduta n. 7 del 3 aprile 2013.

Alla pagina 461, seconda colonna, dalla riga tredicesima alla riga quindicesima deve leggersi: «FERRARESI e DELL’ORCO. – Al Ministro dell’economia e delle finanze, al Ministro dello sviluppo economico. – Per sapere – premesso che:» e non «FERRARESI e DELL’ORCO. – Al Ministro dello sviluppo economico. – Per sapere – premesso che:», come stampato.

Alla pagina 462, prima colonna, dalla riga quinta alla riga sesta deve leggersi: «quali iniziative i Ministri interrogati, per quanto di rispettiva competenza, intendano assumere al fine di:» e non «quali iniziative di competenza il Ministro interrogato intenda assumere al fine di:», come stampato.

Interrogazione a risposta scritta Ruocco n. 4-00217 pubblicata nell’allegato B ai resoconti della seduta n. 9 del 16 aprile 2013.

Alla pagina 629, seconda colonna, dalla riga prima alla riga quarta deve leggersi: «RUOCCO. – Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro della giustizia, al Ministro dell’economia e delle finanze. – Per sapere – premesso che:» e non «RUOCCO. – Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro dell’economia e delle finanze. – Per sapere – premesso che», come stampato.

Alla pagina 630, prima colonna, alla riga quarantacinquesima deve leggersi: «se siano a conoscenza dei fatti esposti in» e non «se sia a conoscenza dei fatti esposti in», come stampato. Alla pagina 630, seconda colonna, dalla riga ottava alla riga nona deve leggersi: «quali iniziative di propria competenza intendano attuare al fine di garantire» e non «quali iniziative di propria competenza intenda attuare al fine di garantire», come stampato.

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